Dopo il ko con Potapova nel secondo turno degli Australian Open, la britannica esamina con accuratezza e profondità l’excursus dal famoso trionfo agli US Open 2021 che non ha più nemmeno avvicinato. Ma ha davvero accettato la realtà?
di Vincenzo Martucci | 21 gennaio 2026
Con la loro lingua pratica e veloce, gli yankees la fanno facile con le etichette. Figurati nello sport. Se poi sei un fuoco di paglia dello sport ti bruciano con tre parole: “One Slam Wonder”. E addio. Sei già fortunato che non ti appicchino la sigla OSW. Alla faccia delle tragiche conseguenze umane di quell’unico ruggito da leoni cui segue una lunga discesa nell’anonimato, condita dalla commiserazione degli altri e dalle insicurezze proprie che aumentano fino al punto di implodere. Ma questo è il crudele show business, che tanto dà e tanto toglie, trascinando in un attimo dalle stelle alle stalle.
Nel tennis, gli esempi sono tanti, più spesso al femminile, uno dei più lampanti riguarda Emma Raducanu. Che quando trionfò a sorpresa agli US Open 2021, aveva 18 anni ed era numero 150 del ranking mondiale WTA. Di più: entrò nel torneo partendo dalle qualificazioni e vinse 10 partite consecutive senza perdere nemmeno un set. Ma da allora non ha più replicato nemmeno da lontano quella che è stata una delle più incredibili imprese nella storia delle racchette. Anche se, col suo eloquio figlio di buone scuole e ottima educazione, e i lineamenti delicati e un po’ orientali della madre, la ragazza nata in Canada e cresciuta a Londra per seguire il lavoro del padre, romeno, guadagna 11 milioni di euro l’anno senza premi, fra pubblicità, sponsor e indotto. Con griffe di lunga data, come Tiffany e Dior, che l’hanno adottata come testimonial del bello.
AMAREZZA
Al di là dei suoi soldi, Emma soffre della sindrome One Slam Wonder, che viene alimentata dai molti infortuni e dai media brit, oltre che da tanti sogni e da tantissime false ripartenze. Povera, chissà quante volte avrà ripensato ai suoi giorni di gloria, anche a Melbourne, dopo il ko di secondo turno contro Potapova.
E chissà con quante persone ne avrà parlato e quanti psicologi avrà frequentato prima di sfogarsi così apertamente e di ammettere coram populi il significato di un momento che, con la sfrontatezza dell’età, aveva sicuramente immaginato come il primo di una lunga serie, ma che poi ha dovuto rivisitare, fino a sminuirlo e quasi a mortificarlo.
“Se avessero detto, quando avevo 18 anni, che avrei vinto quella notte, non credo che nessuno se lo sarebbe aspettato”. Con l’esperienza, oggi precisa: “Credo che con un risultato del genere ci sia inevitabilmente anche una sorta di calo. Era stato troppo alto per continuare così fin da subito. Penso di averlo accettato”.
Con la freddezza e la maturità dei 23 anni: “Tutte le sfide che ho affrontato da allora, il cercare di capire le cose, l’imparare dagli errori, l’imparare attraverso le esperienze… Penso che in un certo senso tutto questo fosse destinato ad accadere quando vinci uno Slam a 18 anni partendo dalle qualificazioni, da numero 350 del mondo due mesi prima”.
SALVEZZA
Solo la crescita umana e agonistica possono aiutarla. Insieme alla speranza di un riscatto, in considerazione della sua ancora giovane età e di potenzialità importanti. Anche se, evidentemente, non decisive nel tennis di vertice: “ Ho imparato sicuramente molto… Credo che ci siano molte fasi di cambiamento in corso. Sto lentamente capendo cosa funziona per me”.
Gli Slam sono diventato sempre più una chimera, una paura e una delusione dietro l’altra: “Adesso penso di stare andando meglio. In alcune occasioni ho avuto anche tabelloni davvero difficili… Guarda l’anno scorso. Credo che il lavoro quotidiano e il migliorare come giocatrice — cosa che penso di stare facendo — siano importanti. Ma sì, il mio livello in quelle tre settimane era incredibile. E’ un dare e avere. Ma l’ho accettato”.
Ecco, accettandosi nel profondo, Emma Raducanu farebbe il decisivo passo avanti. Ma il diavoletto-scusa si accompagna maligno portandola ancora alla fuga da una realtà troppo scomoda dopo quel famoso urrà: “Non voglio essere troppo dura con me stessa, so quanto ho lavorato per questo torneo. Vado via a testa alta visto le partite che ho giocato qui. Non sapevo neanche se sarei venuta ed invece è stata un’esperienza positiva. Giocare con il fuso orario e con condizioni totalmente diverse non è semplice e con Potapova non l’ho gestita molto bene. Faceva molto caldo e non mi ha aiutato in certi colpi, ho provato ad aggrapparmi con quello che avevo a disposizione”.
C’è sempre un ultimo infortunio dietro il quale nascondersi: "Non sono al 100 % ma l’ho accettato, voglio prendermi una piccola pausa e vedere come riuscirò a recuperare. Fisicamente penso di essere migliorata e credo di aver raggiunto parte dei miei obiettivi”. Povera Emma, tifiamo per te.