-
Archivio News

QUELLA FINALE NEXT GEN TRA SAMPRAS E AGASSI

Sampras e Agassi avevano 19 e 20 anni quando si affrontarono per la prima volta per un titolo Slam

di Enzo Anderloni | 21 ottobre 2017

Sampras e Agassi avevano 19 e 20 anni quando si affrontarono per la prima volta per un titolo Slam. Pete aveva eliminato Lendl e McEnroe, Andre aveva fatto fuori Becker: un passaggio di consegne in grande stile…

di Alessandro Mastroluca - foto Getty Images

Una nebbia di inevitabilità e di invincibilità. Pete Sampras, nella sua autobiografia A Champion’s Mind, la ricorda così l’atmosfera della sua prima finale Slam, lo Us Open del 1990. Una finale tutta “Next Gen”, il vero inizio della rivalità che ha segnato una generazione. Di fronte un ragazzo di poco più di vent’anni, che arriva da favorito, ha perso in finale al Roland Garros (quella poi famosia del toupé contro Andres Gomez). Un ragazzo, scrive Sampras, che ha incontrato per la prima volta in un torneo under 12 a Northridge, California, mentre esce dalla Cadillac di papà Mike. “Un ragazzo, proprio come me - scrive -. Ed era facile da individuare, con quella sua maglia verde lime, fluorescente, e i capelli lunghi”. Quel ragazzo è Andre Agassi. Ma quel 9 settembre 1990 la storia la scrive Pete, per il risultato e soprattutto per il modo.
È la prima finale tutta ‘made in Usa’ a New York dal 1979, dall’incontro warholiano fra Vitas Gerulaitis e il ribelle con una causa John McEnroe. Proprio Superbrat in semifinale riconosce la freddezza nel nuovo bambino prodigio del tennis mondiale. “Sono sicuro che McEnroe volesse ritirarsi con un titolo allo Us Open” ha detto Sampras, per molti versi profetico anche per il suo finale di carriera. “Non mi aspettavo di essere in questa posizione”.
Agassi invece elimina Boris Becker, il campione in carica, che cade nel Super Saturday insieme a Steffi Graf, vincitrice un anno prima. I risultati, dunque, parlano chiaro, ricorda Sampras nell’autobiografia. Andre si presenta alla finale da n.3 del mondo, è lui il favorito. “Era uno showman di prima categoria - scrive - ma gli opinionisti, gli esperti, mettevano in discussione la sua capacità di vincere le grandi partite”. Il pensiero di molti sarà sintetizzato dalla campagna per un marchio di macchine fotografiche che lo sceglie come testimonial: l’immagine è tutto.

“Sa che sono più forte”
Agassi con l’immagine e la ribellione gioca eccome. Nick Bollettieri, che per lui stravede, sembra ignorarlo. È una strategia studiata, Andre però insegue l’attenzione con gli orecchini, i jeans strappati, le maglie con tutto l’iride e oltre. Più si rende vistoso, meno viene notato. L’amore, come recita il titolo del documentario su Bollettieri che sarà proiettato alla Festa del Cinema di Roma, non significa niente: Love means zero. Non si può non vederlo, però, in finale a Flushing Meadows. Quel ragazzo che un anno prima, al Foro Italico, aveva affrontato Pete Sampras per la prima volta da pro, gli aveva lasciato tre game (e gli pronosticò una carriera breve e di scarso successo), ha di fronte un campione diverso. Per la prima volta, ammette, “mi sentivo completamente concentrato e motivato e non è servito assolutamente a niente”.
“Con me - dirà poi Sampras anni dopo - Agassi perde anche quando gioca bene perché in fondo sa che sono più forte di lui”. Quel 9 settembre 1990 Sampras è più forte di tutti. Gioca su una nuvola. “Il mio tennis poggia tutto sul servizio”, spiega. Sampras domina 6-4 6-3 6-2. In 13 turni di battuta, perde 17 punti. “Non c’era solo quello - commenta Bollettieri -. Giocava ottime volée, cercava il vincente da fondo, su ogni colpo. Non ho mai visto niente di simile”.
È facile dimenticare che è solo un teenager, che dietro la nebbia di invincibilità e inevitabilità c’è solo un ragazzo. Te ne accorgi solo dopo, quando quella nebbia svanisce nelle riflessioni sul trionfo. “Ero arrivato a velocità accecante in un luogo poco familiare”, scriverà. Quando gli chiedono se pensa di poter ricevere una telefonata di congratulazioni dall’allora presidente Bush, Pistol Pete sorride con l’ingenuità dei teenager. “Bush? Ma il mio numero non è mica sull’elenco!”.