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DA PARIGI A LONDRA, BJORN BORG È DA RECORD

Il campione svedese conquistò dal 1978 al 1980 l’accoppiata Roland Garros-Wimbledon, un’impresa mai riuscita ad altri nella storia del tennis

di Enzo Anderloni | 23 giugno 2018

Il campione svedese conquistò dal 1978 al 1980 l’accoppiata Roland Garros-Wimbledon, un’impresa mai riuscita ad altri nella storia del tennis. In carriera vinse 11 Slam. E smise di giocare a 26 anni…

di Alessandro Mastroluca - foto Getty Images

“Dove possiamo trovare dei campi in erba per Guillermo Vilas?”. L’argentino deve preparare il torneo di Wimbledon nell’estate del 1976. Qualcuno del suo staff ha contattato Peter West, responsabile della società di marketing West Nally. E West sa esattamente da chi andare. Da Colin Hess, che fa parte del comitato del Cumberland Lawn Tennis Club a Hampstead. L’accordo si fa presto.
“Porterai uno sparring partner?” gli chiedono. “Sì, un ragazzo svedese, si chiama Bjorn Borg”. Su quei quattro campi perfettamente allineati e curati con ogni tempo dal giardiniere Pepe Villarette matura il primo titolo a Wimbledon di questo ragazzo svedese che ha già vinto due volte al Roland Garros (1974,’75), in un’estate fra le più calde del Novecento in Gran Bretagna, e i quattro di fila che seguiranno.

Alla stessa ora
Lennart Bergelin, il coach di Borg, prenota sempre alla stessa ora, dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 17, un campo al Cumberland e uno al Vanderbilt Club, che ha i campi al coperto in caso di pioggia. Lavorano soprattutto sul servizio, che non sarà più completato in un unico movimento. Borg si allena con Vilas, e anche a lui Ion Tiriac sta cercando di cambiare il rovescio. Non gli basterà per fermare lo svedese al Roland Garros del 1978.

Come sempre, una volta messo piede al Cumberland, nei primi giorni di allenamento Borg è pessimo. Le stecche non si contano, c’è chi pensa sia sotto l’effetto di droga.
Ma è solo un campione che ha bisogno di tempo e sforzo per arrivare ai movimenti corti che servono sui rimbalzi bassi. È fin troppo razionale, analitico, e questo lo porta a dubitare di se stesso.
Sa di essere vulnerabile, infatti odia giocare i primi turni. All’epoca, però, commenta Wilander nel bel libro di Malcolm Folley ‘Borg contro McEnroe’, lo svedese è “più veloce dell’evoluzione dei materiali”.

In capo al mondo
Da quel punto di vista, i materiali sono ancora all’antica, racchette di legno e corde di nylon che Borg si fa applicare con tensione non sostenibile per i comuni mortali dall’unico incordatore di cui si fidi, a Copenhagen. Con quelle racchette nel 1978, scherza in finale Jimmy Connors, che minaccia di seguirlo fino in capo al mondo per vendicarsi ma non lo affronterà più in un match per il titolo in uno Slam, e per la prima volta si inginocchia sul prato del Centrale di Wimbledon.

Ha vinto il titolo per la terza volta di fila, ha eguagliato il record di un Fred Perry meravigliato come ogni spettatore. “Dovranno passare anni per rivedere un’esibizione di tennis così” commenta, come riferisce l’Observer. Ha completato un’impresa che sembrava impossibile, ha vinto il Roland Garros e Wimbledon nello stesso anno. Dall’ultimo grande Slam di Rod Laver nessun uomo c’era mai riuscito. Borg, che non è Paganini, si ripete. La doppietta Roland Garros-Wimbledon la realizza anche nel 1979 e nel 1980. Nessuno ci riuscirà più fino all’avvento di Nadal e Federer. Vincere i due titoli simbolo sulle superfici più diverse nella storia del gioco è come trionfare al Giro e al Tour de France nella stessa stagione.
“E’ la sfida delle sfide” ha detto l’anno scorso Wilander all’agenzia Reuters.

A metà del percorso
Negli ultimi anni, però, ha spiegato Nadal, la sfida ha cambiato natura. Se si guarda alla tecnica, ai dettagli del gioco, la transizione oggi non è più così complicata, sottolineava nel 2014. Ma la pressione, la solidità che si richiede ai giocatori per vincere i due tornei, è perfino superiore al passato. “Dopo un mese e mezzo sul duro in America - spiegava - e una stagione lunga sul rosso, se arrivi a vincere il Roland Garros hai giocato per tanto tempo al massimo, mentalmente e fisicamente. Sapere di essere solo a metà del percorso, se l’obiettivo è mettersi sulle spalle dei giganti, non rende più agevole l’impresa”.
Ma come diceva Severiano Ballesteros, leggenda del golf che di prati se ne intende, “un grande atteggiamento fa vincere più di un grande swing”.