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Eventi Internazionali

Roger perfetto: ora Lo aspetta un sosia

Federer era partito cauto nel suo 'ottavo' contro il belga Goffin, n. 15 del mondo in forma notevole. Invece si è materializzata una giornata capolavoro. Nei quarti, che ha raggiunto per la 13 volta, troverà Grigor Dimitrov. Djokovic si ritira, sotto di 2 set con Wawrinka: la spalla sinistra non regge

di | 01 settembre 2019

L’ennesimo capolavoro, quasi involontario tanto è sembrato fluido, naturale nella sua esecuzione: Roger Federer si è qualificato per la 13esima volta per i quarti di finale degli Us Open (dove affronterà il bulgaro Grigor Dimitrov) giocando la partita perfetta. 88 minuti di 'one man show' davanti agli occhi dell’avversario imbambolato, l’amico-rivale David Goffin.

Poche ore dopo lo storico rivale Novak Djokovic, detentore del titolo e favorito del torneo, lotta strenuamente per due set con l'amico-rivale- connazionale di Federer, Stan Wawrinka. Perde entrambi i parziali (6-4 7-5) e dopo tre giochi del terzo alza bandiera bianca. La spalla sinistra, che gli aveva dato grossi problemi nei giorni scorsi, torna a condizionarlo più di quanto possa sopportare. Si ritira e libera il cammino a Stan, che nei quarti affronterà Daniil Medvedev, che ha messo fine alla favola del cenerentolo tedesco Koepfer. 

Potrebbe riproporsi in semifinale una sfida Federer -Wawrinka? Potrebbe in prospettiva rimaterializzarsi la possibilità finale Federer -Nadal? Fantasie. Torniamo ai fatti.

IL TABELLONE AGGIORNATO

Aveva molto rispetto della qualità del suo avversario, Roger Federer. Lo aveva dichiarato sorridendo all’intervistatore che lo aspettava prima del match all’imbocco del tunnel che porta in campo, nella pancia dell’enorme Arthur Ashe Stadium. Piedi veloci, il belga Goffin. Uno che sta giocando molto bene. Lo aspettava una partita dura ma sapeva cosa doveva fare. Con il microfono davanti, in quello stesso tunnel, pochi istanti prima, David Goffin non aveva un’espressione convinta. Anche lui affermava di sapere che cosa l’aspettava e come avrebbe dovuto impostare il match. Nel fondo degli occhi cerulei faceva però capolino quel lampo di rassegnazione all’ineluttabile, come dire: però non sono io quello che deciderà come andranno le cose. Roger del belga ha davvero grande stima. Ci aveva perso una sola volta su nove scontri diretti, ma era stato tutto facile solo un paio di volte a Basilea, sul campo di casa. Dunque ha provato a sprintare subito.

Ha vinto il “toss”, il lancio della moneta e scelto di battere per primo. Perché lui i consigli di Brad Gilbert, l’ex giocatore e tecnico di Agassi che insegna a vincere “da bastardi” (e consiglia di lasciare sempre all’inizio la battuta all’avversario così ci si scalda e si lascia a lui il rischio del break iniziale) non li segue.

Bel game di servizio, subito pareggiato e poi il classico “passaggio a vuoto Federer”, che sta nella manualistica dell’ultimo ventennio, esattamente come i religiosi “Federer moments”, quelli delle magie, descritti dallo scrittore Foster Wallace.
Un game di servizio dove la prima palla d’attacco a campo vuoto Re Roger la mette proprio in bocca al belga, che ringrazia e lo trafigge di diritto.
Seguono altre amenità: la ‘prima’ che non entra, il rovescio un po’ lunghino, l’esitazione ed ecco che il break–Belgio è fatto. E uno dice: faceva bene a preoccuparsi

In realtà sul campo Federer non sembra in difficoltà. Il gioco lo conduce lui anche se ogni punto richiede costruzione adeguata. Così la scossa dello svantaggio chiama una dose importante di concentrazione, rilassata però. L’esito è devastante. Un controbreak di attacchi decisi e poi, nonostante le rincorse dei piedi velocissimi di Goffin, un parziale da paura: 15 punti a zero. Una soluzione più bella d’altra. Magia, potenza, scioltezza. Si arriva senza interruzioni di dominio dei punti fino a 5-2 Federer, 0-30 sul servizio di Goffin. Lì il belga raccatta un ‘quindici’ che non gli basta a frenare la valanga. Il primo set se ne va in 26 minuti, veloce come i piedi di Goffin, che l’ultima palla la spara di rovescio fuori, a caso, uno sfogo di rabbia impotente.

Alla partenza del secondo parziale la musica non cambia. Lo Swiss Maestro, come lo chiamano a New York, è in giornata ‘decontratta'. I colpi partono fluidi, la palla scorre. Goffin non si arrende e prova a rischiare di più, a spingere più forte per ovviare al break che subisce subito.

Ottiene un altro ‘passaggio a vuoto Federer’ che, sul 3-1, gli offre il controbreak che riaprirebbe la seconda frazione. Niente da fare di nuovo. Altri 4 giochi di fila 'made in Switzerland' e in 32 minuti finisce ancora 6-2. Questa volta però i vincenti sono solo 10 a 5 per Federer: nel primo set erano stati 12-2.

Nell’angolo di Federer, la formazione del team al completo, quella delle grandi occasioni (coach 1 Ivan Ljubicic, coach2 Severin Luthi, la moglie Mirka, il manager Tony Godsick) pare seduta tranquillla.

E fa bene, perché il terzo set finisce addirittura 6-0. La partita è durata in tutto un’ora e 18 minuti. Di un tennis immacolato (con i profilini blu) e tranquillo come il pigiamino da tennis che lo sponsor giapponese ha disegnato per l’artista di Basilea. Goffin prende il borsone e saluta veloce. Per non disturbare gli applausi finali.

Dimitrov, baby Federer alla prova di Roger

Alla fine del 2017 Grigor Dimitrov era n.3 del mondo, aveva appena vinto le Atp Finals di Londra e conquistato nella stagione altri tre titoli tra cui il Masters 1000 di Cincinnati.

Sembrava destinato a riempire di significato quel pesante soprannome (Baby Federer) che appiccicatogli da giovanissimo sembra avergli zavorrato la carriera. E invece tornò bell’anonimato, dal quale in precedenza era uscito soprattutto per la sua relazione molto ‘glamour’ con Maria Sharapova.

Il bulgaro ‘desaparecido’ si è presentato agli Us Open da n. 78 del mondo. Uno qualunque. Ma con la scintillante prestazione di oggi contro l’astro nascente australiano Alex De Minaur, ha raggiunto addirittura i quarti di finale, la sua migliore performance di sempre a New York.

Una vittoria netta la sua, in tre set (7-5 6-3 6-4), due ore e 5 minuti di partita che lo mettono di fronte, dopodomani, alla sua nemesi, il Federer quello vero, il fenomeno cui assomiglia per gestualità ma del quale non potrà mai seguire le orme (a 28 anni e ‘zero Slam’ la rincorsa è proibitiva…). Con il gusto però, a suo rischio e pericolo, di provare a uscirne per la prima volta vincitore. I confronti diretti recitano un impietoso score: 7-0

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