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Campioni nazionali

Jannik è già un idolo

Tutti a bocca aperta sul centrale del Foro Italico per l’esordio ad alto livello del 17enne Sinner. Travolto nel primo set dall’esperto americano Johnson, n.59 del mondo, prende il possesso del campo e ribalta la situazione trascinando il pubblico, specie i più giovani. Il bello che per lui è tutto normale

di Enzo Anderloni | 13 maggio 2019

Roma, Campo Centrale: Jannik Sinner, 17 anni, n. 262 del mondo, zazzera rossa sotto il berrettino girato al contrario, è sotto 1-4 al terzo set contro l’americano Steve Johnson, 29 anni, n. 59. E’ il suo esordio assoluto a questo livello, in uno stadio di 10.500 posti (per quanto non ancora affollatissimo), nel torneo simbolo della storia del nostro tennis. Ha tutti gli occhi del mondo addosso perché è l’under 18 con la migliore classifica a livello planetario, perché c’è la curiosità di vedere il ragazzino alle prese con i grandi. Perché all’inizio dell’anno era n. 549 e si cimenta con un energumeno californiano che due anni fa era n. 21 del mondo.

Ha preso una “stesa” nel primo set. Ha restituito la cortesia al colosso americano nel secondo. Poi però quello ha deciso di ristabilire le gerarchie. Ma lui, un grissino altoatesino rispetto a quell’omone, non ci sta. E anche in pesante svantaggio non molla. Fa gioco, rischia. Spara vincenti.

Dopo una meravigliosa combinazione chiusa con un rovescio lungolinea,preso dalla borsa degli attrezzi di Djokovic, Jannik fa il pugno e arriccia il naso, di orgoglio e tenacia. Evvai. In perfetta sintonia, un gruppo di ragazzini in tribuna scatta in piedi, si butta contro la balaustra della tribuna, stringe il pugno, lo agita. Dai Sinner, sei uno di noi.

E’ un estusiasmo gioioso e contagioso. Un collante naturale che solo certi esseri emanano. Una magia. A Roma se lo ricorderà quel ragazzino, oggi più che ventenne, che andò correndo verso Nadal, a bordo campo in un momento chiave della finale tra lo spagnolo 20enne e Federer mel 2006.
Anche il Rafa in canottiera era in svantaggio e non voleva mollare. Salvò una disperata palla break e urlò fortissimo: Vamos! Guardando verso il pubblico vide questo bimbo che urlava con lui: Vamos!

Quel che è successo dopo è storia del tennis. Quella straordinaria partita vinta al quinto set dopo aver salvato due match point, quella straordinaria rivalità, quei 17 titoli del Grande Slam. Il sostegno di un mondo di ragazzi che vedevano in Nadal l’energia indomabile che sfidava l’aplomb adulto di Federer l’elegantone.

Quel tipo particolare di alchimia si è ricreata oggi a Roma tra i ragazzini sulla tribuna Monte Mario e il ragazzino di Sesto Pusteria. Un fatto istintivo. Il riconoscimento di un leader.

Certo Steve Johnson non è Roger Federer; e un primo turno non è una finale. Ma da quell’1-4 si è vista una presa di possesso del campo del giovanissimo davvero impressionante. Lo stile era quello di Djokovic non quello di Nadal. Diagonali di rovescio tracciate col laser. Sventagli di diritto fulminati, sulle righe.

Rimonta quindici dopo quindici. Facendo i punti e mai aspettando un errore altrui. E i ragazzini impazziti in tribuna a tifare. E i sorrisi degli italiani adulti, sugli spalti, meravigliati a vedere un cucciolo della loro specie così capace di prendersi responsabilità, di comandare. Di esprimere, senza sforzo, un gioco di quella meraviglia.

Sarebbero rimasti ancora più a bocca aperta se avessero potuto assistere alla conferenza stampa cui Jannik si è sottoposto, come di prammatica, pochi minuti dopo la partita. Era per nulla stupito della propria performance. Tranquillo, come se stare davanti a quei microfoni da vincente fosse la cosa più naturale. Proprio come firmare gli autografi sui palloni e sulle palline a fine partita.

Naturale come vincere quella partita, perché lui con il suo team, quello di Riccardo Piatti, Massimo Sartori e Andrea Volpini che lo segue nel Tour, “avevano studiato le partite di Johnson e quindi sapeva di poterlo battere (!)”.
Ovvio come affrontare al prossimo round un fenomeno come Stefanos Tsitsipas, fresco n.7 del mondo, capace di battere Nadal a Madrid.

“Sarà difficile, sta giocando molto bene. Però ho un vantaggio: io conosco lui ma lui non conosce me”. Beata sfrontatezza dei 17 anni. O forse è la tranquillità di chi è cresciuto tennisticamente dove si allenano i campioni. Se tiri il rovescio, rispondi al servizio e provi dei set tutti i giorni con Djokovic, Coric o Raonic non puoi aver paura di Steve Johnson. E forse è normale che tu non abbia paura di nessuno. Sei Jannik Sinner, signori. E tanto basti.