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MATTEO BERRETTINI SPICCA IL VOLO DAI MONTI DI GSTAAD

Berrettini spicca il volo dalle Alpi svizzere di Gstaad: solo un anno fa vinceva il primo Challenger, ora è n

di Enzo Anderloni | 30 luglio 2018

Berrettini spicca il volo dalle Alpi svizzere di Gstaad: solo un anno fa vinceva il primo Challenger, ora è n.54 e mostra di avere tutte le carte in regola per diventare protagonista (e modello) nel tennis del futuro

di Andrea Nizzero - foto Getty Images

L’elitario club del tennis maschile di vertice chiede a chi vuole iscriversi requisiti sempre più precisi, sempre più severi. Se due tra questi sono ormai uguali e irrinunciabili per tutti (personalità e preparazione fisica), altri stanno diventando preponderanti come mai prima. Con il dominio imposto su tutto il campo di partecipazione presente a Gstaad, Matteo Berrettini ha confermato di trovarsi in una posizione privilegiata lungo la curva d’evoluzione di questo splendido gioco. Ci sono stati italiani più giovani a vincere un torneo Atp (cinque in totale, l’ultimo Stefano Pescosolido, attuale tecnico federale, nel 1992 a Scottsdale) eppure nessuno tra gli azzurri, nella storia recente del nostro tennis, si era mai presentato al club di cui sopra con questo piglio.

49 turni di servizio, 0 break
In Svizzera, il romano ha sconfitto Radu Albot, Andrey Rublev, Feliciano Lopez, Jurgen Zopp e Roberto Bautista Agut senza perdere un set, e soprattutto senza cedere nessuno dei 49 turni di battuta. In finale, giocata sì a 1.100 metri d’altitudine ma pur sempre su terra battuta e contro un giocatore abile in risposta, ha servito 17 ace di cui cinque (cinque!) solo nel fondamentale tie-break del primo set. Sono statistiche che in Italia si faticavano a trovare persino ai tempi di Camporese e che rimangono clamorose al di là della nazionalità, per uno che in un’unica settimana ha aperto e archiviato le pratiche “primo quarto in carriera”, “prima semi”, “prima finale” e infine primo titolo a livello Atp. Il tutto a un anno esatto dal primo trionfo nei Challenger.

Un titolo… pesante
L’esperienza di Bautista Agut, numero 17 del mondo che di finali in carriera ne aveva giocate già quattordici, è stata annullata dalla fiera e tranquilla determinazione di Matteo. “Ora devo rimanere concentrato – le parole a caldo del romano – per la finale di doppio e non pensare troppo a questa vittoria, ma sono decisamente molto felice”: una frase che dice più del significato delle sue parole. L’ha pronunciata poco dopo aver sollevato il primo trofeo della sua carriera, un titolo pesante non solo in senso letterale (l’espressione più affaticata della settimana in Svizzera gli si è letta in faccia mentre cercava di sollevare la roccia che fa da coppa): la splendida Gstaad ospita questo torneo dal lontano 1898 e ha visto vincere, tra gli altri, gente come Laver, Pietrangeli, Edberg, Vilas, Federer. La concentrazione Matteo l’ha poi tenuta per davvero, tornando in campo poco dopo la premiazione e accompagnando al successo anche il quarantenne Daniele Bracciali. Il circuito maschile è stato di un acceso color azzurro in questi ultimi otto giorni, con ben tre titoli di singolare, oltre a una finale e a un titolo di doppio. È il quinto trionfo dell’anno, una cifra che non vedevamo dal 1977, quando Barazzutti, Pietrangeli e Panatta ne conquistarono addirittura sette. In tutto ciò non si può non citare Marco Cecchinato, che con i suoi exploit ha avuto l’ulteriore merito di aver mostrato ai suoi connazionali che, in poche parole, si-può-fare.

Viaggiare (anche) solo
Berrettini è allenato da Vincenzo Santopadre al Circolo Canottieri Aniene ed è seguito per la Federazione da Umberto Rianna, ma in Svizzera era accompagnato solo dalla fidanzata e da un amico, perché nel suo percorso è previsto anche che debba imparare a viaggiare da solo. Matteo, il 24esimo italiano a vincere un titolo del tour, è salito prepotentemente alla ribalta in questo 2018 e il balzo in classifica di questa settimana (più 30 posizioni) l’ha portato al numero 54 del mondo. Gli ottavi a Doha, il tabellone principale agli Australian Open, la vittoria nel ricco Challenger di Bergamo, il primo turno superato agli Internazionali BNL d’Italia, il terzo turno a Parigi con tanto di set sottratto al futuro finalista Thiem, sono tutti indizi che durante questo weekend sono diventati una prova.

Servizio-dritto
Il suo tennis, che ha nel combinato disposto di servizio e dritto il suo pilastro principale, è un edificio costruito lentamente, badando alla solidità delle fondamenta. Buona mano, mobilità sorprendente per i suoi 193 centimetri, slice di rovescio raro per chi gioca bimane, smorzata affidabile e sicurezza tattica: se la statura si può considerare un dono, il resto è quasi tutto frutto di duro lavoro. Il suo nome, per quanto noto da tempo ad appassionati e addetti ai lavori, non era tra quelli che pochi anni fa conquistavano titoli, del circuito junior o di un giornale: con papà Luca e mamma Claudia ha scelto un percorso che, negli anni da under 18, lo ha portato a costruirsi quei fondamentali che ora gli invidiano tanti, se non tutti, e a farlo a scapito dei risultati (al massimo è stato numero 52 del ranking junior Itf, parecchio più indietro rispetto ai migliori coetanei). Gli infortuni, tra cui quello al ginocchio di un paio d’anni fa, hanno temprato ulteriormente una forza di volontà rara. Ora ha uno schema tattico semplice ed efficace, che gli consente di pensare poco nei momenti in cui è meglio non farlo, e una varietà di soluzioni che non ti aspetteresti da un pivot come lui. Proprio questi elementi rendono Matteo un giocatore quanto mai adatto al tennis che stiamo vivendo. E a quello del futuro.