-
Campioni nazionali

A lezione dal "soldatino" Lorenzi, re dei Challenger

Paolo, prossimo ai 38 anni, ha raggiunto a Biella la 40esima finale in questo circuito (21 i titoli fin qui conquistati): “Questo sport è la cosa che mi piace di più nella vita, per questo riesco ancora a competere a un buon livello”

di | 22 settembre 2019

San Luis Potosi 2006-Biella 2019. Onore al soldato Lorenzi, Paolo. Che, con 40 finali Challenger, dal 10 aprile di tredici anni fa a oggi, alla veneranda età di 37 anni e 8 mesi, entra nella storia come il secondo di sempre che si è presentato più volte sotto il traguardo dei tornei di seconda fascia ATP Tour, dopo l’iper-specialista Lu Yen-Hsun.
E’ un attestato della professionalità, della continuità, della serietà e della longevità del ragazzo dell’81 come Roger Federer che, partendo con un bagaglio molto ma molto inferiore rispetto al Magnifico, dal 1999, s’è costruito pezzo dietro pezzo, giocando fino al 2002 solo i tornei di terza fascia, i Futures, e salendo salendo pian pianino, fino a toccare la classifica record di 35 del mondo, il 15 maggio 2017. Aggiudicandosi, strada facendo, 21 di quei tornei Challenger e, il 23 luglio 2016, anche il primo e unico titolo Atp Tour, sulla terra rossa di Kitzbuhel. Inutile dirlo, anche col record di più anziano a sfatare il tabù, a 34 anni e 7 mesi. Nel segno della perseveranza, dell’applicazione, dell’umiltà e anche dell’intelligenza del romano, cresciuto a Siena e ora residente a Sarasota, in Florida. Il talento operaio di chi non è mai solo e fa quasi paura per la sua forza silenziosa.

Lorenzi e una carriera-esempio

Oltre a costruirsi i colpi, fino al solido servizio che gli ha cambiato la vita, Paolo è stato un esempio di calma e di freddezza invidiabili ed uniche, in campo, un master zen capace di azzerare subito l’errore e di ripartire a testa bassa, senza mai piangersi addosso, senza lamentarsi per i piccoli mattoncini che metteva insieme a fatica, mentre magari l’avversario buttava giù tutta la sua opera con un solo gesto di qualità.
Un vero guerriero che non getta la spugna, che lotta per ore e ore, contro avversari molto più giovani, contro limiti tecnici e tattici, il “David Ferrer de noartri”. Un tennista-uomo che meriterebbe di diventare, lui stesso, con la sua carriera e la sua esperienza, una materia unica di approfondimento al corso allenatori.

281a3154-925d-4727-9524-a8aedc70b852
Play

Salto di qualità, premiato con gli Slam

Oltre alle altre doti, infatti, Lorenzi ha aggiunto una pazienza certosina. Che, come premio e come conferma della proverbiale resilienza, l’ha portato, infine - dopo il salto di qualità da regolarista della terra rossa a giocatore moderno, competitivo anche sul cemento -, a entrare anche nel paradiso del tennis, in quei tornei dello Slam che lo ricacciavano sistematicamente, drammaticamente, indietro.

“In campo sono felice”

Qual è il suo segreto? Chi fa bene il proprio lavoro sa che la risposta sta solo e soltanto in una parola: amore.
Infatti, Paolo Lorenzi ripete oggi quello che diceva da ragazzo ai genitori, stimati medici, che temevano questa sua passione per il tennis e lo invogliavano a non abbandonare gli studi: “Amo questo sport, è la cosa che mi piace di più nella vita, in campo sono felice ed è per questo che riesco ancora a competere a un buon livello”.

I successi maratona agli Us Open

Morale, agli Us Open di agosto, dopo aver superato le qualificazioni, al primo turno del tabellone principale, s’è regalato la prima rimonta in carriera da due set a zero sotto contro Zachary Svajda e quindi ha domato, dopo quasi cinque ore e altri cinque set, uno dei Next Gen emergenti più solidi, il serbo Miomir Kecmanovic, sommando 9 ore 20 minuti in campo. Per cedere poi in tre set, però molto sostanziosi (6-4 7-6 7-6), a Stan Wawrinka.
Aveva tanta rabbia in corpo per l’infortunio al piede dell’anno scorso che l’ha fermato dopo la crescita del 2017 e l’ha fatto riscendere al numero 135 del mondo, Paolo. Chissà cos’ha in mente per il 2020!

Commenti

Partecipa anche tu alla discussione, accedi