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L'angolo del medico

Così si tratta il gomito del tennista

Un tema sensibile per ogni appassionato praticante. Vi presentiamo l'approccio propriocettivo per il trattamento dell'epicondilite sviscerato nella teoria e nella pratica, con tre esercizi spiegati (e illustrati) da mettere in atto

di Rodolfo Lisi | posturologo | 27 aprile 2019

Con l'espressione “gomito del tennista” si intende, per riassumere, di una tendinopatia inserzionale degli estensori del polso e delle dita, caratterizzata da dolore puntorio in occasione di impegno funzionale in estensione contro resistenza. Questa volta però vediamo come è possibile trattare il fenomeno dell'dell’epicondilite. E vediamo anche perché utilizzare un approccio di rieducazione propriocettiva.
Nonostante dopo un trauma la capacità di traduzione dei meccanocettori possa essere temporaneamente ridotta o alterata, l’attività propriocettiva deve essere riattivata al più presto (ancor prima del recupero della forza muscolare) perché - sia in fase iniziale che nel continuum della rieducazione - essa mira a rinforzare la coscienza e la consapevolezza del movimento, sia dal punto di vista neurofisiologico che cinesiologico e meccanico, e permette di riscoprire e di ristabilire l’informazione sensoriale, ovvero la base di ogni corretto movimento.

Che cos'è la propriocezione

Più precisamente, la propriocezione corrisponde alla capacità di percepire il proprio corpo e si articola in tre diverse modalità: il senso della posizione, il senso del movimento (cinestesia) e il senso della forza sviluppata dalla contrazione muscolare. La propriocezione si basa innanzitutto sui propriocettori muscolari (fusi neuro-muscolari) e tendinei (recettori di tensione), sensibili, rispettivamente, all’allungamento e alla tensione sviluppata dal muscolo, sui recettori articolari (recettori di deformazione), ma anche su quelli cutanei (recettori di deformazione/vibrazione che permettono la percezione aptica). Un contributo fondamentale viene dato, inoltre, dal sistema vestibolare dell’orecchio interno (recettori delle cellule cigliate). I propriocettori muscolari, i recettori articolari e quelli cutanei attivano i neuroni somato-sensoriali localizzati nella corteccia sensoriale primaria, la cui scarica è necessaria per la normale funzione percettiva. Ristabilire l’informazione corretta dei meccanocettori lesionati da un trauma è il primo “step” di un efficace percorso riabilitativo.

Ogni paziente richiede, in ciascuna fase del processo riabilitativo, una maggiore attenzione di uno o di un altro elemento. Ma, senza voler essere rigidamente vincolati a un preordinato protocollo, si è persuasi che occorre migliorare, in primis, la rieducazione propriocettiva (il cervello - che è un simulatore biologico - deve svolgere azione di proazione, deve, cioè, anticipare l’innesco dei muscoli e metterli poi in movimento: ciò può avvenire correttamente solo se le informazioni sono coerenti).

Le fasi della rieducazione
Si è altresì persuasi che è necessario inserire esercizi propriocettivi ad ogni stadio/fase della rieducazione. Ovvero:

  1. durante i primi movimenti passivi per migliorare il riconoscimento propriocettivo articolare (di posizione, di inizio movimento);
  2. durante i primi movimenti attivi per riconoscere il grado di attivazione muscolare e la coordinazione tra agonisti, antagonisti e fissatori;
  3. durante gli esercizi di forza per poter stabilizzare efficacemente e, infine, anche nel corso di esercizi di resistenza per mantenere la postura e i giusti rapporti articolari del segmento di movimento. 

È importante che qualunque esercitazione abbia come fondamento l’intenzione motoria e la capacità di discriminare il “senso del movimento” perché il cervello può modificare la risposta dei neuroni sensoriali centrali. 

Diversamente, l’esercitazione si baserà su un apprendimento per riproduzione e non per costruzione del movimento volontario, adatto in molte forme di educazione e rieducazione motoria. In pratica, si devono valorizzare gli aspetti percettivi, coordinativi, interattivi, strategici e tattici. Così facendo, si costruisce un’immagine mentale multisensoriale che si fissa nella corteccia e il movimento, basato non sulla casualità ma sulle operazioni, verrà correttamente appreso e memorizzato. Da preferirsi, inizialmente, semplici esercitazioni per migliore la "memoria" neuro-motoria (come si vede nella figura 1). Successivamente, il training propriocettivo può prevedere l’utilizzo di particolari e molto soffici palle zavorrate (anche solo 1 kg di peso), un lavoro in quadrupedia su superfici instabili ed esercizi sensomotori (figure 2 e 3).