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SET LUNGHI, NIENTE TIE-BREAK: VEDIAMO A CHI CONVIENE

Abbiamo analizzato l’impatto che le partite senza tie-break hanno avuto sui turni successivi

di Enzo Anderloni | 25 agosto 2018

Abbiamo analizzato l’impatto che le partite senza tie-break hanno avuto sui turni successivi. E confrontato i dati con quelli degli Us Open. Lo Slam d'agosto è l'unico dove c’è la formula ‘abbreviata’. Abbiamo scoperto che…

di Alessandro Mastroluca - foto Getty Images

Ha giocato i due match più lunghi nella storia dei tornei dello Slam. John Isner, a distanza di otto anni dalla tre giorni sul campo 18 di Wimbledon contro il francese Mahut, è tornato a far discutere sull’opportunità di introdurre il tiebreak al quinto set. Long John e il long set, una corrispondenza di tennistici sensi che si esacerba quando di fronte trova un avversario che come lui si esalta al servizio ma non in risposta. La lunghezza può essere mezza bellezza, come nel quinto set della semifinale fra Nadal e Djokovic, un po’ come l’altezza che facilmente negli Slam può tradursi in aumento degli ace e delle ore di gioco. Ma che impatto hanno i long set nei major che continuano ad alimentarli, cioè tutti tranne gli Us Open? La risposta non può che partire dai numeri, e prescindere dai gusti, dalla qualità intrinseca del match, dallo stile dei protagonisti.

I numeri
Dal 2010 al 2018, all’Australian Open, al Roland Garros e a Wimbledon si sono disputati complessivamente 232 match arrivati oltre il 6-6 al quinto nel singolare maschile. Dal 2010 al 2017, allo Us Open si contano invece 72 incontri conclusi al tiebreak del set decisivo. A New York, chi arriva da un 7-6 al quinto, passa il turno successivo nel 27,8% dei casi, nel periodo considerato. Negli altri Slam, la percentuale di vittorie ottenuta da chi emerge da un long set è, nel complesso, più alta, arriva al 33%. La superficie, tuttavia, non è un fattore irrilevante. I successi infatti toccano il 37,4% a Wimbledon, il 36,2% a Melbourne e solo il 23.4% a Parigi. Sul rosso, dove la fatica fisica è più intensa a parità di durata del match, l’impatto di un set decisivo da 14 game o più è maggiore.

Tuttavia, la percentuale di successi al turno successivo non sembra in diretta relazione con il numero di game del long set giocato prima: nei tre Slam senza tiebreak al quinto si registrano il 18,9% di vittorie dopo un 8-6, il 32,1% dopo un 9-7, 47,2% dopo un 10-8, 43,4% dopo un 11-9, 46,7% dopo un 12-10. A una prima impressione, sembrerebbe più probabile vincere un match dopo un 12-10 al quinto a Wimbledon che dopo un 7-6 al quinto a New York.

Il percorso
Aver vinto un incontro finito con un set da 14 o più game, viene da chiedersi a questo punto, pregiudica la possibilità di andare avanti nel torneo? Chi passa più di un turno dopo un long set (77 casi totali nei tre Slam) o dopo un 7-6 al quinto a New York (20 casi) avanza in media per 2.4 incontri. Questa semplice comparazione, però, racconta poco anche perché il numero dei turni superati dopo un set lungo dipende anche dal momento in cui il match si gioca nel corso del torneo.
La comparazione, però, può diventare più efficace se si cerca di valutare quanto avanti il giocatore si sia spinto, dopo un tie-break o un long set al quinto, rispetto al massimo possibile, ovvero alla distanza fra il turno in cui ha disputato il long set (o tiebreak al quinto) e il titolo. Dai dati emerge che chi esce vincitore da un long set e dal turno successivo arriva più vicino alla vittoria finale di chi vinca un tiebreak al quinto e il match successivo a New York. Quella che possiamo definire la percentuale di completamento del torneo, infatti, raggiunge il 44% nei casi in questione a Flushing Meadows, il 47,2% a Wimbledon, il 47,5% all’Australian Open, e supera il 50% al Roland Garros (50,8%).

‘Competitive balance’
Il tennis, diceva Bill Tilden, è un’arte, come il teatro o il balletto. I tennisti parlano da soli, ammetteva Andre Agassi, e si rispondono anche nella foga del momento. Ma non è un assolo, e non è un monologo. È un gioco a due, e l’avversario oltre la rete non può restare come la parte di orizzonte che la siepe nascondeva allo sguardo di Leopardi desideroso di abbracciare l’infinito. I vincitori di long set, dunque, chi hanno affrontato al turno successivo? Da questo non si può prescindere: le sconfitte di Struff contro Federer a Wimbledon quest’anno, o di Kokkinakis contro il Djokovic ai limiti dell’imbattibile nel 2015 ai Championships, o di Zeballos contro Nadal al Roland Garros 2010, si possono imputare più al contesto e all’avversario che alle conseguenze del long set al turno precedente.

Una seconda analisi, ristretta al periodo 2010-2018, fa emergere il peso di un long set per un giocatore al turno successivo, e quale effetto abbia, rispetto al tiebreak al quinto, sull’equilibrio competitivo. Nelle ultime nove edizioni dell’Australian Open, del Roland Garros e di Wimbledon si sono giocati 106 long set: il vincitore si è imposto al turno successivo in 15 occasioni ai Championships, in 10 a Melbourne, a 6 a Parigi. L’analisi della media delle quote dei bookmakers autorizzati, eseguita confrontando differenti aggregatori, fornisce un’indicazione tutto sommato affidabile per considerare le probabilità di vittoria, per quanto nella definizione delle quote la stanchezza per il match precedente possa giocare un ruolo.

Favoriti o no
Dai dati emerge che solo in sette occasioni il vincitore di un long set ha poi vinto da ‘underdog’, quindi ha ribaltato i pronostici, al turno successivo (mai al Roland Garros). E in 30 casi, quando ha perso, era sfavorito in media di oltre cinque punti. In 37 partite, il vincitore di un long set ha giocato da favorito al turno successivo, con un bilancio di 25 vittorie e 12 sconfitte. L’impatto del long set, poi, si vede anche nelle 43 sconfitte per tre set a zero, nei due ritiri e nei tre walk-over al match successivo.

A New York, giocare un tiebreak al quinto set comporta due effetti apparentemente in controtendenza: il vincitore, infatti, perde cinque volte su sette al turno successivo giocando da favorito (in una per ritiro, ma mai con un differenziale nella media delle quote superiore al mezzo punto) e cede complessivamente undici volte in tre set. Ma in 2 delle 4 vittorie ottenute al turno successivo, nel periodo 2010-2017, gioca da underdog. E nel più eclatante dei casi, da sfavorito in media per più di 2.6 punti (Kohlschreiber su Isner nel 2012, al terzo turno). Negli altri Slam chi ha vinto un long set non ha mai ottenuto una vittoria così ‘sorprendente’.

Chi ci guadagna
Sembrerebbe questa, almeno dai dati non certo assoluti di questa analisi, la differenza maggiore fra il tiebreak e il long set. La versione moderna della ‘sudden death’ mantiene di più le possibilità di sorprese nel turno successivo, e a cascata nel resto del torneo. Giocare a oltranza certifica maggiormente i valori pregressi (cioè favorisce i favoriti…) e toglie un po’ del fascino immutabile dello sport, in cui i pesci piccoli possono ancora mangiare i pesci grandi.