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Eventi Internazionali

Federer e i tiebreak: la storia non mente

Lo svizzero ha vinto più tiebreak di tutti nel circuito ATP. Ha anche la percentuale più alta tra i Big 3 nelle finali Slam. Novak Djokovic, con i tre vinti a Wimbledon, gli si è avvicinato

di | 25 luglio 2019

I tre che ha perso in finale a Wimbledon resteranno comunque nella memoria. La sua, di chi era sul Centrale, di chi per giorni ha continuato a immaginare un finale diverso in un esercizio collettivo di ucronia, la storia alternativa. La storia, quella vera che dà i brividi perché nessuno la può inventare, dice comunque che Roger Federer ha la miglior percentuale di vittorie nei tiebreak in carriera nel circuito ATP. Ne ha vinti 452 su 694, il 65,1%. Djokovic, con i tre vinti a Wimbledon, è secondo tra i giocatori in attività (63,6%). Rafa Nadal non raggiunge il 61% (60,7). Ha interpretato meglio di tutti finora la rivoluzione che dal 25 luglio 1970 ha cambiato la storia del tennis.

Nei tornei dello Slam, la percentuale di successi dello svizzero supera i due terzi, la più alta tra i Fab 3, la seconda tra i giocatori in attività dietro Milos Raonic. È l'unico dei Fab 3, poi, che abbia più del 60% di quelli giocati nelle finali dei major. Opposta, invece, la gerarchia nelle finali dei Masters 1000: qui il rendimento migliore nei tiebreak è di Nadal, unico insieme a Djokovic a superare la soglia del 60%.

 

“Nei tiebreak avere un buon servizio sicuramente aiuta” diceva Federer l'anno scorso. “Dovresti essere aggressivo e paziente, non cercare i colpi folli, per quanto anche questo modo di fare a volte paga. Serve il giusto equilibrio”.

Lo chiamavano "sudden death"

Proprio la distribuzione dei servizi e l'iniziale forzata asimmetria ha rischiato di far naufragare l'innovazione che ha cambiato la storia del gioco, il tiebreak appunto. Era il 25 luglio del 1970 quando la USTA, la federazione americana, annunciava l'introduzione allo Us Open di quella che allora si chiamava “sudden death”, la morte improvvisa: nove punti, chi arriva a cinque vince. Per Rod Laver non è abbastanza paritario perché un giocatore potrebbe vincere tutti i punti al servizio in un set e comunque perderlo.

 

“E' lo step più rivoluzionario nei punteggi del tennis da quando 'love' (amore) è diventato sinonimo di perdenti” ha scritto Neil Amdur sul New York Times (love indica infatti lo zero nel punteggio del tennis). Come funzionava? Lo spiega Sports Illustrated all'epoca. “Ashe, mettiamo, serve per i primi due punti, poi Newcombe per altri due. Si cambia campo. Ashe serve per altri due punti, Newcombe per gli ultimi tre. Si potrebbe pensare che ci sia un vantaggio per chi serve per primo, ma l'esito dei set finiti alla sudden death è diviso piuttosto equamente tra chi inizia al servizio e chi in risposta” scrive Walter Bingham.

La “sudden death”, che allo Us Open del 1970 viene annunciata dal giudice di sedia che alza una bandierina rossa, piace moltissimo ai tifosi, molto meno ai giocatori. Ma il direttore del torneo Bill Talbert è chiaro su quale delle due posizioni sostenere. “I giocatori non comprano i biglietti” dice. Discorso chiuso, o quasi. Perché proprio Rod Laver promuoverà l'evoluzione del tiebreak nella versione che conosciamo oggi, che rende la “sudden death” un po' meno improvvisa. A Wimbledon, dal 1971 al 1978, si giocherà sull'8 pari, poi dal 1979 sul 6-6 e ovviamente non al quinto set.

 

Il tiebreak, l'unica vera rivoluzione del tennis moderno, è diventata storia a Wimbledon. Bastano 22 minuti, i 22 minuti più incredibili nell'era moderna del gioco. Bastano quei 34 punti che permettono a Borg di cambiare il suo destino nella finale di Wimbledon 1981, completare la sua ultima doppietta Roland Garros-Wimbledon e la sua ultima vittoria su Supermac.

 

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I giocatori non comprano i biglietti

“La sudden death forzerà i giocatori a migliorare uno degli aspetti più ignorati del gioco, la risposta al servizio” diceva Talbert nel 1970. Una profezia destinata ad avverarsi. Tra i giocatori oggi in attività, infatti, il miglior rendimento nei tiebreak giocati nelle finali ATP è di Juan Martin Del Potro. Dietro però ci sono, nell'ordine, Andy Murray, Novak Djokovic, Rafael Nadal, Philipp Kohlschreiber e poi Roger Federer. Più indietro i “battitori”, John Isner, Marin Cilic o Sam Querrey che quando c'è un titolo in gioco ne vincono poco più di uno su due.

 

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Perché, come diceva Federer, in quei momenti serve equilibrio. Quello che ha mostrato Djokovic nel costringerlo, in finale a Wimbledon, a giocare da dietro quasi tutti i punti nei tre tiebreak della finale. “Ho imparato da Rafa e Roger a mantenere la calma e tirare i colpi migliori al momento giusto. Sono stati loro a insegnarmi come batterli, come vincere gli Slam” diceva nel 2012. Ora insidia il primato di Federer come re dei tiebreak.

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