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CHI ERA PANCHO SEGURA? VE LO RACCONTA L'ESPERTO

La domanda - Ho sentito parlare della recente scomparsa di un anziano campione, Pancho Segura

di Enzo Anderloni | 26 novembre 2017

La domanda - Ho sentito parlare della recente scomparsa di un anziano campione, Pancho Segura. Che posto ha nella storia del tennis?

Risponde Alessandro Mastroluca, cronista e scrittore di tennis

La risposta
Pancho Segura, scomparso a 96 anni domenica scorsa per le complicazioni del morbo di Parkinson di cui soffriva, era famoso negli anni ‘40 e ‘50 per il suo diritto, che Jack Kramer definì “il miglior fondamentale nella storia del gioco”. Era il primo di sette fratelli di una famiglia povera di Guayaquil, figlio del guardiano della proprietà di Don Juan Jose Medina, socio anche di un locale circolo di tennis. Come il grande Garrincha, Segura soffre di rachitismo. Per questo si porterà dietro un’andatura e una postura peculiari, e si dedica al tennis per costrizione: la malattia non gli permette di giocare a calcio o a baseball.

Impara a giocare da solo, colpisce contro il muro per ore e chiede a chiunque di scambiare un po’ con lui. Nasce così il suo letale dritto a due mani. È un colpo piatto, fluido, che apparentemente non richiede sforzo alcuno. Un esercizio di perfezione che fa atterrare la palla profonda e parte da un movimento estremamente compatto. Deriva la sua forza dalla spinta di gambe e dalla completa rotazione del busto. Segura giocava allora come molti dei campioni di oggi che si sentono insicuri dalla parte del rovescio. Cerca di girare intorno alla palla, di tirare quanti più dritti possibili anche da sinistra. Mette gli avversari fuori posizione con inside-out sempre più pesanti, li costringe ad accorciare per chiudere poi nell’angolo libero. Ha un movimento impossibile da decifrare, da anticipare. Senza cambiare nulla nella preparazione, può attaccare in lungolinea, stringere il diagonale, disegnare palle corte mortifere o beffare gli avversari con letali pallonetti.

Arriva negli Stati Uniti nel 1942, studia all’Università di Miami, vince tre volte il titolo NCAA e diventa subito il primo straniero a conquistare il titolo a Cincinnati. Passato professionista, vincerà tre volte gli Us Pro Championships e sarà considerato il migliore nel circuito della Professional Lawn Tennis Association dal 1950 al 1952. Vincerà poi l’Australian Pro nel 1957 e il Masters Pro, con tutti i migliori professionisti dell’epoca, Rosewall, Gonzales, Sedgman, Trabert e Hoad, in un unico girone.

Sarà poi coach e mentore essenziale di Jimmy Connors, cui trasferisce il suo concetto semplice del gioco. Rischia sul 30-0, non sul 15-30. Sul 30-30 è meglio se metti la prima. Su un punto importante, contro un avversario che batte e scende a rete, rispondi corto e centrale. Aggredisci da subito in risposta contro la seconda. E gioca spesso il lob nei primi punti del match, così l’avversario avrà paura e lascerà più spazio per il passante. Lezioni valide ancora oggi.

Inserito nella Hall of Fame nel 1984, sarà ricordato, parola di Bud Collins, come un campione dal carattere travolgente, capace di dare colore a un circuito dominato dall’uniformità stilistica. Il tennis, per lui, è sempre stato un esercizio di democrazia. “Non importa chi sei, chi sia tuo padre, se hai studiato a Yale o a Harvard. In campo ci siamo solo io e te, e non conta nient’altro”.