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AMAYA E PFISTER, I “NONNI” DI ISNER

Oggi giocatori come Isner e Raonic si fanno largo da altezze notevoli con grandi bordate al servizio

di Enzo Anderloni | 29 luglio 2017

Oggi giocatori come Isner e Raonic si fanno largo da altezze notevoli con grandi bordate al servizio. Tra gli antesignani di questo tennis, Amaya e Pfister, due spilungoni americani che negli Anni '70 facevano paura anche sulla terra

di Alessandro Mastroluca

Vide la storia, Adriano Panatta. Vide cambiare il tennis davanti ai suoi occhi. A Roma, nel 1978, infatti mise in fila due giocatori che avrebbero rappresentato l'inizio di una nuova categoria di tennisti, alti alti e dal servizio devastante, che coincideva con il passaggio dalle racchette di legno alla fibra, di vetro e di grafite. Battè infatti Hank Pfister (nella foto qui a destra), un metro e 93, prima (salvando tre match-point) e Victor Amaya, due metri esatti, che tanti già chiamavano “l'Incredibile Hulk”, poi; prima di perdere in finale da Bjorn Borg.
Fece trionfare tecnica e talento, in un tennis in cui era ancora possibile vincere d'intelligenza sulla forza. Un tennis che avrebbe visto ancora vincere un artista “leggero” come Vitas Gerulaitis su un bombardiere come Ivan Lendl nei quarti agli Us Open 1981, gli ultimi che avrebbe visto in finale due giocatori con la racchetta di legno. Un anno dopo, a Flushing Meadows, Pfister e Amaya, insieme, avrebbero perso la finale di doppio contro altri due bombardieri Steve Denton (che aveva battuto McEnroe a Cincinnati e si era fatto rimontare due set da Vilas) e Kevin Curren. È forse la maggior potenza di fuoco che si sia mai vista su un campo da tennis.

La coppia USA
Con Amaya e Pfister, che avevano già vinto il Roland Garros in doppio, ultima coppia americana in finale a Parigi prima di Ryan Harrison e Donald Young lo scorso giugno, germoglia un tennis diverso. Il mancino Victor Amaya (nella foto a sinistra), che denota sangue nativo americano, chiude la carriera con tre titoli in singolare, l'ultimo a Washington nel 1980, il suo anno migliore che chiude da numero 15 del mondo: rifila 28 ace a Ivan Lendl in finale. Conquista sei tornei in doppio, si considera migliore come allenatore, e a sentire le molte testimonianze che hanno accompagnato la sua induzione nella Midwest Hall of Fame della USTA, adora lavorare con i bambini. “Provo più gusto, mi appassiono di più ad assistere al successo di qualcun altro cui ho dato una mano”, spiega in un video della USTA. Forse perché è diventato, e per molto tempo è rimasto famoso, per una “quasi vittoria” che rimane pur sempre una sconfitta, contro Bjorn Borg a Wimbledon.

Quella profezia… sbagliata
Anche Pfister, specialista del serve and volley, che il Roland Garros in doppio l'aveva già vinto con Gene Mayer nel 1978, resterà inchiodato a una sconfitta e una profezia sbagliata. Ha vinto nove titoli di doppio in carriera e due di singolare, a Maui nel 1981 e Newport nel 1982. Tre volte semifinalista all'Australian Open, è stato numero 19 del mondo. Era già in fase calante nel 1985, quando a Wimbledon affronta all'esordio un ragazzo tedesco di 17 anni che dodici mesi prima era stato portato fuori in barella, con i legamenti della caviglia ormai andati, al terzo turno. Pfister perde ma non crede alle potenzialità di quel ragazzetto che sfodera servizi potenti e volée da applausi. “Ha giocato senza niente da perdere, ha dato tutto e di più - commenta Pfister - direi che perderà al prossimo turno”. Quel ragazzo è Boris Becker, passerà quel turno e tutti gli altri fino a vincere il titolo con un esempio di “ingegneria tedesca del massimo livello”, dirà poi il suo ex coach Mike De Palmer Jr. al New York Times. Il tennis è entrato nell'era dei “bombardieri”.