"Ho saputo del risultato del test positivo solo il 17 dicembre. Mi sono sentito in obbligo verso i giornalisti francesi di partecipare all'intervista del 18, ma ammetto che è stato un errore di giudizio" ha scritto Djokovic su Instagram. L'errore nella dichiarazione di viaggio, compilata dal suo agente, "è stato umano e non intenzionale"
12 gennaio 2022
Novak Djokovic rifiuta la "disinformazione" riguardo le sue uscite pubbliche in Serbia nonostante un test PCR positivo per Covid-19. Djokovic, che ha descritto le accuse come "molto dolorose" per la sua famiglia, ha dichiarato su Instagram di aver appreso del risultato del test del 16 dicembre solo il giorno successivo alla sua partecipazione a un evento di tennis giovanile.
Nel messaggio Instagram, il numero 1 del mondo ammette "l'errore di giudizio" per non aver rinviato il servizio fotografico e l'intervista con il giornale francese L'Equipe del 18. "Mi sono sentito in dovere di andare avanti perché non volevo deludere il giornalista, ma mi sono assicurato di restare a distanza di sicurezza e di indossare la mascherina, tranne quando mi è stata scattata una foto. Mentre tornavo a casa dopo il colloquio per isolarmi per il periodo richiesto, ho capito che avrei fatto meglio a rimandare l'appuntamento" .
Tuttavia, in base alle norme serbe, chi ha contratto il COVID deve mettersi in quarantena. L'ha spiegato chiaramente il primo ministro Ana Brnabic alla BBC. "Se Djokovic si è spostato sapendo che il suo test PCR era risultato positivo, savrebbe commesso una chiara violazione".
Il numero 1 del mondo parla poi di "errore umano e non intenzionale" a proposito delle dichiarazioni sul modulo di ingresso, che sostiene essere stato compilato per lui dal suo staff. Nel modulo, Djokovic ha dichiarato di non aver viaggiato nei 14 giorni prima del suo arrivo il 6 gennaio in Australia. Ma era stato a Belgrado il giorno di Natale e a Marbella in Spagna il 2 gennaio. Dare informazioni false in Australia è un reato che prevede una pena fino a 12 mesi.
"Il mio agente si scusa sinceramente per l'errore amministrativo, ha spuntato la casella errata sul mio viaggio precedente all'arrivo in Australia. Si è trattato di un errore umano e certamente non intenzionale. Viviamo in tempi difficili in una pandemia globale e a volte queste cose possono succedere" ha scritto Djokovic dopo che la Border Force australiana, cioè l'autorità locale per l'immigrazione, ha annunciato ieri nuovi accertamenti per verificare se ci sia stata una "dichiarazione falsa", motivo per una cancellazione di visto.
Il suo team, ha aggiunto il numero 1 del mondo, "ha fornito informazioni aggiuntive al governo australiano per chiarire la questione". Il ministro dell'immigrazione Alex Hawke si è preso ulteriore tempo per valutare i nuovi elementi prima di decidere sulla revoca del visto a Djokovic, che rischierebbe fino a tre anni di interdizione dall'Australia.
Sulla vicenda restano ancora domande senza risposta, come sottolineava Andy Murray. I giornalisti del prestigioso settimanale tedesco Der Spiegel hanno sottolineato quelle che appaiono come ulteriori incongruenze nei documenti presentati da Novak Djokovic per l'esenzione. Soprattutto sui referti dei due tamponi: quello positivo del 16 dicembre e quello negativo del 22.
Gli esperti di informatica contattati dallo Spiegel, che hanno scansionato il QR dei referti, disponibile in quanto presente nei documenti che Djokovic ha presentato alla Federal and Family Court per il ricorso e che il tribunale ha integralmente pubblicato in rete sul suo sito insieme alle tesi dell'accusa e alla sentenza, affermano che il test negativo risulterebbe inserito nel database prima del test positivo. Quello negativo ha infatti un numero di serie più basso dell'altro, e questi numeri procedono di solito in serie progressiva.
Gli sviluppi della vicenda Djokovic fanno sì che non si perda l'attenzione nemmeno sulla doppista ceca Renata Voracova che al Melbourne Summer Set ha giocato un turno e poi è stata privata del visto dopo aver ottenuto un'esenzione dalla quarantena in base a un recente contagio da COVID-19. Portata come Djokovic al Park Hotel, dove vengono tenuti anche per anni immigrati senza documenti e richiedenti asilo, non ha fatto ricorso ed è tornata in patria.
La WTA ha preso le sue difese. "Continueremo a lavorare con le autorità per affrontare la sua sfortunata situazione nella maniera più appropriata" si legge in un comunicato. In un'intervista alla tv lussemburghese RTL, Voracova ha detto che potrebbe adire vie legali se Tennis Australia non dovesse risarcirla delle spese di viaggio e il montepremi potenzialmente perso.