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GLI US OPEN FANNO 50 ANNI: CHE SQUILLI DI TROMBA!

Celebrando il suo cinquantenario il torneo più ricco si rifà il look, ridisegnando il logo e rivoluziona il suo secondo stadio, quello intitolato a Louis Armstrong dotandolo di tetto retrattile

di Enzo Anderloni | 26 agosto 2018

Celebrando il suo cinquantenario il torneo più ricco si rifà il look, ridisegnando il logo e rivoluziona il suo secondo stadio, quello intitolato a Louis Armstrong dotandolo di tetto retrattile. Nuovi spazi per i giocatori, ripensate persino le panchine in campo e il seggiolone dell’arbitro. Ecco nei dettagli il tennis di New York 2018

di Andrea Nizzero – Foto Getty images

Quando mercoledì scorso, 22 agosto, Katrina Adams ha inaugurato il nuovo Louis Armstrong Stadium, la sensazione per lei e per tutta la USTA dev’essere stata simile a quella di vincere uno Slam. La presidente e CEO della federtennis americana ha condotto, negli ultimi quattro anni, la parte topica e conclusiva di un imponente piano di rinnovamento che ha cambiato volto al Billie Jean King National Tennis Center, il complesso più conosciuto con il nome del parco che lo ospita: Flushing Meadows.

Adams è contemporaneamente la persona più giovane di sempre, la prima afroamericana e la prima ex tennista professionista (ottavi in singolare e semifinale in doppio a Wimbledon 1988) a guidare la USTA, e non può che essere orgogliosa del fatto che i lavori si siano conclusi come da programma: “Il 2018 è un anno significativo nella nostra storia. Non solo è il 50esimo anniversario del torneo (inteso come prima edizione aperta sia a professionisti che ai dilettanti, ndr), abbiamo anche concluso i cinque anni di trasformazione del Tennis Center. Sappiamo di essere pronti per una crescita incredibile” ha detto a margine dell’inaugurazione del nuovo stadio.

Un evento ‘spaziale’

C’erano anche Wynton Marsalis, il trombettista jazz n.1 di oggi, John McEnroe, James Blake e l’ex sindaco di New York David Dinkins, famoso non solo per essere stato il primo (e ultimo) nero a guidare la Grande Mela ma anche per aver imposto all’aeroporto di La Guardia la deviazione dei voli durante il torneo. Ma i cinquant’anni trascorsi dal primo Open e dalla storica vittoria di Arthur Ashe sono stati festeggiati, già prima dell’inizio del torneo, anche con un altro evento del tutto fuori dall’ordinario.

La sera precedente, martedì, sul globo gigante che accoglie i visitatori all’accesso Sud del Tennis Center era stata proiettata la “prima partita di tennis nello spazio”, un insolito doppio giocato in assenza di gravità negli angusti spazi della Stazione Spaziale Internazionale. Andrew Feustel, uno dei quattro astronauti coinvolti, nel pomeriggio aveva persino chiacchierato in diretta video con Juan Martin Del Potro.

Ashe e Armstrong: due super sessioni serali

Il grande piano di rinnovamento portato a termine da Katrina Adams, CEO dal gennaio 2015, era stato deciso nel 2013, avviato nel 2014 ed è costato oltre 550 milioni di dollari. Il tutto si è concretizzato in una serie di interventi che hanno permesso agli US Open di diventare lo Slam più avveniristico e futuribile dei quattro, dopo un recentissimo passato di pesanti critiche e polemiche, con ben 5 finali consecutive spostate per pioggia e programmazione discutibile tra il 2008 e il 2012.

Oggi, spettatori (e soprattutto televisioni) sanno che con il tetto retrattile sopra l’Arthur Ashe Stadium inaugurato nel 2016 e il nuovissimo Louis Armstrong, anch’esso dotato di copertura mobile, non dovranno più temere giornate cancellate e ore di attesa. A ciò si aggiunga lo splendido Grandstand, inaugurato due anni fa, e l’ancora più intimo Court 17 aperto nel 2011: il torneo di New York può ora vantare il site più avanzato al mondo per ciò che riguarda il tennis. Durante il torneo il nuovo Louis Armstrong sarà palcoscenico di un programma quotidiano ancora più ricco di quello dell’Ashe, con una sessione serale dedicata, e avremo modo di capire se il suo funzionamento sarà all’altezza della sua innegabile bellezza.

Un motore da 120 cavalli per muovere il tetto

Il colpo d’occhio che presenta come biglietto da visita è più che promettente: le tribune, ripide e su due livelli, portano la capienza a 14.061 posti a sedere; l’anello inferiore che corre attorno a tutto il campo è sovrastato sui due lati corti da una struttura composta da oltre 14.000 feritoie in terracotta che gli permettono di essere “ventilato naturalmente” anche a tetto chiuso, una caratteristica unica o quasi tra gli stadi coperti; quando aperto, il tetto retrattile ultraleggero lascia libera un’area di cielo vasta oltre 18 campi da singolare e, quando chiuso, lascia comunque penetrare il 73% dell’energia e luce solare; il tetto si trova a quasi 40 metri dalla superficie di gioco, e verrà mosso da un motore da 120 cavalli che permetterà l’apertura e la chiusura in meno di dieci minuti.

Matt Rossetti della Rossetti Architects, lo studio che ha disegnato il progetto, garantisce tutte queste cose e non solo: “Avrà la stessa atmosfera del vecchio Armstrong, con i fan davvero seduti sopra il gioco”, assicura. Con oltre l’85% degli spettatori che entra dall’ingresso Est, questo stadio avveniristico e le migliorie che ha portato anche nei grounds adiacenti saranno il biglietto da visita di questi nuovi US Open per migliaia e migliaia di persone: “Questa è l’ultima fase della trasformazione, che aveva come grandi obiettivi il maggior spazio, più servizi, e più ombra”, ha detto Danny Zausner, direttore operativo del Tennis Center.

Tutto nuovo per i giocatori: dal nido alle panchine

Gli spettatori e le televisioni non sono però gli unici destinatari degli investimenti fatti. Piccoli e grandi interventi sono stati fatti anche verso giocatori e ufficiali di gara. I tennisti accederanno al torneo da una nuova entrata dedicata, che conduce a un giardino grande il doppio di quello presente gli anni scorsi. Proseguendo all’interno dello stadio potranno trovare un nuovo nido per i pargoli, sempre più numerosi sul circuito, e per preparare i match avranno a disposizione: un’area silenziosa, una per il riscaldamento sia all’interno che all’esterno e una pista per correre.

Sul campo, sono state ridisegnate le sedute per i giocatori (ora panchine adattabili con spazio per le borse e le bevande, ed espandibili per i doppi) e quelle per i giudici di linea. Anche il seggiolone dell’arbitro è stato riprogettato dopo aver ascoltato i suggerimenti dei diretti interessati: una struttura quasi piramidale, scala sul lato sinistro, cavi e fili nascosti nella struttura, una posizione più comoda per l’utilizzo del computer del punteggio, e un nuovo parasole disegnato per intralciare il meno possibile la vista degli spettatori.

Innovazione e memoria: questa sì che è musica…

Questi nuovi US Open 2018 rappresentano l’ultimo capitolo di una storia, quella di Flushing Meadows, che ha portato molto al tennis americano e globale. Un luogo particolare, venuto alla luce per l’esposizione universale del 1939 e rinnovato per la NY World’s Fair del 1964, che incrociò il suo destino con quello del tennis nel gennaio 1977. Fu allora che, mentre volava su La Guardia, il presidente USTA entrante William Hester vide dal finestrino dell’aereo lo stadio denominato Singer Bowl.

Lo stadio aveva ospitato gente come The Doors, The Who e Jimi Hendrix a fine anni ‘60, ma all’epoca era quasi inutilizzato. Hester si fece subito avanti e, ottenuta l’autorizzazione dalla città di New York, l’anno successivo (1978) gli US Open abbandonarono il West Side Tennis Club di Forrest Hills e si trasferirono nel quartiere di Corona, Queens, New York.

Il Singer Bowl era stato diviso in due campi e fu intitolato al celebre jazzista Louis Armstrong, nato e cresciuto a New Orleans prima di trasferirsi proprio a Corona, dove morì nel 1971. La scelta di mantenere il suo nome anche per il nuovo stadio, dopo che quello originale è stato demolito nel 2016, fa onore alla USTA, consapevole delle radici di questo luogo.