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PETER LUNDGREN, IL CLONE DI BORG CHE PLASMÒ FEDERER

Capelli biondi e piedi veloci, Peter Lundgren sembrava la replica di Bjorn

di Enzo Anderloni | 18 dicembre 2017

Capelli biondi e piedi veloci, Peter Lundgren sembrava la replica di Bjorn. Batteva n.1 come Ivan Lendl e Pete Sampras ma era discontinuo e arrivò solo fino al n.25 Atp. Da coach guidò il giovane Roger al suo primo Slam

di Alessandro Mastroluca

“Ehi, sei sicuro che stai colpendo bene?”. Si affaccia sarcastico sulla rete Ivan Lendl. Ha perso uno scambio lungo nella semifinale del torneo di San Francisco del 1987. Mancherà anche due match point ma dopo 3 ore e 12 minuti perderà la prima partita dalla finale di Wimbledon, dopo 25 vittorie di fila. È il più bel match, per molti, nella storia del torneo: è il giorno della più grande vittoria in carriera di Peter Lundgren. “Battere un numero 1 del mondo è sempre un sogno che si realizza” commenta lo svedese, che ventiquattro ore più in là avrebbe centrato il terzo, e ultimo, titolo in carriera nel circuito maggiore. Per qualche tempo Lundgren si era trascinato l’etichetta di “nuovo Bjorn Borg”, piuttosto comune fra gli svedesi della generazione successiva rispetto al campione che ha cambiato la storia del gioco, ma a parte la sveltezza di piedi, che mostrava in campo e sulle piste da ballo, e i lunghi capelli biondi, c’era poco ad avvicinarli.

Con Wilander e Borg
La sua strada l’ha portato lontano da Sundsvall, a Spånga. Il triennio migliore della sua carriera inizia nel 1985, in una serie di tornei satellite in Gran Bretagna. Viaggia da un evento all’altro sul bus messo a disposizione della LTA e dorme a casa di soci dei circoli che li organizzano. I soldi sono pochi ma, nonostante all’epoca sia solo tredicesimo nella classifica nazionale e fuori dai primi 250, ha già uno sponsor per le racchette e un accordo con l’IMG. La classifica migliora, a ottobre supera le qualificazioni a Colonia poi batte Wojtek Fibak, Goran Prpic, Jeremy Bates, Tim Wilkinson e Ramesh Krishnan. Torna nella sua camera a Spånga col primo titolo in carriera e un quarto di milione di dollari. A fine anno, è uno dei sette svedesi in top 30 con Wilander, Edberg, Sundstrom, Jarryd, Nystrom e Gunnarson. “Mio padre Hans si mise a ridere quando gli dissi che il mio obiettivo era entrare nei primi 100”, rivelò in un’intervista al quotidiano svedese Aftonbladet. Nel 1986, però, scivola fuori dai primi 50. Raggiunge la prima semifinale solo a settembre, a Los Angeles. “Ho perso troppe volte al primo turno - ammette - mi devo allenare meglio: non mi va di lavorare per poi andare in campo e uscire presto”. I risultati si vedranno l’anno successivo. La settimana prima dello Us Open ’87 vince il secondo titolo a Rye Brook contro lo statunitense John Ross (che dopo la finale si sposta a Flushing Meadows, distante poco più di mezz’ora, per l’ultimo turno di qualificazione allo Slam; arriva, scende in campo dopo una decina di minuti, e vince). “Adesso penso di battere Cash allo Us Open”, promette Lundgren, che aveva già sconfitto l’australiano, fresco vincitore di Wimbledon, a Montreal. Manterrà la promessa, ma uscirà poi al 2° turno: negli Slam non ha mai vinto più di una partita.

Scelto dalla Svizzera
Dal 2000 la Federazione svizzera lo sceglie per sviluppare i giovani talenti. Ce n’è uno con cui gioca spesso alla Playstation. Qualche volta lo batte e quando succede, il ragazzo lancia la consolle da un lato all’altro della stanza. “Non preoccuparti, ne comprerò un’altra” gli dice. È un teenager che la vuol sempre vinta lui e in allenamento spacca fin troppe racchette. Quando le loro strade si separeranno, il ragazzo è diventato uomo, è diventato campione di Wimbledon. Il ragazzo, non è un mistero, si chiama Roger Federer.