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KODES, UN MITO DA PRAGA A PARIGI

Il campione ceco, premiato a Roma con la Racchetta d’oro, vinse due Roland Garros

di Enzo Anderloni | 02 giugno 2018

Il campione ceco, premiato a Roma con la Racchetta d’oro, vinse due Roland Garros. Negli anni della Cortina di ferro, i francesi gli offrirono asilo. Fu 3 volte finalista a Roma e conquistò Wimbledon nel 1973

di Alessandro Mastroluca

Un campione elegante, che ha aperto la strada all’era moderna del tennis nell’allora Cecoslovacchia. Jan Kodes, che ha vinto tre Slam fra il 1970 e il 1973, resta soprattutto il campione di Wimbledon nell’anno del boicottaggio della maggioranza dei Pro ‘occidentali’, proprio il ’73. Ma la finale contro il sovietico Alex Metreveli, come lui in campo da rappresentante d’Oltrecortina, è solo il capitolo più noto di una storia che inizia da lontano.

Figlio di un avvocato che lavorava in fabbrica
Inizia nel quartiere di Karlin, a Praga. Jan è figlio di un avvocato costretto dal regime a lavorare in fabbrica all’inizio degli Anni Cinquanta. Fino ai 18 anni si divide fra tennis e calcio. Gioca a pallone per il Cechia Karlín, che poi cambia nome in Dukla. Ancora non si era spenta la stella di Jan Knobloch. Lo chiamavano Madelon, perché gli piaceva una canzone francese del periodo della guerra che si chiamava così (Madelon, nel testo, è la cameriera di una taverna corteggiata da un gruppo di soldati). Knobloch, una mezzala sinistra, è un’icona dello Sparta Praga. Kodes entrerà poi nella squadra di tennis del club, dopo aver definitivamente abbandonato il calcio anche perché la mamma era preoccupata delle conseguenze degli interventi duri dei difensori avversari, a una condizione: che il padre potesse entrare nell’ufficio legale.

Da “socialista” sul Tour
Attraversa la grande rivoluzione del tennis, il passaggio all’era Open, con una doppia responsabilità. Non è facile in quegli anni rappresentare una nazione socialista e praticare uno sport individuale in cui avere successo significa mostrare un desiderio di indipendenza e libertà. “I viaggi all’estero erano ristretti” raccontava. “Per prendere parte ai tornei, dovevi farti approvare un programma in anticipo dalle autorità e chiedere il permesso di lasciare il Paese. E ai tornei più importanti eravamo accompagnati da un ‘compagno’ mandato per assicurarci che ci comportassimo bene”.

Il primo Slam a Parigi dove diventa un idolo
Nel 1970, il primo trionfo al Roland Garros alimenta sogni e ambizioni. “Il primo titolo dello Slam è sempre il più difficile” ha detto in un’intervista a Radio Praga, “perché lo senti che stai per conquistare un posto nella storia. Ero molto nervoso, chiaramente. Avevo vinto un match molto difficile negli ottavi contro Tiriac, finito al quinto set dopo quasi quattro ore”. Molto più agevole, invece, la finale contro Zeljko Franulovic.

Quando torna per confermare il titolo, la Federazione francese si offre di garantirgli asilo, un appartamento e la possibilità di allenarsi. Quell’anno, per la prima volta, le teste di serie non devono spostarsi in taxi o in metro: l’organizzazione decide di mettere a disposizione delle auto e consegna le chiavi ai top player. Kodes, insieme al coach, una sera passa col rosso. Ma è talmente amato e riconosciuto che un vigile lo riconosce e lo lascia passare senza multarlo. In finale, Kodes affronta uno dei suoi più grandi rivali, Ilie Nastase. Il ceco, avanti due set a uno, è sotto 3-1 nel quarto. Nasty ha tre palle break per salire 4-1. Gli gioca una palla corta, Kodes ci arriva, ma è costretto a una volée difficile che lo lascia sulle ginocchia. Nastase gli gioca addosso, Kodes si rialza di scatto, vince il punto e fa impazzire il pubblico. E ogni volta che aveva il pubblico dalla sua, trionfa.

Tre volte in finale a Roma
Chiude la carriera con undici titoli, con tre finali perse agli Internazionali d’Italia. Ha sofferto per la sconfitta contro Borg nella finale di Coppa Davis del 1975, perché per il regime perdere giocando per la nazionale era decisamene più grave. C’era nel 1980, nella finale di Praga, l’ultima con gli arbitri non neutrali, finita con la foto, allora rivoluzionaria, dell’intera squadra con la coppa. C’era ma non ha giocato. “Ivan Lendl e Tomas Smid erano più giovani e più forti di me”, ha ammesso. Stava iniziando una nuova era. Ma senza Jan Kodes, non sarebbe stato possibile.