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Campioni nazionali

Addio a Beppe Merlo, genio del tennis bimane

Avrebbe compiuto 92 anni a ottobre. E' stato due volte semifinalista a Parigi, due volte finalista a Roma e 4 volte tricolore negli Anni ’50. E' considerato l'inventore del rovescio a due mani

di | 17 luglio 2019

E' morto a 91 anni Beppe Merlo, un genio del tennis italiano. Due volte semifinalista a Parigi, due volte finalista a Roma e 4 volte tricolore negli Anni ’50,ha avviato una delle più durature rivoluzioni del gioco: il rovescio bimane. 

Non era uno di quei combattenti che si accendevano di passione nella lotta come Fausto Gardini, da cui perse una finale da corrida al Foro Italico. Non aveva lo stile elegante di Pietrangeli e Sirola. Ma Giuseppe “Beppe” Merlo si è fatto amare tra i campioni della generazione dell'Italia del primo boom tennistico. Il “gracile dongiovanni della racchetta”, in questa veste spesso protagonista delle vignette di Slawitz sul Guerin Sportivo, figlio del custode del tennis Merano, ispirava tenerezza con quel fisico leggero, con quel tennis di anticipo e tocco esaltato dalle corde poco tese. Ma con quel rovescio arrivò due volte in semifinale al Roland Garros.

Impugnava la Maxima Torneo, scriveva Roberto Lombardi nel suo libro "100 anni di tennis in Italia", "con la destra in alto, così da essere costretto poi a giocare il dritto a mezzo manico; e ugualmente traendo dal rovescio bimane, frustato senza swing, e dal dritto corto, diretto e accelerato come un punteruolo, colpi accelerati ai limiti della fisica".

A metà del manico

Giocava con racchette pesanti, lasciate per mesi a inumidirsi nell'armadio. Valorizzava un'impugnatura che aveva sviluppato da campione regionale di ping pong a Merano. Da questo al mettere la mano sinistra sotto la destra, su quella parte libera del grip, per eseguire il rovescio il passo è breve. Nel 1948 è prima categoria, l'anno dopo già batte un futuro campione di Wimbledon, il numero 1al mondo Jaroslav Drobny. Con Gardini, nel 1951 la Fit lo spedisce in California. Aldo Tolusso, presidente in carica solo da un paio d’anni, investe tre milioni per far ripartire così il nostro tennis dopo la guerra. 

In quelle due settimane di lezioni americane, a posteriori fondamentali per quella generazione, Merlo gioca contro i più grandi dell'epoca: Don Budge, Frank Sedgman, Pancho Gonzales, Pancho Segura. Due giorni prima di lasciare la California, li accompa gnano nella villa di Charlie Chaplin a Beverly Hills. “Charlot” non c’è, ma Merlo può comunque giocare, e lasciare pochi game in un set di allenamento, al vecchio formidabile Big Bill Tilden, il fuoriclasse da 10 Slam che aveva cambiato per sempre il servizio. La Usta ha spedito per osservarli Eleanor Tennent, l’allenatrice di Maureen Connolly, che è allora l'unica che abbia realizzato il Grande Slam. Nel vedere i colpi un po’ sbilenchi di Gardini e il rovescio bimane di Merlo, Tennent si mette le mani nei capelli. Ma col passare dei minuti, si accorge di un dettaglio nient'affatto secondario: gli italiani non sbagliano praticamente mai, e ordina a tutti gli altri coach di non cambiare niente della loro tecnica.

In finale a Roma

Quella stessa tecnica che nel 1955, dopo la finale della zona europea di Davis vinta 4-1 sulla Svezia di Davidson e Bergelin, futuro coach, e molto di più, di Borg, campeggia in prima pagina sull’Equipe. “Il a pas de coup droit, rien de service, mais il gagne avec sa retour”, è la didascalia che accompagna la fotosequenza del rovescio, “Non ha il dritto né il servizio, ma s’impone con la risposta”. È l'anno della celeberrima finale a Roma con Gardini in cui si porta in vantaggio di due set a uno (6-1 1-6 6-3), non sfrutta tre match point nel quarto e crolla a terra sul 6-6. “Si deve ritirare” urla Gardini che si prende così il titolo agli Internazionali d'Italia.

 

Al Roland Garros, quello stesso anno, batte Vic Seixas, l’americano allora numero 2 del mondo, sempre più nervoso per quell'avversario italiano che difende così bene su ogni sua discesa a rete. Il pubblico lo porta in trionfo, ma tutto quello scalpore, quell'entusiasmo lo deconcentrano. Non è abituato, e in semifinale viene sorpreso dallo svedese Davidson con cui aveva vinto al Foro Italico.

Quel 15 restituito…

L'anno dopo, nei quarti, regala al pubblico del Roland Garros una maratona con Paul Remy. Sul 7-7 al quinto, l'arbitro gli assegna un punto su una palla del francese apparentemente uscita di pochissimo. Merlo, però, ricordava Lea Pericoli sul Giornale, “corresse il giudice di sedia e regalò il ‘quindici’ che mandò il francese a servire per il match. Fino a quel momento aveva avuto tutto il pubblico contro. Quando Beppe vinse, venne giù lo stadio”. Non era certo nelle migliori condizioni, però, per sfidare in semifinale Lew Hoad, l'avversario più forte che abbia mai incontrato in carriera.

Viaggia e incontra il mondo, Merlo, che gioca 38 incontri di Davis in singolare e per tre volte vince una finale della zona europea. Quattro volte campione tricolore, due volte numero 1 d'Italia, conquista tornei in Germania, a Bombay, Ankara, Cairo (in doppio con Pietrangeli, invitati anche nella villa del principe Farouk), a Oslo (in doppio con Facchini), Valencia e Barcellona, Vince in Italia, a Napoli, Palermo, Messina, Bologna. Nella sua geografia aggiunge Baden Baden, Bournemouth, Alessandria d’ Egitto, Bastad e St Moritz, Beaulieu e Tokyo. Ha raccontato di un successo qui nel 1973, fra costosissime cene al Latin Quarter e massaggi a un dollaro che devono avergli fatto bene se supera in finale Watanabe 9-7 a quinto, a 40 anni. Ha già un impiego in banca, a Milano, ma dall'anno dopo entra in un circuito professionistico in Usa e finisce per palleggiare al Caesar's Palace di Las Vegas con Borg. La rivoluzione bimane al potere.

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