La dichiarazione di massima fiducia è del coach Andrea Trono, pugliese, con una scuola ben avviata alle spalle in Salento e una formazione passata con Michelangelo Dell'Edera. "Franco - dice - mi ricorda Paolo Lorenzi, e non sarei sorpreso di trovarlo nei top 50 Atp"
di Cristian Sonzogni | 14 agosto 2022
Se non fosse per lui, oggi il fenomeno Agamenone forse non sarebbe tale. Andrea Trono, coach pugliese di Lecce, una scuola tennis di ottimo livello da condurre e un ruolo di capitano in Serie A2 da portare avanti, non aveva mai guidato un giocatore tra i professionisti. Ma un giorno ha visto l'italo-argentino che si allenava da solo, di mattina presto, provando il servizio a ripetizione, e ha capito tutto.
“Finito un match di Serie A – spiega Trono – vidi Franco che lavorava in solitudine. Stessa cosa il giorno dopo. Vedere un ragazzo allenarsi così, senza nessuno accanto, da un lato mi suscitò tenerezza ma dall'altro lato mi fece comprendere la sua immensa passione. Gli buttai lì una battuta: 'se continui a servire così non vai da nessuna parte'. Mi chiese se gli davo una mano per un'oretta, così ho fatto e in seguito gli ho mandato alcuni video per fargli capire quello che avrei modificato. Da lì abbiamo lavorato una settimana sul servizio e su altri dettagli. Subito dopo è partito per fare due 15 mila dollari in Romania e ha fatto due finali: fu il prologo a una prova di un mese che andò bene, tanto che oggi siamo ancora qui, vicini al traguardo che ci eravamo posti all'inizio di quella avventura: entrare nei primi cento giocatori del mondo”.
Il fenomeno Agamenone dunque nasce così, e non nasce per caso. Intanto, Andrea Trono è un prodotto di quel Sistema Italia che ha dimostrato di poter funzionare così bene a ogni livello. Poi, l'italo-argentino di 29 anni e il suo attuale allenatore rappresentano i perfetti opposti che si attraggono.
“Aveva giocato per il Ct Mario Stasi Lecce prima della pandemia – continua Trono – quando andammo in A2 vincendo il campionato. Avevo il ruolo di capitano di quella squadra e notai subito che Franco era un ragazzo molto professionale. Nei cinque anni precedenti aveva vinto solo un 15 mila, aveva una classifica intorno al numero 800 Atp. Non era demotivato, ma era deluso e dispiaciuto per come stava andando la sua carriera. In quel periodo decise di prendere la nazionalità italiana anche per giocare i tornei di qualificazione agli Internazionali d'Italia e comunque per poter essere più comodo nel Tour. Dall'Europa, rispetto all'America Latina, viaggiare nei tornei Itf diventa più facile”.
Non era comunque una sfida semplice da vincere, ma la molla che ha fatto scattare tutto è stata la volontà di entrambi di portare avanti il lavoro, questo lavoro costante e professionale che adesso li ha trascinati a un passo dal paradiso. Con a fianco un team composto inoltre da Tommaso Mannarini, Paolo Capano (preparatore fisico), Manuela Gabrieli (nutrizionista) e Mirta Iglesias (mental coach), con Gianluca Ceino come osteopata.
“L'obiettivo era farlo giocare più aggressivo, automatizzare alcune cose. Così lo convinsi a fare qualche torneo sul cemento, dove non aveva mai giocato. Andammo a Monastir e perse al primo turno, dunque per certi versi fu dura per me tenerlo lì. Poi però andò in crescendo: secondo turno, poi finale e quindi vittoria. Alla fine aveva migliorato tanti aspetti. Lì sta la chiave di lettura di tutto, fu un passaggio fondamentale nella carriera di Franco. Io decisi di allenarlo full time, lui prese casa a Lecce con la sua fidanzata e da allora lavoriamo insieme senza sosta”.
Trono aveva (e ha ancora) una scuola ben avviata. La realtà che guida si chiama Salento Tennis Center, vanta una quindicina di seconda categoria provenienti da diverse parti d'Italia e una scuola tennis di 250 ragazzi. “E proprio per questo l'opportunità con Franco mi è arrivata in un periodo giusto, in cui potevo permettermi di investire su un'altra avventura, mentre in un altro momento della mia vita probabilmente non lo avrei potuto fare. Io sono molto istintivo e Franco umanamente mi è piaciuto moltissimo, ha perseverato per tanti anni e non ha mai mollato, passando attraverso tante delusioni. Vederlo che non mollava mai mi ha fatto credere in lui: qualsiasi essere umano merita una seconda chance e lui eccome se la meritava. Uno che è sempre il primo ad arrivare e l'ultimo ad andare via, uno che durante la preparazione fa resistenza generale sotto la pioggia, merita da parte mia tutto il rispetto, tutta la fiducia. In questo momento non cambierei Franco per nessun giocatore al mondo”.
Certo Agamenone non è un bambino, ha 29 anni ma molti meno in termini di esperienza ad alto livello. “Il nostro sport è bellissimo proprio per le difficoltà che trasmette e per come ognuno prova a superarle. Il giorno dopo una sconfitta ricominci da capo, fai mille rinunce, ed è per tutti così. Io gli ho detto solo: 'non ascoltare nessuno, che non abbiamo il tempo per perderci dietro alle opinioni altrui. Faremo questo viaggio, senza aspettative e senza metterci pressione. Ovunque andremo, continueremo a sognare'. Strategicamente e tatticamente è intelligentissimo, quando è arrivato abbiamo lavorato su questo, sull'essere più camaleontici possibile. Non aveva variazioni di ritmo, non metteva i piedi vicino alla linea. E se questa è una strategia che può andare bene per alcuni giocatori, se vuoi fare un salto di qualità verso i top 100 serve altro. Gli dissi subito che bisognava lavorare per quello: 'se il tuo obiettivo non sono i top 100 – aggiunsi – io non lavorerò mai con te'. Con quella frase in lui si riaccese tutto, forse non credeva davvero potesse realizzarsi ma ci sperava con tutto il cuore. Da lì abbiamo lavorato su questa evoluzione. Senza pensare al punteggio e al nome dell'avversario, proviamo ad adottare una strategia di gioco in funzione della posizione in campo, sia quando deve stare a fondo, sia quando deve cercare l'approccio a rete”.
In questo momento non cambierei Franco per nessun giocatore al mondo (Andrea Trono)
Franco Agamenone
C'è un match, in particolare, che ha acceso il tifo del pubblico tricolore per l'italo-argentino nato e cresciuto a Rio Cuarto. Un match nel quale – come spesso gli capita – Agamenone ha saputo adeguarsi in corsa al ritmo di un rivale molto più in alto di lui nel ranking. “A Umag contro Sebastian Baez è stato bravissimo, ha fatto quello che doveva per oltre tre ore di gioco e per giunta alla quarta partita nel torneo, con l'ultimo scambio che è durato 40 colpi. Gli dico spesso di giocare come quando era un bambino, soprattutto quando deve affrontare certi avversari come Baez o come Sinner. Se giochiamo 10 volte contro Jannik, oggi perdiamo 10 volte, perché lui ha sempre un tennis attivo e adesso varia pure tanto. Ma a quel punto al mio allievo chiedo un favore solo: gli dico 'divertiti e cerca di interpretare il gioco, vivi le emozioni, prenditi il gusto di quello che accade, perché te lo meriti, perché non abbiamo niente da perdere'. Quando si diverte è lì che esprime il suo miglior tennis, quando è libero dall'emotività. Lui riesce a entrare nel match e si isola, si esprime appunto come se fosse un bambino che deve per prima cosa divertirsi".
Adesso che i top 100 sono ormai a un passo, che anche gli Slam sono stati sperimentati (sia nelle qualificazioni, sia nel main draw, al Roland Garros), le sensazioni potrebbero cambiare, la pressione potrebbe farsi sentire. “Adesso che si avvicina al mondo dei big, un po' la pressione la avverte, perché il suo sogno è a portata di mano, capisce che le persone lo osservano con più attenzione, non è più uno dei tanti inseguitori senza nome. Dall'altro lato ha più consapevolezza dei suoi mezzi, ha battuto tre top 100 in due settimane, in Bundesliga e poi a Umago. Più pressione coincide però anche con il fatto di avere la certezza di non essere lì per caso. Una cosa è dirlo a parole, una cosa è sentirlo in campo. Franco ha percepito chiaramente di poter stare lì, a quel livello”.
Se il giocatore è una sorpresa, in fondo lo è – in parte – anche il coach, alla prima esperienza di questo livello. “Provo a osservare gli altri coach nel circuito, guardo tanti match di tutti i giocatori, cerco di capire che tipo di strategie attuano coi loro allenatori. Il segreto è andare in qualche modo a rubare il mestiere, anche se in fondo mi piace rimanere un po' distante, mantenere una mia personalità, un mio modo di pensare. Non nel senso che voglio restare con le mie convinzioni scolpite nella pietra, ma nel senso che non voglio perdere la mia natura. Nella mia formazione, un ruolo chiave l'ha avuto Michelangelo Dell'Edera: lui è stato il mio maestro e coordinatore, oltre a essere colui che ha costruito da 20 anni a questa parte il Sistema Italia. Quella successione didattica che oggi applichiamo tutti, nasce da un sistema ideato in Puglia, la sua e la mia regione. E bene o male quasi tutti i ragazzi italiani usciti di recente sono figli di questo sistema”.
C'è un giocatore, più degli altri, che torna alla mente guardando la storia di Franco Agamenone. Si chiama Paolo Lorenzi e ha ottenuto i suoi migliori risultati nella seconda parte della sua carriera.
“Paolo lo conosco solo per averlo visto in tv, ma in effetti c'è tanto che lo accomuna a Franco. Flavio Cobolli, invece, dice scherzando che Agamenone sembra il Medvedev dei poveri, all'inizio sembra che tiri piano ma poi ti rimanda tutto sempre più veloce. Come Lorenzi, Franco ha sempre fatto benissimo la fase difensiva, e quando deve tenere tiene, anche 4 metri dietro alla riga di fondo. Quello che abbiamo aggiunto a questa sua dote naturale è tutto il resto. Lui deve essere bravo a capire come passare dalla fase difensiva alla fase offensiva. Questo passaggio è fondamentale. Non mi sorprenderei di vederlo più in alto, non mi sorprenderei di vederlo nei top 50 Atp. A proposito, qual è stato il best ranking di Paolo Lorenzi?”.