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NUOVO CORIC, VECCHIO CILIC: ORGOGLIO CROATO

Il nuovo Borna e il vecchio Marin monopolizzano la settimana tra Halle e Queen's

di Enzo Anderloni | 25 giugno 2018

Il nuovo Borna e il vecchio Marin monopolizzano la settimana tra Halle e Queen's. Il primo fa venire vari dubbi a Federer (niente 99° titolo), l'altro ritarda la resurrezione di Djokovic, nonostate un match point…

di Alessandro Mastroluca - foto Getty Images

“Adoro le grandi sfide”. Parola di Borna Coric, che il principio guida nel percorso verso le sue grandi destinazioni se l'è tatuato addosso: non c'è niente di peggio che essere ordinari. Nella settimana del k.o. tecnico di Modric all'Argentina, Coric scandisce la conclusione della prima parte di stagione con l'inizio di una strada nuova. Prima di Halle, aveva vinto solo due partite sull'erba. Il dominio espresso su Alexander Zverev, che inizia a sentire forse il peso del confronto e difficilmente sarà morfologicamente e stilisticamente un ottimo giocatore da erba, era già un primo segnale. Se ne sono aggiunti molti altri fino al secondo titolo in carriera. Ha tolto a un Federer infastidito e stizzito il decimo titolo a Halle e la possibilità di presentarsi a Wimbledon con l'obiettivo di alzare il trofeo numero 100 in carriera.

I progressi fatti
Se Coric ha raggiunto le 24 vittorie in stagione in 34 partite, ha festeggiato il secondo titolo Atp, il sesto successo su un top 5 e il best ranking al numero 21, è il frutto di una consapevolezza, di un'energia competitiva sempre presente ma troppe volte dispersa fra cambi di coach, obiettivi troppo alti e precoci e una crescente frustrazione. Ha scelto il miglior Virgilio per uscire da una nuvola di dubbi: Riccardo Piatti. Troppe volte, soprattutto in tornei non così glamour, Coric si era mostrato ordinario, e magari avrà rivisto il bambino che era, che piangeva per tutta la partita se perdeva il primo game. Piatti sa come trasformare le naturali ondulazioni dell'ambizione in una crescita costante. E Coric di lui si fida, lo vedi da come applica in campo uno stile per lui non abituale. Molto è cambiato da Indian Wells, dalla semifinale proprio con Federer. Quella partita, ha sottolineato Piatti, l'ha giocata come se non ci credesse abbastanza, con un fondo di insicurezza mascherato dietro un tennis inutilmente all-in, senza margini.

Un passo avanti
Nel nuovo Coric e nel “vecchio” Cilic, vecchio per coerenza col suo tennis, non certo per ragioni anagrafiche, passano i successi di una nazione che si è sempre specchiata nei suoi eroi sportivi, più facilmente nelle squadre e ancor di più nelle nazionali che hanno tradotto il senso collettivo di patriottico riscatto (la nazionale di calcio al Mondiale di Francia, o la selezione di pallanuoto che monopolizza Olimpiadi e Mondiali). Sanno che chi danza al ritmo degli altri, come scrive il giornalista e poeta Mladen Vukotic, rimane sempre un passo avanti e due indietro. Contro Novak Djokovic, prima del Queen's, Cilic aveva vinto solo una partita su 15 e appena sei set su 41. Il match point salvato sul 4-5 del secondo è un cambio di passo. Un nuovo inizio per entrambi, che han saputo trattare trionfo e disfatta senza lasciare che gli accidenti dello sport si ergessero a padroni del proprio tempo. Ripenseranno a quel che è stato quando torneranno a leggere i versi di Kipling nell'attraversare la porta che dà sul Centrale di Wimbledon. Pensieri diversi, per il finalista che torna per mutare le lacrime di frustrazione di dodici mesi fa in fiume di gioia, e per il campione che sta riscoprendo risorse e motivazioni per godersi il viaggio senza farsi strizzare dalla responsabilità del risultato a tutti i costi.

Petra verde
Il sorriso per una vittoria di forma o di sostanza unisce l'Inghilterra da Londra a Birmingham, sede di uno dei tornei pre-Wimbledon per eccezione del circuito Wta. Unisce chi vede i Tre Leoni completare gioco, partita e incontro su Panama e chi preferisce riempire le tribune dell'Edgebaston Priory Club. Petra Kvitova che alza per la seconda volta di fila il trofeo dedicato a Maud Watson, prima campionessa di Wimbledon delle Midlands, li ringrazia. La vittoria sull'amica Magdalena Rybarikova, semifinalista ai Championships un anno fa, vale molto di più del 25mo titolo in carriera, del quinto su cinque finali quest'anno. Vale un posto da favorita, qualunque verdetto dia la classifica, per i Championships. A parte i 22 errori nel primo set della finale, Kvitova per tutta la settimana ha giocato esattamente per come è in questo periodo, con una serena e assoluta convinzione, con la fluida facilità di chi anticipa la soluzione a problemi che suo malgrado ha iniziato a pesare diversamente da prima.

La vera felicità
Questioni di stile, di vita, di priorità. E quelle sono cambiate, per ben più gioiose ragioni, per Tatiana Malek, che dal 2011 ha preso il cognome del marito coach, Charles Edouard Maria. Son cambiate perché a qualche giorno dal Natale del 2013 è nata Charlotte, che ha cinque anni e con la mamma ha già visto il mondo. Aveva vinto tre partite quest'anno, Maria, e in carriera non era mai arrivata nemmeno in semifinale. Al Santa Ponsa Country Club, a Maiorca, torna bambina pure lei per un attimo, perché il primo titolo è felicità senza pensieri. Anastasia Sevastova, che nel torneo diretto da Toni Nadal ha giocato tre delle sue cinque finali in carriera, ha invece sempre quell'aria un po' sofferta di chi non sorride mai abbastanza. E allora è Maria ad avverare, con gli scarti tipici del destino e della vita, la speranza di molti tifosi a ogni latitudine. Nell'ultima domenica di giugno, qualcuno nato l'8 di agosto ha vinto davvero.