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I 3 miti che Wimbledon ha sfatato

Lasciate raffreddare le emozioni e analizzati più oggettivamente fatti e numeri, l’edizione 2019 dei Championships chiusa dalla strepitosa finale tra Federer e Djokovic, mette in discussione alcune convinzioni radicate nell’ambiente del tennis. Vediamole insieme

di | 17 luglio 2019

Chi fa più punti e più colpi vincenti vince - Bisognava dormirci sopra. Una partita come quella tra Roger Federer e Novak Djokovic, che ha chiuso in modo straordinario i Championships di Wimbledon 2019, andava digerita, lasciata decantare per poter essere analizzata.

Bisognava elaborare le emozioni di 4 ore e 57 minuti, la più lunga finale nella storia del torneo; Il livello di gioco pazzesco; Il brivido dei due match consecutivi avuto da Federer sul 8-7 nel quinto set; La straordinaria efficienza con cui Djokovic ha dominato tutti e tre i tie break.

Lo ha fatto anche Craig O‘Shannessy, il match analyst, stratega di Djokovic (consulente anche dell’Atp e della Federazione Italiana Tennis) che è tornato a casa con calma, ad Austin (Usa), si è seduto al computer e ha spiegato con i numeri come e perché Nole alla fine ha battuto Roger, pur facendo meno punti complessivi (204 contro i 218 di Federer). E anche meno colpi vincenti (solo 54 contro i 94 dell’avversario). E commettendo sì meno errori (52 contro 62), ma non così tanti in meno da giustificare il successo finale.

Il segreto? Nei tre tie-break, i momenti decisivo, è sempre riuscito a portare il gioco sul suo terreno preferito. E meno gradito all’avversario.

Basti pensare che nel corso dell’incontro Roger ha fatto 15 volte ‘serve and volley, servizio e discesa a rete, conquistando 13 punti. E ha realizzato ben 51 punti su 65 scendendo a rete durante lo scambio. Ebbene, nel corso dei 3 tie-break è andato complessivamente a rete solo 2 volte (una vincente). Mentre per ben 20 volte il punto è stato frutto di un battaglia da fondocampo: Nole ne ha vinti 16 contro solo 4 di Roger.

L’altro dato che spicca, a conferma dell’andamento dei tre tie-break vinti da Djokovic è che, rispetto a tutto il resto dell’incontro, la lunghezza media degli scambi si è allungata, proprio in quei momenti decisivi.

Ecco i numeri:

Primo set - Media colpi per ogni punto fino al tie-break: 4,2. Al tie-break: 6,4

Terzo set - Media colpi per ogni punto fino al tie-break: 4,0. Al tie-break: 5,6

Quinto set - Media colpi per ogni punto fino al tie-break: 4,4. Al tie-break: 5,6

Numeri che testimoniano come Djokovic sia riuscito in quei momenti decisivi a giocare come piaceva a lui, considerando che nell’intera partita si è aggiudicato il 59% dei punti contesi da fondocampo (114 sui 194 totali) contro il 41% (80 su 194) di Federer.

Dunque si può riassumere che Re Roger ha dominato quando è riuscito ad attaccare e prendere la rete e invece ha subito se costretto a fondocampo. Lo svizzero è riuscito a condurre la partita su quei binari per tutti i cinque set, sia i due che ha vinto sia gli altri nei quali ha lottato fino all’ultimo. Ma nei tie-break (compreso quello finale decisivo) si è giocato da fondocampo. Sul terreno di Djokovic, che infatti li ha vinti tutti.

Con un ultima nota tecnica particolare che O Shannessy ci regala: il serbo ha riportato in auge nei turni di battuta una scelta che pareva in disuso: il servizio al corpo, cioè diritto addosso all’avversario anziché angolato ‘a uscire’ o centrale ‘allaT’. L’ha usato 10 volte cogliendo ben 8 punti diretti. Che in un match così tirato sono stati molto importanti. Federer ha usato questo tipo di servizio solo 1 volta, cogliendo anche lui il punto.

Svelata la chiave tecnico strategica della vittoria di Novak Djokoivc, ci sono altri due luoghi comuni del tennis attuale che l’ultima edizione di Wimbledon ha decisamente sfatato. Vediamoli.

Federer non regge alla lunga distanza – Quante volte avrete sentito dire dai telecronisti presentando una partita di Federer (o dai cronisti della carta stampata e del mondo digitale) che Roger doveva cercare di vincere il primo set, o comunque stringere i tempi, perché sulla lunga distanza sarebbe stato sicuramente sfavorito? Decine, forse centinaia di volte negli ultimi 6-7 anni. E’ stato il leit-motiv di tanti commentatori almeno dal 2012 in poi. In quell’anno lo svizzero, allora 31 enne, aveva conquisto il titolo a Wimbledon battendo Andy Murray. Da allora, fino al 2017, era rimasto a secco in termini di successi Slam. Ed era cominciata la litania: alla sua età non è più in grado di reggere sulla lunga distanza. Una bufala cosmica.

Federer ha sempre retto benissimo alla distanza. Il suo problema di rendimento era in parte condizionato dall’utilizzo di una racchetta obsoleta ma soprattutto da una serie di acciacchi (soprattutto la schiena) che gli impedivano di esprimersi al meglio. Ma quando stava bene non ha mai avuto problemi di tenuta.

Lo straordinario livello di tennis espresso per tutte le 4 ore e 57 minuti della finale, la capacità di arrivare a servire per il match sull’8-7 del quinto set dimostrano una volta per tutte che la lunga distanza non è mai stato e non è un problema per Roger Federer.

L’erba è un campo veloce – Che l’erba di Wimbledon non fosse più quella di una volta era chiaro ormai da anni. Ma ora è lampante che non si può più parlare di campi veloci. Chi si andasse a rivedere i filmati dei match non solo della generazione di Borg e McEnroe ma anche di quella di Becker, Edberg e Lendl, si renderebbe immediatamente conto di quanto fosse difficile essere vincenti sui prati senza saper padroneggiare da maestri il gioco sotto rete o applicare il serve and volley. Solo rari fenomeni, il primo fu Bjorn Borg, riuscirono a imporsi pur essendo prevalentemente fondocampisti: lo stesso svedese comunque imparò ad applicare con efficacia lo schema servizio-volée.

Il ‘povero’ Ivan lendl, invece, che sotto rete fu sempre un pesce fuor d’acqua nonostante sia riuscito a dominare il tennis nella seconda metà degli Anni Ottanta, fece sempre cilecca sui prati londinese. Fallì perché su quell’erba, allora, la palla schizzava via veloce e non si alzava. E La sua capacità di comandare gli scambi da fondo, e tirare passanti se qualcuno lo attaccava, su un terreno così veniva annullata. Nel 1987, per esempio, perse in finale contro l’australiano Pat Cash, che giocava solo praticamente attaccato alla rete e sulla terra battuta di Parigi non era mai andato oltre il quarto turno.

Se quella partita fosse stata disputata sull’erba di Wimbledon 2019, dove i rimbalzi erano alti quasi come su un campo in terra e hanno permesso a un grande regolarista come lo spagnolo Roberto Bautista Agut di arrivare con autorità in semifinale, Lendl avrebbe molto probabilmente sforacchiato Cash come un gruviera.

In questa logica si inquadra anche la vittoria tanto netta di Simona Halep nel singolare femminile su Serena Williams. In questo momento la campionessa rumena è sicuramente superiore alla superstar statunitense (e in termini di regolarità, e tenuta alla distanza negli scambi da fondo, lo è probabilmente sempre stata). Serena però dalla sua ha sempre avuto una potenza e un aggressività superiori anche se la sua condizione atletica non è ancora tornata quella di una volta. Su un’erba veloce come da antica tradizione quest’anno la statunitense avrebbe comunque probabilmente perso con Simona, ma lo score sarebbe stato meno severo.

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