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Delicato incrocio per il potente mancino americano che tanto ricorda nelle reazioni l’altro famoso mancino che arrivò in semifinale agli US Open a 39 anni. Ancor più curiosi gli incroci fra il papà-coach Brian e Jimmy il terribile quando giocavano contro
Vincenzo Martucci | 06 settembre 2026
E se il messia fosse Shelton? Se il nuovo campione a stelle e strisce dello Slam di casa fosse Ben Shelton? Se l’erede di Andy Roddick avesse sembianze simili, e fosse anche lui un po’ scorretto e fuori dal coro come il picchiatore di Omaha, vittima preferita di Federer e re di quell’unico Major nel 2003? Di certo, nel rumoroso, scomposto, caotico applausometro dei tifosi di Flushing Meadows - al sapore di marjuana come hanno denunciato Moutet e la Sabalenka - , l’eroe preferito della patria è il figlio della Florida University. Il mancino dall’uno-due, servizio-diritto, al fulmicotone che mostra tutte le sue emozioni, e sale e scende come un termometro impazzito, e incendia gli animi già super-eccitati nelle elettriche Night session della Grande Mela.
Quelle senza limiti nel muoversi in qualsiasi momento del match e gridare ed esternare qualsiasi sentimento. Quelle che si immedesimavano nell’ultimo boxer yankee trasferito sul ring del campo da tennis, Jimmy Connors, l’impavido e scostumato che rovesciava le montagne e a 39 anni arrivò miracolosamente alle semifinali. Meglio, molto meglio quest’altro mancino, Big Ben, del bravo ragazzo della California Taylor Fritz, anche lui potente, ma già screditato come erede di Pete Sampras e come campione vero, dopo la batosta con Sinner nella finale di due anni fa a New York.
TEST TSITSIPAS
Nella prima settimana di torneo, Shelton ha lasciato un set per strada ad ogni match, ma ha anche trovato avversari tutti pericolosi, da Griekspoor a Hurkacz a Shapovalov. Non ha convinto sempre e comunque, ma ha sempre lottato e ha sempre trovato la soluzione.
Soprattutto, ha mostrato grandi progressi nella gestione dei momenti delicati, senza spegnersi mai del tutto come gli è successo in passato, guadagnandosi finalmente il rispetto di tutti gli avversari.
Davanti a lui c’è ora un incrocio che vale tantissimo per imboccare una strada forse decisiva New York e forse anche nella carriera. Stefanos Tsitsipas (live alluna di notte su SuperTennis), alla ricerca del tempo perduto nascondendosi dietro papà Apostolos, è infatti alla disperato inseguimento del colpo grosso per dare una sterzata ad una carriera da predestinato mai decollata davvero. Un colpo alla Zverev, per intenderci, che ha finalmente sfatato a Parigi il tabù Slam.
DIAGONALE INFERNALE
Riuscirà il nuovo Connors a fare un altro, decisivo, salto di qualità soprattutto tatticamente, senza insistere sulla diagonale che sembra più facile e allettante, quella del suo micidiale dritto contro il rovescio a una mano che spesso ha dato dispiaceri al greco? Potrebbe sfondare lì, certo, ma potrebbe anche infilarsi in una trappola, vista l’abitudine di Stefanos di spostarsi con velocità e profitto sul dritto. Molto ma molto più utile sarebbe conquistarsi col primo/secondo colpo lo spazio dalla parte naturale dove sviluppa il gioco per entrare prima possibile in campo e affondare dall’altra parte, come gli suggerirà papà Bryan. Che Tsitsipas ha pubblicamente, e poco signorilmente (eufemismo), elogiato nel parallelo col proprio papà-coach, e che sa soprattutto mascherare le sue emozioni dietro un perenne sorriso.
I più non capiscono, più non sanno. Questo suo figliolo somiglia tanto a quel Connors che a lui ha dato solo dispiaceri, a partire dai quell’indimenticabile 6-7 6-2 6-2 6-2 degli US Open del 1989, per continuare con l’incandescente confronto di San Francisco 1993, quando l’elegante e corretto Bryan accusò pubblicamene il vulcanico Jimbo di gioco sleale e perdite di tempo sistematiche, ovviamente ignorate dall’arbitro. Che stavolta sarà schierato per suo figlio Ben, come tutta New York. Drogata di passione, e tifo, e patriottismo per il nuovo Connors.