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9 aprile: la rivoluzione di Natasha e il compleanno di Paolino

Paolo Canè compie oggi 55 anni: è stato il punto di riferimento per il tennis italiano per un decennio a cavallo tra Anni Ottanta e Novanta. E 31 anni fa Natalia Zvereva, finalista nel Wta di Amelia Island, iniziò a contestare pubblicamente il Ministero dello Sport sovietico...

di | 09 aprile 2020

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Il 9 aprile del 1989 la russa Natalia Zvereva perse 6-1 6-1 la finale del torneo Wta Family Circle Cup a Hilton Head contro la tedesca Steffi Graf, in soli 55 minuti. Un punteggio severo ma un piccolo passo avanti rispetto al devastante 6-0 6-0 che la povera Natalia aveva subito, meno di un anno prima, dalla stessa Graf nella finale del Roland Garros, durata solo 34 minuti, record assoluto di brevità nelle finali Slam. La diciassettenne di Minsk quel giorno aveva conquistato solo 13 punti.

Ma non furono i due giochi in più a lasciare il segno quel giorno a Hilton Head: durante la cerimonia di premiazione la Zvereva mostrò al pubblico l’assegno da 24.000 dollari che le avevano appena consegnato dichiarando: “Vedete, per me è niente: solo carta”. E con quella affermazione scatenò la polemica con il Ministero dello Sport sovietico che tratteneva il 90% dei suoi guadagni di tennista professionista.

Cominciò così una battaglia che la portò in seguito a firmare un contratto con l’agenzia Pro-Serv (insieme al collega e connazionale Andrei Chesnokov) e a gestire così in toto i propri guadagni. Pochi mesi dopo il gesto di Hilton Head, sarebbe caduto il muro di Berlino (9 novembre 1989). E due anni dopo, il 31 dicembre 1991, si sciolse addirittura l’URSS, Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Per ‘Natasha’ la vita sarebbe diventata più facile. Aveva già raggiunto il n.5 del mondo in singolare nel 1989, all’indomani del ‘cappotto’ di Parigi. Sarebbe riuscita ad avere una rivincita contro Steffi Graf dieci anni dopo, quando raggiunse la semifinale a Wimbledon, sconfiggendola in due set al terzo turno e battendo poi anche Monica Seles prima di essere superata dalla francese Tauziat.

Il suo vero talento è stato però quello di doppista, specialità nella quale è stata n.1 al mondo e ha conquistato ben 80 tornei tra cui 18 titoli del Grande Slam (3 Australian Open, 6 Roland Garros, 5 Wimbledon e 4 Us Open), 14 dei quali in coppia con la statunitense Gigi Fernandez.

Quando si ritirò dal circuito, nel 2003, aveva 32 anni e solo in montepremi aveva incassato 7.792.503 dollari. Con buona pace del Ministero dello Sport sovietico…

IL COMPLEANNO

Paolo Canè (55). Tanti auguri, Paolino! Un mito, una leggenda per un’intera generazione di appassionati italiani che nella seconda metà degli Anni Ottanta e nella prima degli Anni Novanta, nostalgici dei fasti di Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli, ebbero lui come principale punto di riferimento (e Omar Camporese ma non con lo stesso impatto sotto il profilo della personalità).

Canè era quello soprannominato “Neuro”, quello con il “turbo- rovescio”, quello che ti faceva ammattire dalla rabbia ma poi era capace di farti impazzire di gioia, imprevedibile, incostante ma tante volte geniale.

Nato a Bologna nel 1965, è arrivato al massimo al n. 26 del mondo (il 14 agosto del 1989) proprio per la difficoltà a esprimere con continuità tutto quel talento tecnico-tattico. In carriera ha conquistato tre titoli: a Bordeaux nel 1986, Bastad nel 1989 e Bologna nel 1991. Ma non è per quelli che è rimasto impresso.

La sua vittoria più prestigiosa è quella al secondo turno del torneo di Stoccolma sullo svedese Stefan Edberg, allora n.3 del mondo (4-6 6-3 6-1). In quel torneo sarebbe arrivato poi fino ai quarti di finale. Un piazzamento importante furono i quarti di finale raggiunti agli Internazionali d’Italia (che ancora non erano BNL) nel 1987. Lo fermò in tre set l’argentino Martin Jaite.

I ‘Canè moments’ che però restano più di tutti nella memoria sono due e non hanno un peso particolare negli annali. Raccontano però il potenziale del tennista.

Il primo risale a Wimbledon, anno 1987. Paolino passa il primo turno battendo lo statunitense Jimmy Arias, n.28 del mondo. Al secondo round lo aspetta Ivan Lendl, n.1 del mondo. Un campionissimo che quell’anno aveva curato meticolosamente la sua preparazione all’erba per cercare sfatare il tabù Wimbledon lo Slam che ancora mancava al suo palmares. Contro di lui Paolino giocò più che alla pari: arrivò fino ad essere in vantaggio due set a uno e poi di un break nella quarta partita. Sul 4-3 e servizio, una palla esce di millimetri e il sogno svanisce. Ma la mondovisione ha mostrato per più di tre ore un match equilibrato tra il bolognese e il più forte di tutti.

Sarà ancora la tv, questa volta la Rai, a trasformare una sua partita in un evento memorabile, di sapore quasi calcistico. E’ la Coppa Davis 1990, si gioca Italia-Svezia a Cagliari. Canè e Camporese sono i singolaristi, contro Jonas Svensson e Mats Wilander, allora n.10 del mondo ma n.1 poco più di un anno prima. Canè vince il primo singolare contro Svensson, e, con Nargiso conquista il punto del doppio. Ma Camporese perde con Wilander dopo 4 ore di lotta e poi, nell’ultima giornata cede anche con Svensson. Si arriva su 2-2: Paolino contro Mats Wilander, un fenomeno sulla terra battuta, che è quella su cui si gioca sui campi di Monte Urpinu.

Canè vince il primo set, poi subisce la rimonta dello svedese che lo scavalca. La quarta partita procede mentre cala la sera. L’azzurro conduce 5-2 poi ha un passaggio a vuoto: 5-5. Finita? No. Con un guizzo chiude 7-5 e lì il match è sospeso per l’oscurità. Il giorno dopo, un insolito lunedì di Davis, c’è solo un set da giocare ma decisivo.

L’Italia all’ora di pranzo trattiene il fiato: tutti davanti alla tv con la cronaca di Giampiero ‘Bisteccone’ Galeazzi. Un set ‘alla Canè: vola via 3-0 e si fa riprendere 3-3. Lotta punto a punto fino al 5 pari, 15-30 sul suo servizio. Da lì solo magie, ‘turbo rovesci’ e vittoria 7-5. Indimenticabile. Tanti auguri, Paolino.

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