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NADAL VECCHIO CANNIBALE, TSITSIPAS GIGANTE A 20 ANNI

Rafa rinforza la sua prima posizione assoluta sia nel ranking mondiale sia nella classifica delle vittorie nei Masters 1000: ne ha centrti 33 contro i 30 di Djokovic e i ...

di Enzo Anderloni | 13 agosto 2018

Rafa rinforza la sua prima posizione assoluta sia nel ranking mondiale sia nella classifica delle vittorie nei Masters 1000: ne ha centrti 33 contro i 30 di Djokovic e i 27 di Federer. Ma il greco che ha compiuto 20 anni il giorno della finale gli strappa il record di precocità in fatto di Top 10 battuti nello steso torneo: E si candida…

di Alessandro Mastroluca – Foto Getty Images

Ha vinto 80 titoli, come solo Jimmy Connors, Ivan Lendl e Roger Federer nel circuito maggiore. Ma più del 33mo Masters 1000 di Rafael Nadal, Toronto fa emergere la grandezza di Stefanos Tsitsipas, il più giovane a battere quattro top 10 nello stesso torneo dal 1990, dall'ultima ricostruzione del calendario ATP.

Ha sempre guardato a Nadal e soprattutto a Federer, il greco, nuovo numero 15 del mondo, regalo per quei vent'anni che ‘sembran pochi ma poi ti volti a guardarli e non li trovi più’. Ha festeggiato il compleanno il giorno della finale: evidentemente nascere nella prima metà di agosto garantisce una marcia in più nella corsa verso la gloria: Sampras (12 agosto), Federer (8), Laver (9) posson bastare come indizi che diventano prova.

Stefanos, che gran dritto!

In finale, sottolinea lo stratega Craig O'Shannessy sul sito dell'ATP, ha cercato nei suoi turni di battuta di dominare lo scambio giocando il dritto dopo il servizio nell'86% dei casi. Certo, il rovescio a una mano gli ha permesso di conquistare affascinati e a volte nostalgici tifosi. Ma il dritto gli fa vincere le partite: 18 vincenti contro Thiem e Zverev, 26 contro i 12 di Djokovic, solo per dare un'idea. In finale ha anche messo in campo l'8% di risposte in più del maiorchino e ne ha contrastato la velocità media da fondo. Rispetto agli altri match del torneo, in finale ha giocato il rovescio più spesso in diagonale che in lungolinea e utilizzato pochissimo le rotazioni in slice. Dimostrazione di un giocatore tutt'altro che monocorde, di una completezza già matura, di una preparazione del match che lo porta a cercare di applicare il tennis che serve per vincere, in tutte le situazioni e di cambiare piano come cambiano gli avversari.

Filosofo greco

“Non è che le cose diventino più facili, sei tu che diventi migliore” ha scritto sulla telecamera dopo la vittoria su Kevin Anderson, in cui non si è nemmeno accorto di aver commesso il secondo doppio fallo dell'incontro sul match-point e di aver regalato un rovescio da fantascienza a un punto dalla sconfitta. Riesce, pare, a isolarsi dal punteggio, a non farsene condizionare, e concentrarsi sul percorso, sul viaggio, sulla bellezza e l'efficacia del gesto.

Ha sempre e solo puntato ai grandi, Tsitsipas. Ancora da junior, già pensava a Nadal, a Federer, consapevole che quello sarebbe stato il suo orizzonte, che arrivarci era il suo imperativo. Senza pausa ma senza fretta, su del suo passo come i grandi scalatori. È questo che fa la differenza, perché tutti vogliono arrivare in cima, vogliono essere l'uomo al comando. Ma ci arriva davvero, sulla cima, solo chi è disposto a mettere il raggiungimento dell'obiettivo davanti a tutto, a chi è disposto a fare tutto quello che serve per quel traguardo, senza concessioni, senza tentennamenti. Il greco, che ha confessato di non essere mai andato a un concerto, corrisponde perfettamente al profilo. E l'eleganza che insegue come un principio di stile in campo e fuori, anche al mare come ha scritto su Instagram qualche tempo fa, ben si combina con il carattere dei vincenti.

Stefanos va veloce

Un anno fa, era numero 168 del mondo. Da Portoroz, dove stava giocando il Challenger sloveno, guardava Denis Shapovalov battere Rafael Nadal e Juan Martin del Potro, e spingersi fino alla semifinale a Montreal. “Ho visto tutte le sue partite, è stata un'ispirazione” aveva detto alla vigila del match con Nadal. “Sapevo di avere il livello per essere alla pari dei top player. Ora ho capito che dovevo solo credere in me stesso. Non sono sorpreso di essere in finale, ho fatto quello che dovevo fare”.

Sicuro senza essere sbruffone, deciso di carattere sotto le magliette rosa, Tsitsipas impara presto, sa adattarsi e modificare piani e strategie. Contro Alexander Zverev, che l'aveva dominato a Washington, soffre negli scambi fra 5 e 9 colpi (dove il tedesco aveva fatto anche meglio di Nadal nella finale di Roma), ma vince più punti in quelli brevi e in quelli più lunghi, oltre i 9 colpi. Ha risposto leggermente più basso contro la prima e firmato tre vincenti in più di dritto, il colpo migliore del tedesco nella semifinale di Washington, il punto di debolezza in Canada: gli oltre 20 gratuiti trasformano una possibile vittoria in un castello di rabbia. “Per me, Tsitsipas non ha nemmeno giocato bene” dichiara in conferenza stampa con la glaciale freddezza di chi cerca di nascondere il fuoco della frustrazione.

Simona brontola e incanta

L'altra metà della Rogers Cup, a Montreal, incorona Simona Halep, dodicesima giocatrice nell'albo d'oro più di una volta. La campionessa del 2016 si lamenta per la programmazione, gioca la maratona contro Pavlyuchenkova e batte Venus Williams nei quarti nella stessa giornata, finisce il quarto di finale contro Caroline Garcia a sera inoltrata e deve giocare la prima semifinale, in sessione diurna. Non esattamente un torneo semplice. Ma la rumena, che è sì più rilassata in campo ma fatica ad allentare del tutto la durezza con se stessa, lato oscuro del perfezionismo che l'ha resa la numero 1 del mondo, vince una delle migliori finali dell'anno contro Sloane Stephens. Il primo set è da staccare e conservare. Halep, ha detto, si è presa tre settimane di pausa dopo Parigi, ma un solo Slam e tre titoli in stagione non bastano certo ad allentare la motivazione. Fanno solo aumentare l'appetito, e quello non si sazia con un piatto di poutine.