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La leggenda dei Woodies, una coppia d'Oro

Hanno vinto 11 Slam, ma l'apice della carriera di Mark Woodforde e Todd Woodbridge - a detta degli stessi interessati - resta la medaglia più preziosa vinta alle Olimpiadi di Atlanta 1996. Ecco la loro storia...

di | 22 marzo 2020

“Conoscevo il primo verso di 'Advance Australia Fair' ma non il secondo, per Todd era il contrario”. Sorride Mark Woodforde pensando all’Oro conquistato ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996. “Eravamo d’accordo che, se avessimo vinto, avrei intonato le prime note dell’inno lasciando proseguire lui. Ci siamo sempre aiutati, in campo e nella vita”. Il momento vissuto sul podio della XXVI Olimpiade racconta alla perfezione chi erano i “Woodies”, i signori australiani del doppio.

Oltre i 61 titoli conquistati, di cui 11 Slam, per una meravigliosa storia vissuta in simbiosi. Lo sport nella sua essenza più pura, quella in grado di mettere due anime in contatto e legarle in modo indissolubile. Due anime che da quella calda giornata allo Stone Mountain Tennis Centere di Atlanta non hanno più smesso di vibrare.

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Un tabellone, suddiviso in parte alta e parte bassa. Teste di serie che cadono, sorprese e conferme. Gli spalti pieni, la finalissima. La gioia incontenibile della vittoria. Se ci fermassimo in superficie faremmo fatica a cogliere la magia del tennis ai Giochi Olimpici. Nossignore, non è e non sarà mai un torneo qualsiasi. Un tennista professionista è anzitutto un atleta. E nel cuore di un atleta i cinque cerchi avranno sempre un posto speciale.

Mark Woodforde, uno dei due protagonisti di questa fantastica storia, è fermamente convinto che Atlanta ’96 sia stato l’apice della sua straordinaria carriera. Aveva 25 anni e un Major da parte (US Open 1989, in coppia con John McEnroe) quando scese in campo per la prima volta con Todd Woodbridge (l’altro protagonista) a New Haven: fiasco totale. “Fu così che cominciò il nostro viaggio – ricorda Mark – con me a destra e Todd, destrorso, a sinistra. Un disastro dal quale potevamo soltanto riprenderci e lo facemmo subito, spinti da coach Ray Ruffles, cambiando posizione. In quel momento nacquero i Woodies”.

Idoli aussie

“Eravamo entusiasti di andare ai Giochi – prosegue Woodforde al sito Olympic.org – e vivere un sogno che volevo realizzare da sempre. Da bambino, incollato al televisore, mi chiedevo: diventerò mai un olimpionico? Non ero stato convocato per Barcellona 1992 e mi bruciava dentro. Non mi sarei perso le emozioni di Atlanta per niente al mondo”.

Sapevano di essere i migliori quell’anno. Camminavano per il Villaggio Olimpico e tutto l’universo ‘aussie’ aveva occhi per loro. La tuta verde-oro era diventata una seconda pelle, impossibile da strappare. I ‘Boomers’, la nazionale australiana di basket, non lasciava passare un giorno senza informarsi sul loro risultato, caricandoli prima e dopo i match.

Il compagno? Un libro aperto

Funzionavano alla grande e il mondo lo sapeva bene. Il mix scaturito dalla fusione dei loro stili di gioco era meravigliosamente complementare. Una macchina perfetta. Bella, bellissima da vedere. Un due che diventa uno. Dominanti e allo stesso tempo spettacolari. Todd era il doppista per eccellenza: servizio piatto, gioco a rete straordinario, colpi secchi frutto di movimenti rapidi ed efficaci. E anche la risposta faceva malissimo.

Mark sapeva unire ad una fantastica reattività nei pressi del nastro tanta concretezza e competitività anche da fondo. Lucidi come pochi altri a livello tecnico-tattico, i ‘Woodies’ avevano sempre la soluzione giusta al momento giusto. “Un buon team di doppio è come un puzzle, occorre saperlo mettere bene insieme”, sottolinea Woodforde. “Pur non trascorrendo molto tempo insieme fuori dal campo, volevamo sapere tutto l’uno dell’altro. Il compagno dev’essere un libro aperto, solamente così è possibile aiutarsi durante il match. Dove non arrivavo io c’era Todd, questo era il nostro punto di forza”.

Oro e argento

Quella forza che ha permesso loro di uscire vincitori dalla dura battaglia in semifinale con gli olandesi Jacco Eltingh e Paul Haarhuis, terminata con lo score di 6-2 5-7 18-16. “Li avevamo già affrontati diverse volte nel Tour, avrebbero potuto batterci. È stata una partita lunga e spossante, giocata in condizioni al limite del brutale. Una prova fisica attraverso la quale si deve passare per conquistare una medaglia ai Giochi Olimpici. Disputare la finale contro Neil Broad e Tim Henman (6-4 6-4 6-2 il punteggio finale, ndr) è stato quasi un sollievo”. Poi le urla, le braccia al cielo e la medaglia d’oro. “Cantare l’inno nazionale del nostro Paese, guardare la bandiera issarsi e vedere gli altri atleti olimpici australiani tra la folla è stato travolgente”.

Quattro anni più tardi, a Sydney, arriverà anche una luccicante medaglia d’argento. “Dopo il match ho guardato Todd – chiosa Woodforde – e ci siamo detti: “Abbiamo l’argento al collo ma la nostra collaborazione insieme è stata una medaglia d’oro”. Poco dopo Mark avrebbe appeso la racchetta al chiodo, Todd lo farà nel 2005. “Ho portato le medaglie nelle scuole ed è sorprendente vedere l’effetto che ha su ragazzi e adulti. Sono ipnotizzati”. L’Australia e l’intero mondo del tennis non smetteranno mai di ringraziarli. Dal gennaio del 2010, nella Hall of Fame di Newport, ci sono anche loro. Così grandi che a Melbourne Park hanno deciso di dedicargli anche due statue in bronzo, accanto a quelle di Rod Laver e Ken Rosewall.

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