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Eventi Internazionali

Opelka prossimo campione Usa: parola di Brad Gilbert

Fresco di titolo a Delray Beach, a due passi dalla sua casa di Palm Coast, il gigante statunitense dalle movenze sgraziate ma efficaci è considerato un top 10 in divenire.

di | 26 febbraio 2020

Quel furbastro di Brad Gilbert, il teorico del “giocare sporco” ha puntato da tempo su di lui: “Opelka è la prossima grande cosa”. Rinforzando il concetto dell’ultimo Wimbledon, dove il gigante di 211 centimetri ha domato Stan Wawrinka e calcando la dose in settimana, quando il gigante del Michigan ha firmato il torneo di Delray Beach, a due passi da Palm Coast, dove vive, imponendo la sua legge di servizio e essenziale potenza da fondocampo al picchiatore Raonic (alto 1,96) e poi al piè veloce Nishioka (1,70), guadagnando 15 posizioni in classifica e collocandosi al numero 39 mondiale, terzo degli yankees al ridosso del coetaneo 22enne Taylor Fritz (al 35), ma ancora dietro John Isner al numero 20.

Gilbert tira acqua al suo mulino, così come il nuovo capitano di coppa Davis, l’ex numero 7 del mondo Mardy Fish che esalta la materia a sua disposizione:” Tiafoe, Fritz e Opelka rappresentano il presente e il futuro del tennis americano, negli anni a venire saranno la nostra nazionale”. Anche se gli squilli sono solo sporadici, sia da parte dei veterani Querrey e Sandgren, che dei 22enni Frances Tiafoe, Tommy Paul e Michael Mmoh. Nessuno di loro, comunque, ha dimostrato di avere numeri e personalità per diventare protagonista a livello più alto, o per attirare davvero attenzione, men che meno per assurgere al ruolo di esempio e simbolo per le nuove generazioni.
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Sono tutti protagonisti incompleti, spesso viziati dalla florida situazione della società americana se non addirittura già ricchi di famiglia come Fritz. Tutti, finora, lontani dalle luci della ribalta degli Slam. Ecco allora che Opelka può montare nella scala dei valori, guadagnando posizioni come personaggio riconoscibile, quantomeno per il micidiale servizio, terzo nella specifica classifica, con un a media di 19.7 ace a partita, e record come quello del torneo di New York dove ne ha messi giù 156 in una settimana, con due giornate di 43 una dietro l’altra, nuovo limite dai 144 di John Isner a Washington 2007.

Che ancora gli sta davanti nel ranking, mentre negli ace la lotta è apertissima: l’anno scorso ha chiuso al secondo posto assoluto, con 1014 contro i 1032 di Long John, in 48 match; in questi primi mesi del 2020, in 9 partite, ne ha messi giù 214 contro i 212 del connazionale, che però ha giocato un match in più, 10. Anche se come percentuale di punti con la prima al momento Reilly è terzo col 79,5%, dopo Raonic con 83,4% e il solito Isner con 79,8%.

Allenato dall’ex pro Jay Berger - ricordate, quello che spezzava clamorosamente il movimento del servizio - Opelka ha fatto miglioramenti continui e molto sensibili soprattutto negli spostamenti, che sono il suo tallone d’Achille, da quando nel 2015 ha vinto Wimbledon juniores. La gavetta nella palestra Challenger lo ha portato nel 2018 fra i primi 100 del mondo, bloccandolo però ai box per 5 settimane per la mononucleosi, i due successi sul connazionale Isner (agli Australian Open e a New York) gli hanno dato fiducia e punti in classifica l’anno scorso. Questo successo in Florida gli ridà slancio dopo i primi mesi dell’anno piuttosto deludenti, ko d’acchito ad Adelaide contro Cuevas e a Melbourne contro Fabio Fognini, peraltro subendo la rimonta da due set a zero avanti, e quindi appena secondo turno nel torneo dove difendeva il suo primo titolo, a New York, eliminato dal trentenne di Taipei, Jason Jung, numero 131 del mondo.
Casa dolce casa, a Delray Beach, Opelka è felice, sorridente raggiante. “Giocare qui non mi sembra nemmeno di giocare un torneo, dormo a casa mia, vado nei ristoranti dove vado da sempre. E’ una sensazione strana per noi tennisti che stiamo 30 settimane l’anno lontano”. Di più, ancora di più, dietro tutta quella potenza e quella barba folta si nasconde un ragazzo dolce: “L’altra sera ho ospitato tutti a casa mia, Tommy (Paul), Taylor (Fritz) e Stefan (Kozlov) che dormono proprio da me e Frances (Tiafoe) che ci ha raggiunti. E’ lo stesso quando siamo in giro per per il mondo: stiamo sempre assieme, se non da me, in hotel”.

Perché, a parte l’amico Fritz di cui è stato anche testimone di nozze, Reilly e i coetanei a stelle e strisce sono cresciuti in gruppo: “Ci conosciamo dai dieci anni, ci siamo ritrovati sempre negli stessi tornei, abbiamo fatto gli stessi passi avanti, abbiamo avuto gli stessi problemi, e siamo contenti dei successi l’uno dell’altro”. Ognuno col suo stile, col suo sistema di gioco, quello di Opelka è più logorante: “Io gioco molti tie-break, più della maggior parte dei giocatori, perché punto proprio ad arrivare sul 6-6 per sparare le mie cartucce al tie-break. Quindi, è importante avere un piano per arrivarci e prepararmi per alcune cose”.

La sua gente si è esaltata per lo sprint nello sprint del ragazzone. Per via della pioggia, Reilly ha giocato semifinali e finali nello stesso giorno: la mattina ha superato Raonic per 4-6 7-6 6-3 salvando un match point, il pomeriggio ha battuto sotto il traguardo Nishioka per 7-5 6-7 6-2, correndo tanto, sommando 47 ace in due partite e diventando il primo tennista uomo Usa a vincere un titolo quest’anno.     

Chiaramente è anche il più convincente: “Sono davvero orgoglioso di come ho lottato, fisicamente mi sento molto bene, e quindi anche mentalmente non ho paura se mi fanno un break”. L’obiettivo rimane il solito: “Competere per vincere uno Slam, non dico che debba per forza succedere quest’anno, devo ancora fare tanti miglioramenti, devo ancora svilupparmi tanto prima di riuscirci. Ma questo è un po’ quello sul quale mi sto concentrando”. Semplice, essenziale, Opelka.

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