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JIMMY ARIAS… TROPPO NEXT GEN

L’americano di Buffalo, tra i primi frutti dell’Accademia di Bollettieri, esordì nel circuito a 16 anni, nel 1980, e arrivò fino al n

di Enzo Anderloni | 28 ottobre 2017

L’americano di Buffalo, tra i primi frutti dell’Accademia di Bollettieri, esordì nel circuito a 16 anni, nel 1980, e arrivò fino al n.5 Atp. Vinse 5 tornei, tra cui gli Internazionali BNL d’Italia, prima di compiere 20 anni. E poi basta

di Alessandro Mastroluca – Foto Getty Images

"Non voglio più giocare. Vorrei che fosse per un infortunio all'anca o al braccio, sarebbe più facile. Ma mi sono aspettato di più da me stesso per tutta la carriera". È il 1994, Jimmy Arias ha appena sbagliato contro Thomas Johansson, al 1° turno di qualificazioni allo Us Open, l'ultimo dritto della sua carriera.
Quel dritto che papà Antonio, nato in Spagna e fuggito a Cuba durante la guerra civile, ha modellato come una piccola grande rivoluzione. Ex calciatore, Antonio gli insegna le basi del pallone prima di scoprire il tennis. Porta con sé il figlio per raccogliere le palline durante i suoi match, poi quando Jimmy ha cinque anni gli mette in mano una Dunlop Maxply. Arias, ricorda John Feinstein nel libro “Hard courts”, rimanda dieci palle di fila di là verso il padre.
Antonio ha una filosofia chiara, e nemmeno troppo insolita: non gli dice mai quel che ha fatto bene, rimarca solo quel che ha fatto male. A 12 anni Jimmy gioca un set di esibizione contro Rod Laver. L'ha visto giocare in finale a Wimbledon nel 1969. Gli piace da subito, è un piccoletto che batte avversari più grossi con un rovescio in top-spin decisamente 'cool'. Per due game Laver scherza. Poi inizia a fare sul serio. "Non vinci più un game da adesso", promette. Ne farà altri tre contro il Rocket nell'anno dell'ultimo Grande Slam nella storia del tennis. "Hai fatto il tuo dovere”, è l'unico commento del padre, il più vicino a un complimento che gli si mai uscito di bocca. "È anche grazie al suo approccio che sono diventato numero 5 del mondo".

Il diritto moderno
Resteranno per sempre i suoi due eroi, Laver e papà Antonio, che impara le basi dei colpi dai manuali e gli suggerisce di non fermare la racchetta nel colpire il dritto ma di lasciarla andare. Arias si allena sette, anche otto ore al giorno, e domina il circuito junior. Papà Antonio lo presenta a un manager visionario, che sta costruendo una sua Academy e che lo ospita a casa sua. È Nick Bollettieri, che vede nascere sotto i suoi occhi il dritto moderno. Così gli suggerisce di diventare ‘pro’. Il padre vorrebbe vedere il figlio almeno un anno al college. È disposto a cambiare idea solo se Bollettieri gli trova una sponsorizzazione da 100 mila dollari per il figlio. Detto fatto.
Nel 1982, a 18 anni appena compiuti, Jimmy batte Clerc, un top 10, in semifinale a Washington, e telefona al padre. "Con chi giochi in finale?". "Lendl". "Se non lo batti non provare a chiamarmi", Non vincerà e non telefonerà.
Ci perderà ancora un anno e mezzo dopo, in semifinale allo Us Open, condizionato da una chiamata sbagliata. Intanto, nel 1983, era diventato il secondo più giovane vincitore degli Internazionali BNL d'Italia. È un classico giocatore scuola-Bollettieri, con un gran dritto, un rovescio debole, poco gioco di volo e buona velocità di gambe. Dopo quello Us Open va a Palermo, perché ha un accordo da 20 mila dollari. Vince il torneo ma si ammala di mononucleosi. Allenarsi sarà sempre più duro, anche se nel 1984 raggiungerà i quarti al Roland Garros e il best ranking di n.5.
Prova a rientrare, ma nel 1988 precipita dal n.34 al 150. Perde al 1° turno in 10 tornei su 14. La testa è altrove: a casa, a mamma Gina ammalata di cancro: i medici credono di averlo diagnosticato in tempo, ma si sbagliano. Come si sbagliava chi vedeva in Arias il nuovo campione Usa. Certo, ha indicato la strada e rivoluzionato il tennis. Ma il peso delle aspettative può essere troppo grande per le spalle strette di un “Next Gen”.