-
Archivio News

GLI AUSTRALIAN OPEN, IL TORNEO PIÙ BOLLENTE

A Melbourne si gioca in condizioni estreme, per calore o umidità

di Enzo Anderloni | 30 gennaio 2018

A Melbourne si gioca in condizioni estreme, per calore o umidità. Ma l’edizione del 2014 superò ogni record: temperatura oltre i 45 gradi per giorni. Svenimenti, ustioni: sui campi si cuocevano le uova. E anche quest’anno…

di Alessandro Mastroluca - Foto Getty Images

Mentre in America almeno 20 persone muoiono per le tempeste di neve, un’immagine fa il giro del mondo, in direzione ostinata e contraria, da Melbourne. Un uovo fatto cadere sul Plexicushion dell’Australian Open si cuoce in dieci minuti. La temperatura arriva a 46 gradi. Rimane una delle edizioni più estreme di sempre.
Non è un caso se il primo Slam della stagione ha in vigore una procedura che consente di interrompere le partite se si supera una certa soglia, fissata inizialmente a 40 gradi celsius, poi abbassata a 38.

Le prime “lamentele”
Se ne comincia a parlare nel 1997. Si lamentano Mary Joe Fernandez, che batte agli ottavi Patty Schnyder, e Pete Sampras che batte in cinque set Dominik Hrbaty e sente i piedi in fiamme. Non viene comunicata una temperatura ufficiale, ma per i giocatori si sfiorano i 50 gradi. Si gioca sul Rebound Ace, una superficie dura ma collosa che assorbe tutto il calore, e rende le condizioni ancora più estreme. In due giorni, fra la prima domenica e il lunedì della seconda settimana, oltre 200 spettatori devono essere curati per colpi di calore.
L’edizione più estrema rimane però quella del 2014. Gli organizzatori sono già passati all’attuale superficie, il Plexicushion ma per quattro giorni, la temperatura resta fra i 42 e i 44 gradi. Nella sola seconda giornata del torneo, gli episodi allarmanti si moltiplicano. Sul campo 6 Frank Dancevic sviene quattro volte e inizia ad avere le allucinazioni contro Benoit Paire, che vince in tre set. “Ho giocato match lunghi tutta la vita, non è normale che collassi dopo un set e mezzo, è disumano” protesta. Caroline Wozniacki poggia una bottiglia sul terreno e la plastica alla base comincia a fondersi. Si squagliano le suole delle scarpe di Jo-Wilfried Tsonga, Jelena Jankovic si siede su una sedia incustodita e si ustiona. L’immagine più chiara delle condizioni la dà Viktoria Azarenka, campionessa in carica. “E’ come danzare in una friggitrice”.
Il gioco non si ferma, nonostante i nove ritiri al primo turno. Abbandona fra gli altri Ivan Dodig che dice: “Ho temuto di morire”. Non svengono solo i giocatori. Lo spagnolo Daniel Gimeno-Traver deve soccorrere un ball boy che, nonostante i turni appositamente ridotti, ha avuto un mancamento per il troppo caldo.

Gioco interrotto
Si rimane vicini ai 44-45 gradi fino al venerdì ma gli organizzatori scelgono di interrompere il gioco solo il giovedì, per quattro ore. Ma la regola allora vuole che prima di fermarsi i giocatrici e le giocatrici devono comunque completare il set in corso. Un bel problema per Maria Sharapova e Karin Knapp che sulla Rod Laver Arena stanno giocando un terzo parziale che dura da solo 18 giochi e quasi due ore.
A molti, anche a chi ne ha solo sentito parlare fra i quasi 1000 tifosi che devono ricorrere alle cure mediche il primo mercoledì del torneo, le condizioni ricordano il 13 gennaio 1939, il venerdì nero in cui gli incendi boschivi hanno devastato, direttamente o indirettamente, lo Stato di Victoria di cui Melbourne è capitale.
Allora come oggi c’erano fuoco e rabbia, fire and fury verrebbe da dire pensando al besteller sul dietro le quinte della presidenza Trump. La prova estrema lungo la via che porta al successo. E lì ne resterà solo uno. È la legge dello sport e della vita. Solo il più in forma sopravvive.