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Cultura e costume

#RIGADIFONDO - Glam Slam: l’altra metà del campo

Polemiche per la celebrazione dei 50 anni del Grand Slam di Margaret Court, leggenda del tennis australiano ma conservatrice cattolica fortemente schierata contro la comunità LGBTI+. Eppure a Melbourne il giorno della finale maschile in agenda anche il più grande torneo arcobaleno del mondo

di | 30 gennaio 2020

C’è sempre un’altra metà del campo. I non-tennisti la chiamerebbe l’altra faccia della medaglia. Ma in questa vicenda la rete in mezzo, a far da barriera, spartiacque e confine, rende meglio l’idea. Perché le due metà del campo sono quelle dei due protagonisti di questa polemica, Margaret Court e gli Australian Open, intesi come l’insieme di persone che li muovono, che li disegnano, che li indirizzano.

Sicuramente ha due metà campo lei, Margaret Court (che il “campo” ce l’ha pure nel cognome): da una parte la tennista leggendaria, la regina australiana da 24 titoli Slam e con un’arena a suo nome all’interno di Melbourne Park, proprio come Rod Laver. Dall’altro, la fervente ultra-cattolica indisponibile ad allargare le maglie dei precetti della Bibbia per dar fiato alla comunità LGBTI+, quella che raccoglie la variopinta sfera degli orientamenti sessuali e di genere.

Si vedono, ben marcate e ben distinte, due metà campo anche nella posizione di Mr Tiley, numero 1 di Tennis Australia e dello Slam down-under, e in definitiva della governance degli Australian Open. Il legame da preservare con la storia di una campionessa leggendaria e la responsabilità (e il dovere, secondo gli indicatori anche economici…) di non emarginare nessuno, anzi includere sempre più. Tutelando le differenti sensibilità, a prescindere da credo, razza e, per l’appunto, orientamenti sessuali. Con tanto di iniziative più che pratiche, che non mancano affatto.

 

Non ne hanno mai fatto un segreto, i vertici dell’Australian Open, mettendolo pure nero su bianco. “Le celebrazioni sono per onorare quanto fatto sul campo da tennis dalla signora Court, non la persona o le sue idee”. E ancora: “Le sue posizioni non rispecchiano in alcun modo le nostre”. Come a dire: andava celebrata l’impresa, non la donna che la portò a compimento. Luci su una metà campo, buio sull’altra.

Eh sì perché in carriera lei, la signora Court, nata Smith (poi prese il cognome del marito Barry), ha vinto 24 Slam, come neanche Serena è riuscita fin qui, ferma un gradino sotto e impegnata a rincorrere il suo fantasma in carne e ossa che a ogni Slam si allontana sempre più pur restando inchiodato lì.

FOTOSINTESI: LA CARRIERA DI MARGARET COURT PER IMMAGINI

Nella sua altra metà campo, opposta alla versione leggendaria da 92 titoli nell’Era Open, c’è la Margaret Court fondatrice del Victory Life Center, una chiesa pentecostale che guida in prima persona a Perth, dove risiede. Non ha mai lesinato giudizi pesanti sui comportamenti lontani dalle Scritture, specialmente sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, non lasciando fuori dal mirino nemmeno le protagoniste del tennis, vedi Casey Dellacqua tra i casi più recenti.

La polemica era già scoppiata tempo fa, quando le esternazioni mai timide della 77enne Court cominciarono a diventare oggetto di discussione. Si alzarono voci critiche e proposte forti: la prima, levare il nome dell’Arena che le era stata intitolata nel 2003, lo stesso anno in cui il governo australiano le rese gloria stampando la sua faccia, come quella di Laver, sui francobolli.

Alla vigilia delle celebrazioni, la stessa proposta l’aveva rilanciata con durezza anche Anne Wintour, una delle donne più influenti al mondo, direttrice di Vogue e molto molto vicina ai Federer. Poi, il giorno stesso, Martina Navratilova ci è andata giù pesante, un’arena più in là.

Margaret Court, che perse nettamente la prima battaglia dei sessi contro Bobby Riggs nel 1973, si era schierata già da tempo contro Martina e i suoi orientamenti. Non solo: definì i matrimoni gay “Un abominio agli occhi del Signore”.

Cresciuta da cattolica secondo i precetti di Santa Romana Chiesa, negli Anni ’70 passò al Movimento Pentecostale e fu ordinata ‘ministro’ spirituale nel ’91.

Di soli due anni fa la sua lettera alla Qantas, principale compagnia aerea australiana, accusandola di essere troppo sensibile alle istanze di chi professava la legittimità dei matrimoni di persone dello stesso genere e dichiarando il proprio personale boicottaggio.

Quest’anniversario non ha fatto altro che dividere. E con quelle premesse non era difficile immaginarlo. Anche perché la linea dei vertici di Tennis Australia, cerchiobottisticamente, non conciliava la depolarizzazione.

Così anche gli Australian Open hanno mostrato incontrovertibilmente le proprie due metà campo contrapposte: solidali a parole - e come stiamo per vedere anche con i fatti - con la comunità LGBTI ma indisponibile a troncare i fili con una delle sue leggende più immortali, per quanto controversa.

Sì, perché parallelamente alla prova di forza contro chi voleva e vuole cancellare dalla memoria le imprese dell’ex campionessa, gli Australian Open si dimostrano uno degli eventi - se non l’evento - più aperti nei riguardi della comunità che la Court tanto prende di mira.

Per dare un’idea, quest’anno sulla Rod Laver Arena sono state installate per la prima volta delle toilette gender-neutre (né maschili né femminili) per tutelare al meglio le sensibilità di ognuno.

E per di più la domenica della finale maschile si disputerà sul Campo n.3 di Melbourne Park la terza edizione del Glam Slam, il più grande torneo riservato alle persone appartenenti alla comunità LGBTI+. Le linee del rettangolo di gioco per l’occasione saranno ritinteggiate con i colori arcobaleno, simbolo del movimento, perché “Il tennis deve fare ogni sforzo possibile per essere lo sport più inclusivo del mondo”, sottolinea sempre Tiley.
Ci saranno 200 giocatori da oltre 30 paesi del mondo: “Un grande momento d’appartenenza”, esulta Rowen D’Souza, l’organizzatore del Glam Slam, direttamente dalle pagine del sito ufficiale del major australiano. “Dimostra che c’è grande volontà di sostegno nei confronti della comunità, giocheremo addirittura le finali sul campo n.3 e siamo felicissimi di questo”. E, senza mezzi termini, aggiunge: “Nessun altro nel mondo ci ha dimostrato lo stesso sostegno in un evento del Grand Slam”.

Non per niente, grazie anche a quanto fatto con e per gli Australian Open, Tennis Australia, lo scorso giugno, ha vinto ben 3 premi, tra cui quello principale, ai Pride In Sport Awards 2019, rassegna annuale legata al progetto Pride In Sport, che divulga, promuove e incentiva l’inclusione delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e inter-gender (LGBTI appunto) tenendo in considerazione tutti gli aspetti riguardanti il personale e i volontari impiegati dall’organizzazione, gli atleti coinvolti e gli spettatori.

Ricapitoliamo: da una parte del campo le celebrazioni per le gesta della campionessa iper-conservatrice, oppositrice di tutti i matrimoni non canonizzati dalla Bibbia ma leggendaria con una racchetta in mano. Dall’altra la grande festa mondiale del tennis arcobaleno, supportata e incentivata il più possibile dagli stessi organizzatori che riparano lei dagli attacchi dei progressisti i quali, a loro volta, la vorrebbero lontana e dimenticata proprio per le sue posizioni definite da più parti letteralmente "bigotte”.

E il giorno in cui le toilette all-gender arriveranno anche sulla Margaret Court Arena? Magari, per una volta, anche lei e Navratilova allora per motivazioni differenti si troverebbero d’accordo. Se non altro sulla spinosa questione del nome.