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IL TERZO SIMPOSIO INTERNAZIONALE AL FORO ITALICO, CHE GIORNATA

2420 insegnanti di tennis, da 41 nazioni diverse, tutti sulla Next Gen Arena di Roma per il 3° Simposio Internazionale organizzato dall’I

di Enzo Anderloni | 22 maggio 2017

2.420 insegnanti di tennis, da 41 nazioni diverse, tutti sulla Next Gen Arena di Roma per il 3° Simposio Internazionale organizzato dall’I.S.F. della Fit. Bollettieri, Beltrame, Sartori, Sanchez oltre a mamma Judy e al mago dei numeri

di Enzo Anderloni - foto B. Crimaudo

Ma quando ti capita di ascoltare la storia di formazione del n.1 del mondo, raccontata passo passo dalla mamma maestra di tennis che l’ha cresciuto, con lui, Andy Murray, seduto lì in panchina a bordo campo ad ascoltare? È stata un’esperienza straordinaria per gli insegnanti di tennis che hanno partecipato (erano ben 2.420, da 41 nazioni) al 3° Simposio internazionale, organizzato dall’Istituto di Formazione Roberto Lombardi venerdì 12 maggio sulla Next Gen Arena al Foro Italico. Uno dei momenti più emozionanti di una giornata ricchissima di grandi personaggi con le loro grandi lezioni di tennis sotto tutti gli aspetti: tecnico, tattico, mentale, fisico, statistico. E nel caso di Judy Murray un incredibile insieme di tutte queste cose intrecciato con le vicende familiari ed economiche di una mamma giocatrice, che prende il diploma di maestra di tennis ma impara davvero il mestiere insegnando e giocando insieme ai suoi due bambini, Jamie e Andy. E accompagnandoli lungo la strada che porta entrambi a diventare n.1 del mondo, Andy in singolare e Jamie in doppio.

L’apertura di Nick Bollettieri
Così l’intervento di Nick Bollettieri, a 86 anni il coach più famoso del mondo, il mentore di Andre Agassi e di Monica Seles (che bastava a caratterizzare un simposio…) quest’anno a Roma diventa solo un’apertura di gran classe, perché Nick questa volta è “primus inter pares”. Tra i relatori lo seguono un Massimo Sartori, che è l’unico coach italiano ad aver preso un ragazzino da piccolo (un Andreas Seppi di 10 anni) per poi condurlo tra i primi venti giocatori del mondo, e la bravissima australiana Emma Doyle, direttrice di ACE Coach e specialista nella comunicazione neuro linguistica. Ma c’è anche un certo Emilio Sanchez, fondatore di una delle accademie leader del movimento spagnolo (e mondiale), oggi coach di Fernando Verdasco, ieri n.7 del mondo e vincitore degli Internazionali BNL d’Italia del 1991.

Judy racconta Andy
Proprio all’Accademia di Emilio Sanchez, racconta Judy Murray, decise di mandare a un certo punto i suoi figli, quando si distinsero a livello europeo ma per fare un ulteriore salto dovettero andare via dalla Scozia, perché là non c’erano le strutture e lei, Judy, sentì di aver bisogno di affidare i suoi figli a qualcuno che ne sapesse più di lei.
E soprattutto quando fu proprio il giovane Andy a chiederglielo: “Successe dopo un match del campionato europeo under 16 a squadre: Gran Bretagna contro Spagna. Dopo aver perso il suo singolare, Andy andò a fare una partita di raquetball con un ragazzino della squadra avversaria, un certo Rafael Nadal. Quella sera mi telefonò, cosa che faceva molto di rado, solo se c’era qualcosa che non andava o aveva bisogno di soldi. Mi chiamò per dirmi che aveva conosciuto questo ragazzo che giocava a Maiorca, in un posto bellissimo, dove si poteva allenare con un campione come Carlos Moya, dove faceva caldo, c’era il sole…”.
Il racconto di questa esperienza verso la Spagna, all’Accademia di Emilio Sanchez (nella foto in alto a destra), è una ricchezza per i maestri che l’ascoltano, lo spaccato di un percorso vincente da mettere a confronto con le storie dei loro allievi e relative famiglie, specie se sono allievi promettenti.

Lo specialista Sirola
Come è importante avere in presa diretta l’esperienza in termini di lavoro fisico con un personaggio del calibro di Dalibor Sirola, a suo tempo preparatore del n.3 del mondo Ivan Ljubicic, più recentemente a fianco del grande emergente canadese, il gigante Milos Raonic.
Uno specialista che lavora per ottimizzare la performance di gente che punta al primato assoluto. Il primato che in fondo proprio Andy Murray ha cominciato a coltivare da piccolissimo cercando di emulare il fratello Jamie, che più grande di un anno e molto dotato tecnicamente, in principio lo batteva regolarmente, ha raccontato mamma Judy. Ma questo lo ha aiutato a sviluppare quello spirito di combattente indomabile che oggi lo contraddistingue e gli è valso i due titoli a Wimbledon, la Coppa Davis e il primato mondiale. “Non dimenticherò mai - spiega Judy - la volta che Jamie e Andy vennero convocati dalla Federazione per un torneo giovanile all’estero, in Francia. Era la prima volta che andavano via da soli. Andy perse in semifinale in tre set tiratissimi contro un francese, Gael Monfils. Il torneo poi lo vinse Jamie che rifilò a Monfils un netto 6-0 6-1. Per i successivi tre mesi Andy non fece che rinfacciare al fratello che l’aveva battuto così solo perché lui l’aveva stancato il giorno prima…”.

Il numero 1 dei dati
I numeri di Andy Murray, sono stati presi a esempio anche dal n.1 del mondo dei “New Data” del tennis, l’analista, coach e stratega Craig O’Shannessy (nella foto qui sopra, con Michelangelo Dell’Edera), consulente principe di Atp, Itf, Wta e Wimbledon, che ha rivelato numeri shock per dimostrare la necessità di un nuovo approccio all’allenamento del tennis. In prima battuta è partito dal fatto che nel suo 2016 chiuso al n.1 Murray ha vinto il 90% delle partite (78 vittorie, solo 9 sconfitte) ma solo il 55% dei punti giocati. Dimostrando dunque che per dominare basta fare poco di più degli avversari. Poi è entrato nel merito della tipologia dei punti più frequenti nel circuito, sotto il profilo della lunghezza degli scambi, dimostrando qualcosa che a occhio nudo non si vede, e cioè che oltre il 70% dei “quindici” dura pochissimo (da 0 a 4 colpi), il 20% è appena più lungo (5-8 colpi) e solo il 10% va oltre i 9 colpi. I rilevamenti basati su tutti i match delle ultime edizioni dei tornei dello Slam si trovano tra l’altro con piccolissime differenze anche nel tennis giovanile, e questo cozza con la tipologia classica dell’allenamento che viene svolto nelle scuole agonistiche, basato tanto sulla regolarità e sul tenere la palla in gioco a lungo.
Per diventare forti bisogna giocare molto bene, e con la massima concentrazione, pochi colpi, i primissimi: servizio, risposta, primo colpo dopo il servizio, o primo dopo la risposta. Anche perché i dati dicono (e anche questo va contro la percezione comune) che lo scambio che si verifica più frequentemente nel tennis (29,5 % delle volte) dura… 1 colpo. Ovvero un solo rimbalzo della palla, cioè un servizio vincente o una risposta errata. Dunque sono questi gli aspetti che andrebbero allenati con maggiore qualità e intensità.

Il gioco in testa
Insieme agli aspetti mentali, che partono da routine di allenamento molto pratiche, semplici a da ripetere esattamente come i colpi o gli esercizi di ginnastica, come ha spiegato e dimostrato Lorenzo Beltrame, italiano ma trapiantato negli Usa 20 anni fa e diventato braccio destro del guru del “mental” sportivo Jim Loehr, e con lui mental coach di campioni come Jim Courier e Pete Sampras. Metodi per rinforzare atteggiamenti e capacità di concentrazione e di gestione delle emozioni (in particolare quelle negative) che aiutano a crescere forti: “Anche perché quando la carriera sarà finita - spiega Beltrame - e sulla bacheca dei trofei calerà la sera, ciò che resterà è la persona che i giocatori sono diventati, ed è importante che questa persona sia di loro gradimento”. Qualcosa che la famiglia Murray può certo dire, a 360° gradi. Qualcosa che l’Istituto di Formazione Roberto Lombardi si propone di sviluppare con gli insegnanti e i loro allievi, anche attraverso grandi eventi di cultura e scienza tennistica come questo.

Costruire giocatori universali
“L’obbiettivo dev’essere costruire giocatori universali - spiega Michelangelo Dell’Edera, direttore dell’Istituto e inesauribile motore dell’iniziativa, realizzata in collaborazione con il Professional Tennis Registry - bisogna avere la capacità di costruire tennisti con l’esperienza multisport come ha fatto Judy Murray con Andy e Jamie, ma anche di lavorare sulla specializzazione, come ha spiegato Patrick Mouratoglou (nella foto a sinistra), per mettere in condizione i giocatori di livello di esprimersi al massimo. Bisogna allenare adeguatamente l’aspetto mentale come quello fisico. I giocatori devono saper fare tutto e per questo la formazione deve essere a 360° se vogliamo proiettare il tennis italiano ai vertici, con giocatori sempre più completi”. Il messaggio ai 2.420 insegnanti di tennis della Next Gen Arena è senza dubbio arrivato.