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Campioni nazionali

Berrettini, il diritto più veloce del West

Berrettini, nel suo duello vincente con Rublev, ha mostrato la quintessenza del suo tennis, modernissimo, che va a caccia del punto nei primi quattro colpi. Un servizio devastante seguito, quando serve, da un diritto che spara palle che sembrano pallottole. Non manca, certo, qualche morbida smorzatina...

di | 02 settembre 2019

Matteo Berrettini, il diritto più veloce del West. Il 23enne romano ha la stazza e l’attitudine del pistolero che sarebbe piaciuto a Hollywood, ai tempi dei James Stewart o degli Henry Fonda: il bel tenebroso che quando sfodera la Head ti fulmina, con il servizio o con quel diritto che sembra uscire dalla fondina come una colt e manda pallottole gialle di là dalla rete.

Uno spettacolo l’azzurro sul Louis Armstrong contro il nervoso principe russo Andrey Rublev. Ha messo in mostra, applicati sul pratico campo in resina azzurra di New York, gli schemi del tennis più moderno, quello dove tutto si vince o si perde nei primi 4 colpi.

Non è un caso che nel suo angolo, accanto al papà Luca, ai coach Vincenzo Santopadre e Umberto Rianna ci fosse seduto il grande teorico di questi numeri, il match-analyst di Novak Djokovic e dell’Atp Craig O’Shannessy che da qualche anno è anche consulente della Fit, più precisamente dell’Istituto Superiore di Formazione Roberto Lombardi che ne è il laboratorio scientifico.

Non è un caso se i nostri tennisti emergenti i Berrettini, Sonego, Sinner esprimano il modulo tennistico più evoluto del circuito: servizi esplosivi e sempre votati, quando non sono subito vincenti, alla preparazione di un winner al colpo successivo.
Si aspetta solo se costretti. Altrimenti si è allenati a spingere tutto con aggressività, comandando lo scambio per chiuderlo appena possibile.

Nel caso di Matteo Berrettini questo suo tennis molto essenziale (basato sull’uno-due, col diritto che spacca come fosse un servizio tirato sulla palla al rimbalzo) si arricchisce di un ampio e regale rovescio in back, frutto della nostra tradizione e del lavoro con Santopadre, un fine dicitore quando era lui a menare le danze con la racchetta.

E’ la giocata che spariglia, quella che cambia ritmi e altezza dei rimbalzi, che impedisce ai grandi colpitori, alla Rublev ma non solo, di chiudere gli occhi e chiudere i punti sparando.
Li obbliga a pensare, se ne sono capaci, o a sbagliare. O magari a rallentare e prestare il fianco alla prossima accelerazione.

Alla fine, a ben guardare, Berrettini esprime un tennis semplice come quello dei grandissimi. Una specie di via di mezzo tra Federer (per l’efficacia del servizio e la penetrazione del diritto, anche colpito correndo all’indietro per spostarsi sull’angolo del rovescio) e Nadal (per la metodica applicazione dello stesso schema, sempre uguale ed efficacissimo: servizio e missile di diritto coperto, con quella dose di rotazione in top che serve a tenerlo sempre in campo).

In questa semplicità, allenata a dovere, trova il tempo e lo spazio per pensare a come mandare fuori giri quelli che sparano tutto e basta. Come Rublev, che pure, giocando alla sua maniera, batte Federer, Tsitsipas, Kyrgios.

E’ un tennis ricco di margini, di crescita e di sicurezza, quello di Matteo Berrettini. Un tennis che porta lontano: alla conquista del West.

L’occhio tecnico: la sua racchetta - Matteo Berrettini utilizza una Head Extreme MP, manico n.3, che customizzata e incordata, pesa 350 grammi. Vuole una tensione non troppo elevata, 23/22 kg: la corda è una Signum Pro Firestorm, sintetico monofilamento, calibro 1,30 mm.

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