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1968, ARTHUR ASHE E LA DOPPIETTA "USA" CHE FECE LA RIVOLUZIONE

50 anni fa Arthur Ashe vinse gli Us Amateur Championships e subito dopo i primi Us Open della storia, il primo nero a riuscirci

di Enzo Anderloni | 24 agosto 2018

50 anni fa Arthur Ashe vinse gli Us Amateur Championships e subito dopo i primi Us Open della storia, il primo nero a riuscirci. Guadagnò 28 dollari, il finalista Okker 14 mila. Era vicino alle pantere nere

di Alessandro Mastroluca - foto Getty Images

Arthur Ashe è in macchina, sta guidando sul ponte George Washington quando il notiziario interrompe il programma alla radio per un'edizione straordinaria. Hanno sparato al reverendo Martin Luther King sul balcone di un hotel di Memphis. È il 3 aprile del 1968, l'anno delle rivoluzioni e delle rivelazioni per Ashe e per il mondo del tennis, che entrerà a breve nell'Era Open.
Il 25 agosto al Longwood Cricket Club, dove iniziò la storia della Coppa Davis, Ashe aspetta di affrontare Bob Lutz nella finale degli US Amateur Championships. È il principale torneo negli Usa per i dilettanti, la naturale evoluzione dei vecchi US Nationals, che diventano US Open. Prima della finale, il manager e suo grande amico Donald Dell lo avvicina. “Non vorrai svegliarti domani mattina dopo aver perso questa partita”, gli dice. Ashe manca quattro match-point e salva due palle break nell'ultimo game prima di chiudere alla quinta occasione. Davanti a 4.200 spettatori, in una giornata calda attraversata da improvvise folate di vento, vince per 4-6 6-3 8-10 6-0 6-4 e diventa il dilettante numero 1 degli USA.

Il primo Us Open
Ma il meglio deve ancora venire. Perché c'è un solo, primo US Open. Ashe supera il mancino sudafricano Cliff Drysdale, che nel 1972 sarà nominato primo presidente dell’ATP, nei quarti, e in semifinale Clark Graebner. È una sfida tra due filosofie di vita e due stili di gioco opposti. Graebner è un protestante, un repubblicano, con la foto di Nixon sulla scrivania dell’ufficio, è un tennista muscolare e potente. Ashe è il luogotenente dell’esercito contrario alla guerra, un riservista con un fratello in Vietnam che prolunga il suo periodo al fronte per permettergli di continuare a giocare. È un uomo di moltitudini ricomposte in un ensemble liberale, in un tennis creativo. L’ultimo fotogramma della partita lo ritrae con le braccia aperte, nella posa della vittoria, dopo il 4-6 8-6 7-5 6-2 che lo porta in finale nel primo US Open della storia, la sua terza in un torneo dello Slam.
Affronta Tom Okker, l’Olandese Volante, che essendo professionista si assicura già i 14 mila dollari di montepremi, anche se dovesse perdere. Ashe ha diritto solo a 28 dollari al giorno di rimborso spese. A fine torneo, quando questa sperequazione verrà resa pubblica, una signora del New Jersey gli spedirà un centinaio di azioni della General Motors: valore 8.900 dollari.

La finale del '68
La pioggia ritarda il programma e costringe a spostare la finale di lunedì. Si gioca davanti a poco più di settemila spettatori: vuol dire oltre 97.000 nelle due settimane, 17 mila in più che in qualsiasi altra edizione riservata ai soli amatori. Nel primo set, solo uno dei suoi 13 game di servizio, in cui concede appena 14 punti, termina ai vantaggi. Due break gli costano il secondo set, ma vince il terzo e si presenta in vantaggio alla pausa. “Chiudi in quattro”, gli dice Donald Dell negli spogliatoi.
“Okker sembra un po’ stanco”, aggiunge Charlie Pasarell. “Non vedo come possa esserlo - ribatte Ashe - i game stanno andando via troppo veloci”. Gene O’Connor, preparatore della Nazionale di Coppa Davis, gli suggerisce di farsi una doccia. Ma Ashe non l'ha mai fatta dopo il terzo set di una partita, ed è troppo scaramantico per iniziare in un giorno così importante. Okker, però, porta la finale al quinto.

Ben fatto, ragazzo!
Ashe ha un piano chiaro, mettere in campo la prima e sbagliare meno volée possibile. Nei momenti davvero importanti, gli hanno insegnato, non c'è niente di meglio che tornare ai fondamentali e non cercare soluzioni complesse. La testa fa il resto. Si combinano la strategia, l’intelligenza tattica, la capacità di leggere le situazioni, e il consiglio prezioso di Gonzales prima del suo debutto in Coppa Davis anni prima: non devi fare il tuo gioco, ma giocare il tennis che serve per vincere. Ashe junior chiude 14-12 5-7 6-3 3-6 6-3. è il primo nero a vincere uno Slam nel singolare maschile. La cerimonia di premiazione è commovente, come l’abbraccio con il dottor Johnson, il primo maestro suo e ancor prima di Althea Gibson, e soprattutto con suo padre. “Ben fatto, ragazzo”, gli dice fra le lacrime. L'uomo che alla moglie morente ha promesso di prendersi cura dei figli senza affidarli ad altri vorrebbe dirgli tanto di più. Ma c'è poco da aggiungere.

Le pantere nere
Una settimana dopo la vittoria a Forest Hills, Ashe viene invitato in tv al programma 'Face the Nation'. Nessun atleta era mai stato ospite prima di allora. Insiste sul ruolo degli atleti di colore, sulla responsabilità, sullo scontento dei neri insofferenti al Civil Rights Act, e sempre più vicini alle posizioni estreme delle Pantere Nere, che si faranno sentire e vedere fino in Messico, sul podio olimpico in cui spiccano due pugni alzati verso il cielo e 'guantati' di nero: per la rivista Life è una delle dieci foto più influenti di tutto il Novecento. Come è influente quella prima vittoria, perché consente ad Ashe di alimentare una reputazione e di usare i successi sportivi come una piattaforma. Di sfruttare il successo, che in fondo è un participio passato, per cambiare il futuro. Perché, come disse allora, nessuno sta a sentire i perdenti.