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L'OCCHIO TECNICO: COME GIOCA MATTEO BERRETTINI

L’Italia ha scoperto finalmente un giovane emergente, alto quasi due metri, che batte fortissimo

di Enzo Anderloni | 02 agosto 2018

L’Italia ha scoperto finalmente un giovane emergente, alto quasi due metri, che batte fortissimo. E piazza la botta vincente quando… serve. Ha un diritto devastante e varia con il rovescio tra esecuzioni bimani e backspin a una mano, proprio come l’argentino. Ce lo spiega il suo coach…

di Enzo Anderloni - foto Getty Images

È bello svegliarsi da una ‘pennichella’ estiva e scoprire che adesso un Mr Ace ce lo abbiamo anche noi. Uno che non si fa mai strappare il servizio, che fa accendere il display del tachimetro con scritto 227 kmh, che piazza, appunto, 6 ace in solo tie-break. Proprio quando… serve di più. Ma chi è ‘sto fenomeno? Noi dell’ambiente lo conosciamo bene, lo stiamo vedendo crescere da diverse stagioni. Ma al grande pubblico, che questo Matteo Berrettini se lo vede esplodere così, all’improvviso tra le montagne svizzere, e non lo ha mai visto giocare, come possiamo raccontarlo in modo semplice ma tecnicamente corretto?

Tutti a udienza dal Santopadre: il telefono del serafico Vincenzo, carattere e braccio tennistico d’oro, ha cominciato a squillare domenica pomeriggio e non ha avuto pace nei giorni successivi. Tutti volevano sapere qualcosa di più sull’improvvisa esplosione del suo allievo. E lui, tranquillo come sempre, non si è sottratto a cominciare proprio da quella domenica pomeriggio mentre era in viaggio per Kitzbuhel, dove avrebbe raggiunto Matteo, per continuare il percorso. Di crescita insieme.

A Gstaad infatti Santopadre non c’era: quando le telecamere inquadravano l’angolo di Berrettini sul teleschermo apparivano i volti di un ragazzo e una ragazza, che “soffrivano” seguendo il match punto a punto. Erano Lavinia, la ragazza di Matteo, e Marco, il suo amico Marco Gulisano, uno con cui è cresciuto giocando a tennis, uno che gioca bene, classificato 2.4. E non era un caso che fossero loro i compagni d’avventura in Svizzera. Crescere vuol dire anche ogni tanto fare la strada da soli, magari con una compagnia più ‘scialla’ ma implicitamente assumendosi tutte le responsabilità.

Coach Santopadre che, merita ricordare, è stato n.100 del mondo (classifica Atp del 3 maggio 1999) e ha continuato a ‘suonare’ giovani avversari in Serie A anche a 40 anni ‘suonati’, è molto contento che sia andata così. Ma non si monta la testa e non cambia programma.
“Il livello di gioco per cogliere un risultato come quello di Gstaad sapevamo che l’avesse - racconta - e ne avevo parlato poco tempo fa con Max Sartori che ha vissuto tutta la crescita di Andreas Seppi. Anche secondo lui in questa stagione o nella prossima sarebbe arrivata la prima vittoria. A Gstaad Matteo si è trovato bene. Le condizioni ambientali erano favorevoli per lui: la palla rimbalzava alta, veloce”. Dunque, come spiegare in modo semplice il tennis ‘secondo Matteo’, il suo modo di giocare, con quella statura, quel servizio e quel diritto. Magari apparentandolo a un campione che tutti conoscono.

“Anche se con gestualità diverse, il gioco di Berrettini si può imparentare a quello di Juan Martin Del Potro. Servizio da ace. E diritto che fa la differenza. Soprattutto Matteo ha, come l’argentino, la capacità particolare di tirare una gran ‘manata’ di diritto anche quando lo buttano un po’ fuori dal campo e recuperare così l’inerzia dello scambio. Poi anche nel rovescio ci sono similitudini, come la capacità di alternare la giocata bimane con quella a una sola mano”.

“Il suo diritto però è diverso da quello di Delpo. Matteo è in grado di generare una palla ancora più ‘complessa’, potremmo dire. Spinge forte, velocissimo con il braccio, passando quasi sopra la palla. La traiettoria è piuttosto bassa sulla rete e il colpo oltre che potente e profondo è anche molto carico di spin. Dunque all’avversario arriva una palla pesantissima perché quando tocca terra acquista ulteriore velocità, schizza via. È una cosa su cui abbiamo lavorato nel tempo, perché inizialmente il suo colpo aveva una parabola troppo alta per essere davvero incisivo”.

Berrettini è migliorato già molto dalla parte del rovescio, dove alterna l’impatto bimane praticamente piatto a un ottimo back, che si trasforma spesso in morbide smorzate. E qui, chi conosce Santopadre sa che la varietà, come il bagaglio tecnico completo e raffinato, sono prodotti tipici ‘della casa’.

“Di certo può migliorare ancora moltissimo. A cominciare dalla seconda palla di servizio dove può essere ancora più imprevedibile, utilizzando le diverse rotazioni e angolazioni. Può migliorare il rovescio. Può migliorare molto a rete. Giocare il doppio serve anche a questo”.

Crescere, migliorare, fare esperienza: chi conosce le idee del team romano, che lavora tra canottieri Aniene e Tirrenia, con il supporto di Umberto Rianna, sa che l’obbiettivo per il 2018 era giocare il maggior numero possibile di partite a livello Atp. E per quello bisognava arrivare tra i top 100. Dopo Gstaad Berrettini è a un passo da quota 50. Ma, come dicevamo, il programma non cambia. E dunque si guarda ai prossimi tornei americani: Matteo sarà per la prima volta nel tabellone principale degli Us Open. Dalla terra battuta ‘alpina’ di Gstaad e Kitzbuhel alle dure resine statunitensi c’è di mezzo… un oceano. Non secondo Santopadre: “In realtà le condizioni sono molto simili. Anche sugli hardcourt statunitensi la palla rimbalza alta, il servizio è valorizzato. Secondo me i campi duri della stagione americana sono quelli dove in futuro potrebbe giocare il suo tennis migliore, esprimere il suo ‘best’”. Dunque, buon viaggio Mr Ace. Alla scoperta della tua America.