Matteo e il russo hanno trovato una continuità importante lungo la stagione, con picchi di rendimento straordinari. Si sono presi le Nitto ATP Finals a pochi giorni di distanza, e a Torino proveranno a fare meglio della loro prima volta, che li vide eliminati dopo il girone
29 ottobre 2021
Così adesso ne mancano davvero soltanto due. Due nomi per completare il gruppo degli otto maestri destinati a ritrovarsi a Torino per la prima edizione delle Nitto ATP Finals su suolo italiano. Pochi giorni fa, la conferma di Andrey Rublev, mentre lunedì sera è stata la volta di Matteo Berrettini, capace di battere il talento australiano Popyrin garantendosi l'approdo a quello che un tempo si chiamava Masters, per la seconda volta in tre anni.
Un'impresa mai riuscita a nessun italiano prima di lui. Un'impresa che però era nell'aria da qualche mese, precisamente da luglio, quando Wimbledon portò una volta di più alla ribalta le doti del 25enne romano. La finale ai Championships ha di fatto spalancato all'allievo di Vincenzo Santopadre le porte del torneo di fine stagione, anche se l'ufficialità è giunta soltanto a poche settimane dal via.
Matteo, anche prima di Wimbledon, aveva giocato una stagione esemplare. Dagli ottavi (con tanta sfortuna) agli Australian Open al trionfo nello storico Queen's di Londra era stato tutto un crescendo, con il titolo a Belgrado (in finale su Karatsev, che all'epoca sembrava pressoché imbattibile) e la finale nel 'Mille' di Madrid, persa d'un soffio contro Sascha Zverev.
In tutto questo, al di là dei risultati, una crescita tecnica e mentale importante, un salto di qualità sotto ogni punto di vista, per un ragazzo che ormai ha capito di valere addirittura più rispetto al numero 7 che gli assegna oggi il ranking Atp. Dopo Wimbledon, i quarti agli Us Open hanno ribadito il concetto, rafforzando la candidatura di Matteo non solo per la qualificazione, oggi ufficiale, ma pure per diventare uno dei grandi protagonisti delle Finals, uno dei candidati ad alzare il trofeo che in queste settimane sta facendo il giro di Torino.
Forte di quella combinazione letale servizio-diritto, Berrettini si presenterà a Torino con le armi per mettere in crisi chiunque, tanto più che in questo momento nessuno di coloro che gli stanno davanti sembra in condizione tale da essere fuori portata.
Lo stesso Djokovic, che ha annunciato la sua presenza a Torino smentendo chi lo dava fuori causa fino al 2022, sarà difficilmente al cento per cento della condizione. Potrà come sempre trovare la forma lungo il percorso, potrà far valere il suo carisma, con cui spesso riesce a vincere partite nate male. Ma ipotizzare che possa dominare come ha fatto per buona parte della stagione, in questo momento è un esercizio riservato ai fan più accaniti.
Berrettini e Djokovic, peraltro, hanno già un precedente nelle Finals datato 2019: allora il serbo si impose in due set, ma il romano fece tesoro di quella sconfitta piuttosto netta, e nei successivi tre confronti col numero 1 del mondo si è sempre preso un set. Non è ancora riuscito a invertire totalmente la rotta, ma chissà che proprio Torino non possa essere la sede di quest'altra prima assoluta.
Berrettini è alla seconda qualificazione per le Nitto ATP Finals, dopo quella del 2019 in cui diventò il primo italiano a vincere un match nel torneo di fine anno. Stesso traguardo per Rublev, già impegnato a Londra nel 2020: anche lui vinse un solo match, sempre contro Thiem
Andrey Rublev aveva tagliato il traguardo pochi giorni prima di Matteo, e anche per il russo si tratta del coronamento di una stagione brillante, la più importante della sua giovane carriera. La vittoria a Rotterdam (indoor), l'ultimo atto a Monte-Carlo (terra), poi le finali anche a Halle (erba) e Cincinnati (cemento outdoor), hanno completato un quadro variegato, dipinto dai colpi pesantissimi dall'attuale numero 6 Atp. Rublev è in grado – come dimostrano i fatti – di essere efficace su ogni terreno, e anche se la condizione di queste settimane non sembra la stessa di inizio stagione, il suo braccio non è certo diventato meno veloce.
Si tratta di ritrovare le sensazioni giuste, di mettere assieme i pezzi di un repertorio completo eppure sempre a rischio. Perché è evidente che il moscovita trapiantato in Spagna sia sempre sull'orlo del precipizio, sempre sul confine tra colui che può dominare e colui che – senza lasciarsi margini – può concedere il match all'avversario a forza di gratuiti. Il lavoro iniziato anni fa con Fernando Vicente, coach spagnolo che gli ha insegnato l'arte dell'attesa, è ancora in corso e non ha trovato la definitiva soluzione, perché forse semplicemente una soluzione totale non esiste.
Rublev va preso così come è, e anche così, con tutti i suoi dubbi, è un giocatore che può essere capace di raggiungere i traguardi più prestigiosi. Nel corso del 2020, stagione anomala se ce n'è una, riuscì addirittura a vincere cinque titoli. Poi alle Finals londinesi perse un match decisivo contro Stefanos Tsitsipas per 7-6 al terzo e si precluse la chance di conquistare il trofeo. Vinse solo contro Thiem, come Berrettini un anno prima.
A Torino ci riprova, forte di un anno in più di esperienza, ma con le solite incognite relative alla tenuta mentale che va e viene. Di certo c'è che nessuno dei colleghi, sul veloce del PalaAlpitour, lo affronterà a cuor leggero. Dovesse tornare quello di inizio 2021, cosa affatto impossibile visto il personaggio, sarebbe uno con tutte le carte in regola per vincere le cinque partite necessarie per alzare il trofeo.