La Federtennis statunitense saluta l’anniversario del primo degli 80 duelli fra Chris e Martina. Tutto il movimento attende una avversaria di vertice per la Osaka per ravvivare l’interesse
di Vincenzo Martucci | 24 marzo 2021
“In questo giorno, il 22 marzo del 1973, ad Akron, Ohio, cominciò una delle più grandi rivalità dello sport, Chris Evert contro Martina Navratilova. Nella loro carriera si sono incontrare 80 volte”. Chrissie ha ritwittato subito il ricordo della USTA, la Federtennis Usa, Martina ha commentato: “Ricordo quel match, persi 6-3 7-6, 5-4 nel tie-break che era a 9 punti… Volevo che Chris ricordasse il mio nome”.
Come tutti gli atleti, la ceca naturalizzata statunitense ha una memoria fallace perché l’ordine dei set fu inverso ma, a parte questo dettaglio, è sicuramente vero che l’indimenticabile mancina, specializzata nell’ormai desueto servizio-volée, ebbe moltissimi problemi in avvio del testa a testa con la signora del tennis, regina di resilienza da fondocampo. Ci perse i primi cinque confronti, invertì la rotta a Washington 1975 ma soltanto col trionfo nella finale di Wimbledon 1978 portò la sfida con “la fidanzata d’America” a un livello stupefacente, fino a chiuderlo in netto vantaggio: 43 vittorie contro 37 sconfitte.
Le due campionesse si sono stimolate l’un l’altra sia sotto il profilo alimentare che atletico che tecnico, contribuendo così ad alzare continuamente il livello della contesa fra le due numeri uno del mondo che hanno caratterizzato il tennis negli anni 70 e 80 fino all’avvento delle bambine terribili Steffi Graf e Monica Seles.
Il duello Evert-Navratilova ha esaltato il tennis donne per il contrasto totale fra i due personaggi, la perfettina che non perdeva mai la testa, la figlia che tutti avrebbero voluto, contro l’arruffata transfuga dell’allora Cortina di Ferro che aveva anche fatto un clamoroso outing. Così, in un momento pur ricchissimo di campioni uomini, avevano alimentato l’esigentissimo show business statunitense.
Solo la rivalità interna fra le sorelle Venus e Serena Williams all’alba del 2000 ha poi ottenuto risultati ed interessi così elevati, al punto da rivoluzionare addirittura la programmazione del famoso Super Saturday degli Us Open che si nutre di spot pubblicitari di mamma tv.
Gli Stati Uniti hanno un bisogno fisiologico di campioni di casa per cui tifare, da mettere in vetrina, da vestire, da pubblicizzare. Altrimenti l’attenzione verso quello sport scade clamorosamente. Nel tennis, è successo anche nel maschile, all’indomani della straordinaria rivalità Agassi-Sampras, sponsorizzata dal colosso Nike.
Figurarsi al femminile, mentre lo stellone delle Williams sta cadendo per motivi fisiologici e l’agognata rivalità Stephens-Keys s’è esaurita troppo in fretta, la trottolina Sofia Kenin, pur strappando uno Slam, non è una dominatrice, e le promesse Coco Gauff ed Amanda Anisimova sono ancora inconsistenti a livello più alto. Forse Bianca Andreescu, da canadese di ceppo rumeno avrebbe potuto fungere da succedaneo alla mancanza di una star a stelle e strisce ma il suo fisico ha ceduto troppo presto e stenta a recuperare.
Di certo, peraltro, non si può chiedere al pubblico americano di sostenere le tante ragazze europee, forti ma non dalla personalità straripante come poteva essere all’epoca la terribile Martina Hingis dalle mani di fata. E come non è riuscita ad essere la sua erede designata, Belinda Bencic. Con tante protagoniste di livello medio-alto ma imperfette che si sono divise la torta, da Barty ad Halep, da Muguruza a Kvitova, da Swiatek a Svitolina, da Pliskova a Sabalenka, alla chimera Ostapenko.
L’unica che spicca davvero è Naomi Osaka, regina di quattro Slam ad appena 23 anni, che solo l’astruso sistema di classifica WTA Tour relega ancora al secondo posto ufficiale mentre virtualmente è riconosciuta da tutte le avversarie come la legittima numero 1.
Al di là di fisico e tecnica, la ragazza ha intelligenza e personalità, per cui sa gestirsi nel modo ideale senza sovra-esporsi, lei che è un po’ giapponese (da parte di mamma), un po' haitiana (da papà) e un po’ statunitense, essendo cresciuta fra New York e Beverly Hills, in California.
Ma qual è la vera antagonista della Osaka? Impossibile definirlo almeno quanto le passi veramente per la testa.
Così il tennis donne scruta continuamente l’orizzonte alla ricerca di nuovi personaggi, come “Baby Face” la 23enne russa Daria Kasatkina, già numero 10 del mondo nel 2018, che si è appena rilanciata alla grande nella scuderia di Ivan Ljubicic, la LJ Sports Group, unica del circuito ad aggiudicarsi due titoli in questi primi tre mesi dell’anno.
Come lei la settimana scorsa ha brillato la 18enne mancina Leylah Fernandez. nata in Canada da papà ecuadoriano e mamma canadese di origini filippine, che si allena in Florida: un mix che promette esplosioni importanti ma non da sogno, come sarebbe un’altra grande rivalità al vertice, se non mitica come Evert-Navratilova, almeno credibile e continua.
Ecco quindi che il torneo di Miami con 16 delle prime 17 del mondo - manca solo la numero 7, Serena Williams - offre la possibilità alle donne di prendersi la ribalta lì dove invece hanno rinunciato cinque top ten del circuito maschile, il numero 1 Djokovic, il 3 Nadal, il 4 Thiem, il 6 Federer e il 10 Berrettini.
Quale migliore occasione per mettere in vetrina le proprie stelle e regalare qualche bella battaglia che accenda l’interesse di pubblico e sponsor?

Alla ricerca della nuova regina: l’anno di Coco? - Le foto