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CHE COSA SERVE PER ESSERE UN GIOCATORE? VE LO DICE SANCHEZ

Emilio Sanchez, ieri top player oggi top coach, ci fa il punto sull’evoluzione dei più forti del mondo e sulla rincorsa di chi vuol prendere il loro posto

di Enzo Anderloni | 12 giugno 2017

Emilio Sanchez, ieri top player oggi top coach, ci fa il punto sull’evoluzione dei più forti del mondo e sulla rincorsa di chi vuol prendere il loro posto. E spiega cosa serve oggi per entrare tra i top 100

di Enzo Anderloni

E’ stato n. 7 del mondo in singolare (ha vinto a Roma nel 1991) e n.1 in doppio (specialità in cui ha conquistato te titoli del Grande Slam). Poi da coach ha aperto (con il compagno di doppio Sergio Casal) nel 1998 a Barcellona la prima grande Accademia europea di tennis e lì sono cresciuti giocatori come Andy Murray e Svetlana Kuznetsova. Ha fatto da capitano (vincente) a Rafa Nadal e soci in Coppa Davis. Sua sorella Arantxa è stata n. 1 del mondo e ha vinto 4 Slam. Suo fratello Javier è stato “solo” n. 23. Ora ha aperto una succursale americana della sua Accademia a Naples, in Florida. E si sta prendendo anche il gusto di fare da headcoach a un giocatore sul circuito, uno dei suoi “ragazzi” di Davis, Fernando Verdasco. Alla luce di tutto questo se affermiamo che Emilio Sanchez è uno dei maggiori esperti di tennis del mondo, esageriamo? Forse no. Non a caso la Fit l’ha voluto come relatore di spicco nell’ultimo Simposio Internazionale al Foro Italico. Non a caso ne abbiamo approfittato per raccogliere il suo punto di vista sullo stato del tennis mondiale.

Il tennis di oggi sta vivendo un momento particolare. Anche se i più forti nel 2017 sono stati finora Roger Federer e Rafa Nadal , stiamo vedendo un momento di passaggio. Come lo vedi?
“E’ un momento di grandi opportunità, per la situazione che si è creata. Tutti hanno chances. A parte Rafa che domina sulla terra, come ha fatto negli ultimi dieci anni, sulle altre superfici ci sono possibilità per tanti giocatori”.

In effetti Djokovic e Murray non sembrano più gli stessi delle passate stagioni…
“Djokovic da quasi un anno ha dei problemi e non riesce a trovare il suo posto. Non gioca male ma adesso non fa più quello che lo rendeva forte. E quindi è diventato più instabile”.

E cioè?
“Alla fine le partite le vinci facendo nei momenti chiave quello che tu sai far bene. Per esempio: 4-4, 15-30, è un momento chiave, specie se il tuo avversario non mette la prima. Se sei capace di forzare la risposta, prendere l’iniziativa e andare 15-40 allora l’altro diventa molto vulnerabile. E’ facile che sbagli. Djokovic in quei punti chiave era inesorabile. Adesso sbaglia in quei momenti lì. Succede a tutti anche i più grandi quando non sono in fiducia, è successo anche a Rafa un paio d’anni fa. Non fai la differenza con le tue armi migliori nei momenti che contano. E quando perdi un po’ di partite diventi più perdente. Ti abitui a perdere. Per uscire da questo tipo di situazione devi aspettare, trovare il momento in cui riesci di nuovo a mettere insieme fisico, testa e pure i risultati…”.

Anche Murray in questa prima parte della stagione non è andato benissimo…
“Il suo però è un caso po’ diverso. Murray ha finito l’anno alla grande, come nessun altro. Ha fatto tutto quello che poteva per diventare numero uno, perché ne aveva l’occasione e ha finito per avere… troppi successi. Dopo la vittoria al Masters di Londra l’hanno nominato baronetto, l’hanno premiato come atleta migliore del mondo. Non ha potuto fermarsi. E’ andato in Australia praticamente senza potersi né allenare né riposare. E a fine 2015 aveva vinto la Coppa Davis, quindi non era riuscito a riposare nemmeno allora. Praticamente per due anni di fila non si è fermato, né allenato al meglio nella pausa invernale. Dunque il suo rendimento all’inizio dell’anno si può capire, come anche una certa difficoltà sulla terra battuta che è la superficie sulle quale, se non è al massimo della condizione, soffre di più. Però Murray secondo me è integro, mentalmente c’è. Fa fatica perché è stanco, quindi ha perso più di una partita. Ma è sulla strada per ritrovare presto la forma migliore. Le sconfitte che ha subito non gli hanno fatto male, perché il motivo per cui sono arrivate gli è chiaro”.

Un esempio di sconfitta che invece fa male quale può essere?
“Per esempio quella di Nadal con Fognini agli Us Open nel 2015: aveva la partita in mano e ha sbagliato un diritto facile. Per un anno ogni volta che aveva quel diritto da tirare, non era sicuro”.

Il Nadal che adesso domina sulla terra non sembra più forte di quello degli anni d’oro. Mentre Federer sembra essere riuscito a migliorare ancora…
“Sono momenti diversi per questi due giocatori. Federer è riuscito a rimanere competitivo al top dopo che l’esplosione di Nadal, dopo l’esplosione di Djokovic… Ha sempre cercato di imporsi facendo il suo gioco. Secondo me nel periodo in cui si è fatto seguire da Edberg ha fatto un salto di qualità, perché è ritornato alle sue radici, a un tennis aggressivo. Poi lo scorso anno con Ljubicic ha trovato la persona giusta al momento giusto. E in Australia con il suo nuovo tipo di gioco è arrivato a vincere abbastanza facile con tutti. E anche in finale, in una partita tutto sommato veloce per essere durata 5 set, Federer ha giocato a un livello altissimo per tutto il tempo. Anche Nadal si sta evolvendo per diventare più aggressivo. Sta giocando più dentro il campo per arrivare a chiudere il punto prima. Di solito Nadal batteva Federer con il suo gioco più stabile, regolare. Là a Melbourne in vantaggio 3-1 al quinto set ha provato a essere aggressivo, ha avuto un altro di ‘quei diritti’ da tirare e ha provato a battere Federer con il gioco di Federer, basato sull’”uno-due”, sevizio-diritto vincente. E non è riuscito a chiuudere. Federer quando giochi sull’uno-due” si trova perfettamente a suo agio. Quando ha visto che Nadal sbagliava è risalito. E ha vinto. Quella vittoria poi gli ha dato le ali. Basta vedere quello che ha fatto a Indian Wells e Miami. Adesso è in fiducia in tutto, dal servizio in poi”.

Ma anche Federer ha cambiato gioco…
“Sì, ma l’ha cambiato andando verso la sua natura. Quando era giovane giocava già così. Poi è diventato più stabile, più costante. Non vale lo stesso discorso per Rafa. Essere molto aggressivo, giocare su due colpi per lui è una cosa del tutto nuova. Il suo grande merito è quello di voler sempre migliorare. Ora voler vincere sulla terra battuta con un gioco più aggressivo secondo me è un obiettivo per cui lui è veramente degno di ammirazione”.

Chi vedi emergere dopo i Fab four?
“I quattro di cui abbiamo parlato sono un gradino sopra tutti. In alcuni momenti uno come Wawrinka gioca alla pari con loro. Qualche volta Cilic se la gioca a quel livello. Anche Raonic può arrivare là vicino, lo ha già dimostrato negli Slam”.

E la Next Gen, gli Zverev, i Coric?
“Questi sono diversi, davvero molto forti, perché negli ultimi 10 anni non c’erano stati giocatori in grado di arrivare prima dei 22/23 anni. Loro l’hanno fatto a 18/ 19 anni, cosa che non succedeva più dai nostri tempi, quando era invece normale. La generazione di Zverev, Coric, ma anche di Thiem, Kyrgios ha molte più chances. Perché hanno altri due o tre anni di tempo per migliorare tutto quello che ancora può mancare loro”.

Potrebbero scavalcare la generazione intermedia?
“E’ normale che possa succedere. Questi più giovani stanno giocando nello stesso momento dei Nadal, Federer, Djokovic, Murray . Possono confrontarsi direttamente con il ‘massimo”. Quelli di mezzo non sono stati abbastanza forti da scalzare i migliori e adesso alle loro spalle arriva un generazione più fresca con forte personalità”.

Che cosa serve per diventare un top 100 oggi?
“Devi avere un tecnica buonissima, non puoi avere un colpo più debole perché altrimenti sei…morto. Devi sapere ordinare bene il tuo modulo di gioco per adattarlo all’avversario e avere più scelte. Devi avere un fisico che ti permette di farlo nel tempo, e devi avere una testa che ti permette di prendere botte e botte e botte ma di tornare subito, alla prima occasione, a fare bene quello che sai fare. E’ complicato”.

Mettiti nei panni di un genitore con un figlio giovane e promettente che si rivolge a un’accademia. Che cosa deve chiedere? Che cosa deve osservare?
“Prima di tutto devi vedere che in quell’Accademia ci sia della gente in grado di farti migliorare sotto il primo aspetto, quello della tecnica. Poi sotto l’aspetto tattico. Molte accademie ti allenano ma alle partite ti mandano da solo. E dove devi applicare la tattica? Nelle partite. Se ti alleni e alla partite vai da solo non impari, perché non sai perché vinci e perché perdi. Uno dei lavori più importanti per un coach è spiegare al giocatore perché vince e perché perde. Poi la parte fisica è fondamentale per avere forza, flessibilità, resistenza, per poter fare quello che sai per molto tempo. Infine c’è la parte mentale. Ecco, a quel padre che sta cercando l’accademia per il figlio io direi di osservare con attenzione un aspetto: la parte del tennis, tre o quattro ore al giorno la garantiscono tutto. Anche alla scuola pensano quasi tutti: altre 6 ore al giorno. E siamo a 10 ore. La parte fondamentale per lo sviluppo della testa è nelle restanti 14 ore. Se un ragazzino è completamente da solo, non ha regole, non ha disciplina, non sa che cosa deve fare, alla fine dove mai potrà andare? Quando si visita un’accademia bisogna guardare che consa fanno i ragazzi nelle ‘ore morte’. E le informazioni non vanno chieste ai responsabili ma agli altri genitori, agli altri ragazzi. E’ questo che fa la differenza quando si deve formare un ragazzino”.