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LE SALITE (E LE DISCESE) DI NOVAK DJOKOVIC

Nel 2007 il primo trionfo del serbo negli allora Masters Series

di Enzo Anderloni | 20 agosto 2018

Nel 2007 il primo trionfo del serbo negli allora Masters Series. 11 anni dopo a Cincinnati Nole ha chiuso il cerchio vincendo tutti i tornei Masters 1000, l'unico di sempre. In mezzo, come le ha definite lui, “le montagne russe”

di Andrea Nizzero - foto Getty Images

Novak Djokovic ha impiegato poco meno di undici anni e mezzo, dal suo primo grande trionfo a Miami nel 2007, per mettere insieme una carriera d’oro che sta senza ombra di dubbio tra le più grandi di sempre. Key Biscayne, un altro pezzo di storia del tennis che non rivedremo, all’epoca era il più importante e prestigioso dei nove tornei “Masters Series”. Nole, un predestinato che noi italiani avevamo visto avvistato con un po’ di anticipo grazie al suo ex allenatore Riccardo Piatti, aveva il viso di un ragazzino e non aveva ancora compiuto 20 anni. Oggi, a 31 anni e con semplicemente ogni singolo titolo che conti in bacheca, ha il volto maturo e lo sguardo di chi qualcuna ne ha passata. Nei 28 anni di storia dei Masters 1000, denominati in vario modo (da “Championships Series” a “Masters Series” passando per “Super 9”), nessuno era mai riuscito a conquistarli tutti almeno una volta. A destare impressione non è però solo l’impresa in sé, bensì anche la modalità e il tempismo con cui si è perfezionata. “La mia carriera è stata un po’ come le montagne russe”, ha detto durante la premiazione a Cincinnati, il 31esimo “1000” in totale.

Discese e risalite
E’ un paragone piuttosto calzante, perché le repentine discese a capofitto vissute nelle stagioni 2009-2010 e tra il 2016 e questo 2018 sono state piuttosto spaventose. Le vette raggiunte durante questo percorso del tutto imprevedibile, però, rimangono tra le più alte mai toccate nella storia di questo sport. Certo, Nadal e Federer chiuderanno le rispettive carriere con record pressoché inavvicinabili; rimane il fatto che nessuno, da Laver in avanti, ha mai vinto quattro Slam di fila come ha fatto lui tra il 2015 e il 2016. E avere in bacheca tutti i Major, tutti i Masters, più le Finals (cinque titoli solo lì) è un risultato che lui per primo farà fatica a comprendere, almeno per un po’. Soprattutto considerando che tutto ciò che riguardava Nole, fino a meno di tre mesi fa, era messo in discussione: dalla sua carriera fino alla sua salute fisica e mentale. La sconfitta con Marco Cecchinato nei quarti del Roland Garros, che in Italia fu giustamente oscurata dalla splendida vittoria del nostro, altrove fu letta come un’ulteriore bruttissima caduta.

Walzer in panchina
Era giugno, agosto deve ancora concludersi, e di Nole si sta parlando di nuovo - non a torto - come un serio candidato al (meno serio) titolo di GOAT. E’ la bellezza, crudele, di questo sport. Certo, tutto ha una spiegazione razionale: essere tornato da Marian Vajda e Gebhard Phil-Gritsch, presumibilmente con il capo coperto di cenere, sicuramente è un capitolo fondamentale di questa storia. La collaborazione con il coach slovacco iniziò subito dopo la fine di quella con Piatti, nel 2006. Quella con l’ex preparatore atletico di Thomas Muster iniziò nel corso del 2009. Sono due dei pilastri che hanno sorretto la carriera irripetibile di questo campione, e nel momento in cui sono venuti a mancare se n’è accorto il mondo intero. Pare che Vajda, ad aprile, abbia dettato le condizioni a Nole per tornare ad allenarlo: tornare a mangiare proteine animali (Nole era diventato vegano al 100%) e abbandonare la guida di Pepe Imaz, l’ex tennista diventato guru spirituale. Dei 4.158 giorni trascorsi tra quel 1° aprile del 2007 e il 19 agosto 2018, alcuni sono stati più importanti di altri. E molti di quelli importanti, li abbiamo visti in questi ultimi tre mesi.

“Nole fa la storia!”
“E’ un grande campione e questo è quello di cui si dovrebbe parlare, in questa conferenza stampa. Non di me che sbaglio risposte sulla seconda. L’argomento è lui che fa la storia”: queste parole sono di Roger Federer, sconfitto in modo piuttosto brutale in quello che si poteva considerare uno dei suoi domini. A Cincy il tennista svizzero aveva vinto sette volte in altrettante finali, tre delle quali proprio contro Djokovic. Per quanto il punto di Roger sia pienamente condivisibile, la finale di domenica si è effettivamente decisa sul diverso rendimento delle risposte al servizio. Basti citare la statistica che vede lo svizzero rispondere in campo poco più di una volta su 2, mentre Nole arriva quasi a 8 su 10. Ciò nonostante il torneo, giocato peraltro in condizioni meteo diverse da quelle effettivamente estive della finale, aveva avuto un andamento che lasciava preferire Roger, in termini di qualità di tennis espressa fino a domenica.

Lo stesso Federer, con la consueta lucidità, ha spiegato: “Penso sia estremamente difficile vincere un Masters 1000. Questi tornei non li conquisti facilmente. Avete visto la mia performance di oggi. E’ una settimana veramente lunga. Dura, massacrante. Giocano i migliori giocatori. Giochi contro gente tosta subito, quindi non hai molto tempo per aggiustare il tuo ritmo e lavorare sul tuo gioco durante la settimana” ha detto lo svizzero, aggiungendo: “Lui [Djokovic, ndr] l’ha fatto forse meglio di chiunque altro. Quindi è un suo grande merito. Penso che sia un risultato clamoroso”. A dare ulteriore sostegno alla tesi di Federer, basti dire che per vincere in Ohio il serbo ha battuto sei giocatori, tutti tra i primi 33 del mondo, con quattro dei quali (Dimitrov, Raonic, Cilic e Federer) che sono stati almeno tra i primi tre del mondo.