La numero 1 del mondo è la prima giocatrice di casa a vincere l'Australian Open dal 1978. E' la seconda tennista in attività dopo Serena Williams con almeno un major all'attivo su tutte le superfici
di Alessandro Mastroluca | 29 gennaio 2022
Una finale difficile, poi la festa. Una standing ovation da brividi ha accompagnato il momento del trionfo di Ashleigh Barty, prima australiana a vincere lo Slam di casa dal 1978, quando Chris O’Neill sconfisse Betsy Nagelsen. La numero 1 del mondo ha superato 6-3 7-6 Danielle Collins in una Melbourne Arena traboccante di una passione ingovernabile e di un'attesa vissuta con energico disordine. La numero 1 del mondo è la prima giocatrice di casa a vincere. Diventa così la seconda tennista in attività dopo Serena Williams ad aver vinto un major su tutte le superfici, dopo i trionfi sull'erba di Wimbledon nel 2021 e sulla terra rossa del Roland Garros del 2019.
Barty riceve il trofeo da Evonne Goolagong, a cui la unisce una comune discendenza aborigena e l'aver raggiunto la vetta della classifica. Anche se Goolagong, prima campionessa Slam proveniente da una delle popolazioni indigene d'Australia, vedrà riconosciuto il suo status solo 31 anni dopo. "E' stata una delle esperienze più belle di sempre - ha detto la numero 1 del mondo -. Sono felice che oggi qui ci sia anche la mia famiglia. Siete stati eccezionali. Ho realizzato un sogno. E mi sento molto fiera di essere australiana".
Barty ha perso solo 21 game per arrivare in finale, e ha subito un solo break negli ottavi contro Amanda Anisimova, l'avversaria che più è riuscita a starle vicino nel suo cammino. Il primo set della finale, contro la quarta statunitense sulla sua strada, non inizia in maniera troppo diversa dagli altri. Collins, con il suo tennis potente e la curiosa abitudine di non sedersi ai cambi campo, consegna il break del 4-2 con un doppio fallo. Esulta sulla Rod Laver Arena anche Russell Crowe.
L'energia che si avverte, anche se certo il pubblico non può fare il tifo per lei, carica Collins. Meglio giocare in uno stadio così che in uno vuoto, ha detto, abitudine subita nei mesi più duri della pandemia. Anche se i rumori di disturbo tra la prima e la seconda, mentre sta servendo, non le vanno giù e lo fa notare al giudice di sedia nel corso di un caldo secondo set. E' un dilemma non facile da risolvere. La sua estroversione fa parte del suo stile, le esultanze vistose, gli urli di incitamento dopo ogni punto, connotano il suo modo di stare in campo. Ma stimolano anche la crescente intensità, in direzione uguale e contraria, del pubblico che rende l'arena sempre più rumorosa e l'atmosfera a lei sempre più sfavorevole. Estraniarsi da tutto quel rumore diventa più difficile.
Ex stella NCAA, rientrata l'anno scorso dopo un'operazione di endometriosi, Collins è la settima statunitense in finale all'Australian Open. Ha proseguito la tendenza che vuole una giocatrice nata degli USA in finale Slam almeno una volta all'anno dal 2007. E' soprattutto l'ultima tennista ad aver battuto Barty in Australia. L'aveva sconfitta l'anno scorso ad Adelaide, nella sua finora unica vittoria contro una numero 1 del mondo in carica.
La tenacia non le è manca. Dallo scorso luglio, quando ha vinto 32 partite su 39, festeggiato i primi due titoli WTA a Palermo e San José, e raggiunto il suo miglior risultato in uno Slam. Il secondo set della finale, almeno fino al 5-1, è un miraggio, un'illusione, un desiderio incompiuto. Collins si libera da freni e paure, gioca il suo tennis migliore con i pensieri leggeri che soli possono rendere efficiente la semplicità degli schemi e delle esecuzioni.
Appena il terzo set inizia ad apparire come un orizzonte concreto, però, cala il rendimento della prima e il campo le sembra sempre più largo e più lungo. Barty, al contrario, rientra in partita fino al 5-5 con la freddezza dell'intelligenza e la calma che deriva anche dall'aver vinto 12 delle ultime 14finali giocate, compresa questa.
Si gioca anche nel nome e nel segno di Peng Shuai. Un gruppo di attivisti ha distribuito un migliaio di magliette con la scritta "Where is Peng Shuai", oltre a fasce, nastri e adesivi con la scritta "Missing" (scomparsa") in mandarino.
"Sono felice che le persone abbiano a cuore Peng Shuai" ha detto Drew Pavlou, attivista di Brisbane che ha guidato il movimento insieme a Max Mok, che fa parte dei movimenti pro-democrazia di Hong Kong. Una settimana fa, la security aveva costretto due attivisti a togliersi quelle maglie, e aveva confiscato uno striscione. Di fronte alle reazioni pubbliche dopo che il video si è diffuso sui social, Tennis Australia è tornata sui suoi passi ed eliminato il divieto di mostrare quelle maglie.