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PROPRIOCEZIONE: LA PRIMA CURA PER IL GOMITO DEL TENNISTA

Un tema sensibile per ogni appassionato praticante

di Enzo Anderloni | 22 gennaio 2018

Un tema sensibile per ogni appassionato praticante. Vi presentiamo l’approccio propriocettivo per il trattamento dell’epicondilite sviscerato nella teoria e nella pratica, con tre esercizi spiegati (e illustrati) da mettere in atto

di Rodolfo Lisi * - foto getty images

* posturologo, laureato in Scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattative

Aabbiamo già visto in un articolo precedente che cosa s’intende davvero con l’espressione “gomito del tennista”. Si tratta, per riassumere, di una tendinopatia inserzionale degli estensori del polso e delle dita, caratterizzata da dolore puntorio in occasione di impegno funzionale in estensione contro resistenza. Questa volta però vediamo come è possibile trattare il fenomeno dell’epicondilite. E vediamo anche perché utilizzare un approccio di rieducazione propriocettiva.
Nonostante dopo un trauma la capacità di traduzione dei meccanocettori possa essere temporaneamente ridotta o alterata, l’attività propriocettiva deve essere riattivata al più presto (ancor prima del recupero della forza muscolare) perché - sia in fase iniziale che nel continuum della rieducazione - essa mira a rinforzare la coscienza e la consapevolezza del movimento, sia dal punto di vista neurofisiologico che cinesiologico e meccanico, e permette di riscoprire e di ristabilire l’informazione sensoriale, ovvero la base di ogni corretto movimento.

Che cos’è la propriocezione
Più precisamente, la propriocezione corrisponde alla capacità di percepire il proprio corpo e si articola in tre diverse modalità: il senso della posizione, il senso del movimento (cinestesia) e il senso della forza sviluppata dalla contrazione muscolare.
La propriocezione si basa innanzitutto sui propriocettori muscolari (fusi neuro-muscolari) e tendinei (recettori di tensione), sensibili, rispettivamente, all’allungamento e alla tensione sviluppata dal muscolo, sui recettori articolari (recettori di deformazione), ma anche su quelli cutanei (recettori di deformazione/vibrazione che permettono la percezione aptica). Un contributo fondamentale viene dato, inoltre, dal sistema vestibolare dell’orecchio interno (recettori delle cellule cigliate).
I propriocettori muscolari, i recettori articolari e quelli cutanei attivano i neuroni somato-sensoriali localizzati nella corteccia sensoriale primaria, la cui scarica è necessaria per la normale funzione percettiva. Ristabilire l’informazione corretta dei meccanocettori lesionati da un trauma è il primo “step” di un efficace percorso riabilitativo. Ogni paziente richiede, in ciascuna fase del processo riabilitativo, una maggiore attenzione di uno o di un altro elemento. Ma, senza voler essere rigidamente vincolati a un preordinato protocollo, si è persuasi che occorre migliorare, in primis, la rieducazione propriocettiva (il cervello - che è un simulatore biologico - deve svolgere azione di proazione, deve, cioè, anticipare l’innesco dei muscoli e metterli poi in movimento: ciò può avvenire correttamente solo se le informazioni sono coerenti).

In posizione seduta, braccia distese
e mani poggiate sulle ginocchia (A).
Flettere i gomiti, mantenendoli
a contatto con il torace, e poggiare
le mani sulle spalle (B).
Ritornare nella posizione
di partenza. Ripetere più volte.

A gomito piegato (circa 90°),
adagiare il segmento anatomico
avambraccio-polso-mano su
un piano. Assicurarsi che
la mano, con il palmo rivolto
verso il basso, sia in linea
con l’avambraccio (A).
Far scorrere, lentamente,
le punta delle dita lungo
il piano e verso il polso (B).
Durante il movimento mantenere
il polso sul piano orizzontale.
Ritornare nella posizione
di partenza. A gomito piegato in appoggio
su un tavolo, serrare
cautamente a pugno le prime
quattro dita mantenendo
il quinto dito in estensione
e in linea con l’avambraccio (A).
Ruotare, lentamente, il palmo
verso l’alto (B) e verso
il basso (C) sull’asse quinto
dito-avambraccio per
circa 8 secondi.

Le fasi della rieducazione
Si è altresì persuasi che è necessario inserire esercizi propriocettivi ad ogni stadio/fase della rieducazione. Ovvero: 1) durante i primi movimenti passivi per migliorare il riconoscimento propriocettivo articolare (di posizione, di inizio movimento); 2) durante i primi movimenti attivi per riconoscere il grado di attivazione muscolare e la coordinazione tra agonisti, antagonisti e fissatori; 3) durante gli esercizi di forza per poter stabilizzare efficacemente e, infine, anche nel corso di esercizi di resistenza per mantenere la postura e i giusti rapporti articolari del segmento di movimento.
È importante che qualunque esercitazione abbia come fondamento l’intenzione motoria e la capacità di discriminare il “senso del movimento” perché il cervello può modificare la risposta dei neuroni sensoriali centrali. Diversamente, l’esercitazione si baserà su un apprendimento per riproduzione e non per costruzione del movimento volontario, adatto in molte forme di educazione e rieducazione motoria. In pratica, si devono valorizzare gli aspetti percettivi, coordinativi, interattivi, strategici e tattici. Così facendo, si costruisce un’immagine mentale multisensoriale che si fissa nella corteccia e il movimento, basato non sulla casualità ma sulle operazioni, verrà correttamente appreso e memorizzato. Da preferirsi, inizialmente, semplici esercitazioni per migliore la “memoria” neuro-motoria (come si vede nella figura 1). Successivamente, il training propriocettivo può prevedere l’utilizzo di particolari e molto soffici palle zavorrate (anche solo 1 kg di peso), un lavoro in quadrupedia su superfici instabili ed esercizi sensomotori (figure 2 e 3).