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PERCHÉ È IMPOSSIBILE BATTERE NADAL SULLA TERRA ROSSA

Il suo rovescio è inattaccabile (e sa fare male), il servizio è uno dei più adatti al gioco sul rosso, senza parlare del diritto

di Enzo Anderloni | 24 aprile 2018

Il suo rovescio è inattaccabile (e sa fare male), il servizio è uno dei più adatti al gioco sul rosso, senza parlare del diritto. In determinate condizioni (secche e asciutte, come a Monte-Carlo) è inarrestabile

di Andrea Nizzero - foto Getty Images

A poche settimane dallo scoccare dei suoi 32 anni, dopo mesi di salute incerta e di consuete chiacchiere sul suo futuro, Rafael Nadal sembra più distante che mai dal mollare la presa sulla superficie che è ancora sua come non è stata di nessuno mai. Questo Nadal, che era stato un punto di domanda dall’ottobre scorso fino al week-end di Coppa Davis di due settimane fa, sembra essere privo di rivali sul rosso come nemmeno nei suoi anni di straripante gioventù. I trentasei set vinti consecutivamente sul rosso a partire dagli Internazionali BNL d’Italia dello scorso anno, quando Dominic Thiem lo batté e si illuse di poter rappresentare un serio ostacolo per questo strepitoso ‘scherzo della natura’, rappresentano la striscia di parziali vinti più lunga della sua carriera; di più, sono la cifra del suo rinnovato dominio, un dominio che nel corso degli anni solo Djokovic è realmente riuscito a scalfire (a quale prezzo, ancora non si sa davvero).

Implacabile
A dar da pensare è anche il fatto che, prima di Monte-Carlo, Rafa non concludesse un torneo sulle sue gambe dal Masters 1000 di Shanghai, dove fu sconfitto in finale da Federer. Dal ritiro nei quarti in Australia lo abbiamo rivisto solo a inizio aprile. Le due partite contro la Germania a Valencia gli hanno dato quelle due-conferme-due che gli servivano sulla sua condizione, e a Monte-Carlo è stato implacabile in modo clamoroso, persino per i suoi standard. Solo Dimitrov è stato in grado di portargli via quattro giochi in un set, compiendo uno sforzo tale da farlo annegare nel secondo parziale. Il povero Grisha aveva iniziato la semifinale di sabato giocando qualcosa di molto simile al suo miglior tennis in carriera: dopo venti minuti, era sotto 0-3.

L’inerzia è quella componente magica dello sport (e del tennis in particolare) che in inglese viene resa con il termine “momentum”, quella spinta misteriosa che può capovolgere il risultato o l’andamento di una partita in qualsiasi situazione di punteggio. In una partita su sfondo rosso contro Rafa, l’inerzia sembra non esistere. O meglio, fluisce in una sola direzione. Giocare contro di lui su terra battuta deve assomigliare a una nuotata contro corrente in un fiume in piena: non importa l’impegno che ci metti, la determinazione con cui parti o la qualità delle tue bracciate, i risultati non possono che sembrarti temporanei ed effimeri.

Le armi invincibili
Dopo la semifinale con Dimitrov, Rafa si è reso protagonista dell’episodio su cui sono già stati scritti milioni di caratteri: “Ho solo scritto a Carlos che avevamo bisogno di prenotare un campo in fretta, tutto qua”, ha risposto Rafael Nadal a chi, sabato pomeriggio, gli ha chiesto cosa stesse facendo al cellulare pochi secondi dopo il match-point vinto contro il bulgaro. “L’ho fatto un sacco di volte durante la mia carriera”, ha spiegato Rafa pensando di sminuire il fatto che stesse tornando ad allenarsi dopo una semifinale: “Volevo solo colpire qualche vincente di diritto che penso mi servirà per domani, tutto qua”. Il fatto è stato preso, giustamente, a paradigma di ciò che caratterizza una carriera e una forza di volontà sovrumane come quelle di Rafa. Non illudetevi, però: non basta.

Perché Rafa è talento puro, al di là della tigna, del diritto, delle gambe e dell’intensità. Come non ha mancato di far notare Craig O’Shaughnessy, il tecnico australiano assoldato dall’Atp per divulgare e rendere accessibili gli aspetti più complessi del tennis professionistico, contro Kei Nishikori in finale Rafa è stato capace di colpire 87 rovesci nello scambio e sbagliarne appena cinque. Su terra battuta, contro un avversario che aveva palesemente scelto di attaccare il lato destro di Rafa, sbagliare un rovescio su dodici sarebbe già un risultato incredibile. Aggiungeteci la disarmante semplicità con cui Nadal ha sparato vincenti bimani (per tutta la settimana, a dire il vero) e avrete un’idea di quanto inesauribile sia il suo arsenale.
L’altra arma al curaro a sua disposizione, che spesso è stata scambiata per una debolezza, è il suo servizio: è semplicemente cucito addosso al suo gioco, e gli permette di sfruttare tutte le sue qualità scoprendo al contempo le debolezze degli avversari. Mettendo insieme le statistiche e i giocatori dell’Era Open, su ogni superficie, Rafael Nadal è il giocatore con la più alta percentuale di punti vinti sulla seconda palla. Ha vinto più di 13.500 punti sugli oltre 23.600 giocati in carriera: il 57,20 per cento. Lo insegue Federer con il 56,74. Sampras, per intenderci, è in 29a posizione. (fonte Atp).

Condizioni ideali
La settimana di gloria climatica che ha illuminato il Mediterraneo su cui si affaccia la Costa Azzurra ha messo Rafa nel suo ecosistema perfetto: mare a due passi, aria calda e asciutta, mattone tritato di qualità molto simile a quella di Parigi. Al contrario di qualche leggenda popolare ancora in circolazione, Rafa adora queste condizioni e detesta quelle lente e umide: col sole la sua palla gira, rimbalza e in generale fa male molto di più. Il suo trionfo lo allontana sempre di più dal resto dell’umanità: è stato il titolo numero 11 a Monte-Carlo (prima di lui, tre vittorie costituivano il record dell’Era Open), il 31esimo Masters 1000 (supera Djokovic a 30), il 54esimo sulla terra battuta (Vilas, secondo di sempre, è fermo a 49).

Dopo un torneo letteralmente abbagliante, è pressoché impossibile assegnare il ruolo di rivale di questo autentico fenomeno, perlomeno per le prossime sei settimane. Il giocatore più forte di tutti i tempi su terra battuta (senza che ci sia uno straccio di dubbio in merito) sembra non avere reali avversari e sembra ancora possedere quella umile tranquillità che da sempre sostiene e alimenta la sua forza. Dominic Thiem, reo di averlo battuto la scorsa primavera, ha saggiato cosa vuol dire essere temuti da Rafa: è stato spazzato via dal campo. “Quelle sono cose che importano a voi [giornalisti], perché dovete scrivere chi è il favorito”, ha detto Rafa durante il torneo. “Io devo solo giocare bene, vincere i match, essere un giocatore migliore ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno”. Essere in grado di mettere davvero in pratica quelle parole, per 15 anni di carriera, è un altro dei motivi per cui costui è tutt’ora un dominatore assoluto, anche dopo aver vinto dieci Roland Garros e sedici Slam.
Domenica Rafa era a Barcellona prima che tramontasse il sole. In Catalogna il n.11 potrebbe tornare a fare notizia, anche se Nishikori e Djokovic (in agguato in tabellone già prima delle semifinali) sognano uno sgambetto. Lo stesso fanno, o faranno, Del Potro, Zverev, Thiem: non manca chi, sulla carta, da qui a giugno potrà sfruttare una sua giornata storta, magari sotto un po’ di pioggia. Ma finché il sole splende sopra la testa e negli di occhi di Rafa, il resto del mondo non potrà fare altro che seguire il numero 1 del mondo, fino a Parigi.