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JANA NOVOTNA, ADDIO ARTISTA FRAGILE

Vinse Wimbledon, un Masters Wta e fu n

di Enzo Anderloni | 25 novembre 2017

Vinse Wimbledon, un Masters Wta e fu n.2 del mondo. Commosse tutti nel 1993 quando crollò in finale ai Championships di fronte a Steffi Graf, dopo essere stata avanti 4-1 nel terzo set. E pianse sulla spalla della Duchessa di Kent

di Alessandro Mastroluca - foto Getty Images

“Da piccola non avevo sogni, non avevo ambizioni. Ho cominciato con il tennis per puro gioco”, racconta Jana Novotna, la grande campionessa ceca che ha perso la sua ultima partita, quella fatale contro il cancro, la scorsa domenica. Quel gioco, quel divertimento si trasformò in passione e dedizione, nell’esempio di una giocatrice diventata modello, che costruì la sua scalata al successo più col duro lavoro che col talento naturale.
In un tennis che già si avviava al moderno, al primato della potenza e del fisico, il suo gioco d’attacco l’ha portata a vincere 24 titoli di singolare e 76 di doppio, 14 Slam fra tutte le specialità, tre medaglie olimpiche e la Fed Cup del 1988. Non male, per chi si è ritrovata addosso, dopo la finale di Wimbledon del 1993, l’etichetta di “choker”, di perdente, perché era avanti 4-1 con palla break per il 5-1 nel terzo contro una leggenda come Steffi Graf eppure lasciò che la partita, la sua seconda finale Slam dopo quella persa in Australia nel 1991, le sfuggisse di mano.

Troppo buona
È cresciuta giocando senza pressione, Jana. Ha abbandonato a otto anni il sogno di diventare ginnasta perché secondo il suo allenatore sarebbe diventata troppo robusta. A tennis non le va di giocare ogni giorno, ma ogni volta che va in campo non sopporta di perdere. Il senso della storia che sarà è già tutto qui. “Jana non era abbastanza aggressiva, era troppo buona per essere una top player”, ha detto Jana Mandlikova, ex giocatrice poi coach, che ha provato a incanalare il suo spirito competitivo, che le ha insegnato a voler vincere a tutti i costi. Perché i campioni, diceva Chris Evert, sono in fondo inguaribili egocentrici.
È sua madre, però, a darle l’insegnamento che l’accompagnerà con la forza dei comandamenti. “A tennis puoi vincere e puoi perdere, perciò vinci o perdi e cerca di imparare da entrambe le cose”. Ovvero, tratta i due impostori, il Trionfo e il Disastro, nello stesso modo. Lo legge Jana, quel verso senza tempo di Kipling, ogni volta che attraversa il campo che tanto le dà e le toglie, il campo senza tempo, il Centrale di Wimbledon.

Immortale nel Tempio
Il pubblico la adora, vorrebbero essere tutti lì ad abbracciarla come la Duchessa di Kent che si allontana dal cerimoniale e la consola mentre piange dopo la finale del 1993 come piangeva a 12 anni davanti a mamma Liba. “Vedrai, tornerai l’anno prossimo”, le dice. Ce ne vorranno quattro di anni perché il suo gioco che sembra modellato su quello di Martina Navratilova (anche se da giovane non l’ha praticamente mai vista perché in Cecoslovacchia dopo la sua defezione era come se non esistesse), torni a illuminare il Centre Court nell’ultima domenica di torneo. Testimonia la storia, ma ancora dalla parte sbagliata, quella di chi ha perso. Nel 1997 infatti deve assistere alla gioia di Martina Hingis, la più giovane vincitrice di Wimbledon dopo Lottie Dodd nel 1887. Stavolta, quando incontra la Duchessa non ci sono lacrime. Chiacchierano come due vecchie amiche. Jana le dice che gli anni stanno cominciando a passare, la duchessa le assicura che la terza volta sarà quella buona. A fine anno vince il Masters per la prima volta e chiude la stagione da n.2, il suo miglior ranking di sempre. Due indizi, Agatha Christie insegna, son più di una coincidenza. Il terzo compone la prova.
Siamo nel 1998 e ancora a Wimbledon. Batte Hingis in semifinale e torna a giocarsi il titolo, contro la francese Nathalie Tauziat. E il resto è storia, è il trionfo. “Due anni fa ero fin troppo seria - dice - pensavo che contasse solo essere numero 1 al mondo”. Incontrare il Trionfo, dopo la Sconfitta, cambia la storia. Dal 2005 Novotna è nella Hall of Fame. Ciao Jana, immortale nel Tempio.