Sascha, vincendo a Cincinnati, ha messo una seria ipoteca sull'approdo alle Nitto ATP Finals di novembre. Ma adesso l'obiettivo è sfatare il tabù Slam, proprio in quella New York che lo scorso anno lo vide a un soffio dal primo trionfo in un Major
25 agosto 2021
Con il titolo conquistato sul cemento americano di Cincinnati, Alexander Zverev ha probabilmente compiuto il passo decisivo (ancorché non matematico) per l'approdo alle Nitto ATP Finals di Torino, il torneo dei maestri che lo vide già in trionfo nel 2018, palcoscenico la O2 Arena di Londra. Tuttavia i risultati di questo periodo, dall'Oro olimpico alle tante partite vinte contro i top 10, restituiscono non soltanto un campione maturo, ma forse anche un campione diverso da quello che sembrava potesse diventare fino a poco tempo fa.
Lo Zverev accartocciato sui propri problemi, tennistici ed extra-campo, è ormai un ricordo lontano. Da Tokyo, e adesso dall'Ohio, è arrivata l'immagine di un ragazzo sereno e dunque anche più aperto verso il pubblico. Saranno le vittorie in serie, sarà che le vicende dolorose si stanno per sistemare – pare – senza lasciare eccessivi strascichi, ma è un dato di fatto che il tedesco abbia aggiunto una sana dose di vivacità al tennis mono-tono che lo aveva contraddistinto nella primissima parte della carriera.

Il giovane Zverev è diventato grande
In fondo deve averla sempre avuta, quell'anima un po' diversa dal suo aspetto costantemente annoiato e arrabbiato, perché quando Roger Federer si trovò a scegliere un partner all'altezza per una serie di esibizioni toccò proprio a Sascha il compito di andare a fare lo sparring più importante del mondo. Un ruolo che tutto sommato a lui stava benissimo: da un lato c'era tutto da imparare stando così a lungo fianco a fianco con una leggenda vivente, dall'altro non c'era alcuna pressione di dover fare risultato. Quella pressione che invece in altre occasioni gli era stata fatale.
Oggi Zverev, nato e cresciuto in una famiglia di tennisti, ha 24 anni e una carriera da costruire, eppure già basata su solide certezze. La vittoria di Roma nel 2017, arrivata un po' a sorpresa e non certo sul suo terreno preferito, aveva fatto capire di aver di fronte uno che non si sarebbe accontentato di fare la comparsa. Quattro anni più tardi, lo ritroviamo con cinque titoli nei '1000', un successo nelle Finals e un trionfo olimpico in singolare. Cosa manca dunque? È abbastanza chiaro, mancano gli Slam.
“Il favorito per gli Us Open – ci ha tenuto a chiarire Sascha di fronte ai giornalisti – rimane Novak Djokovic. Perché lui cerca il Grande Slam e quest'anno ha praticamente vinto tutto quello che voleva. Però a dirla tutta nemmeno Rafa e Roger sono spariti, siamo ancora nella loro epoca, dobbiamo ancora fare i conti con loro. Io sto bene, ma insieme a me ci sono tanti altri giocatori che possono ambire ad arrivare in fondo".
"Rispetto allo scorso anno, inoltre, è tutto diverso: allora arrivai a New York senza aspettative, stavolta so come sto giocando e so che se trovo il ritmo posso essere un avversario pericoloso”. Proprio il Major americano di dodici mesi fa rappresentò un momento di svolta per Zverev. Da un lato una delusione enorme, per un titolo sfuggito davvero per poco contro un Dominic Thiem che era alla sua portata; dall'altro la sensazione – suffragata dai fatti – che ormai nemmeno gli Slam fossero più un tabù.
Sì perché, fino a quel momento, il cammino del ragazzo nato ad Amburgo era stato costellato di piccole grandi cadute, con percorsi non all'altezza proprio nei quattro tornei che fanno la storia: a Melbourne 2020 aveva colto la prima semifinale, ma in precedenza i migliori risultati erano stati due quarti al Roland Garros. Troppo poco per uno con le sue ambizioni, senza parlare poi dei disastri di Wimbledon.
Insomma, la New York senza pubblico che cercava di reagire dopo la tragedia del Covid era lì per dare un segnale, per indicare la strada. Ma quello non era ancora lo Zverev attuale. Lo Zverev di oggi è nato, forse, proprio dalle sue paure e dalle sue incertezze. È nato da un paio di stagioni anomale e da un'Olimpiade vissuta ancora – per una curiosa coincidenza – senza la gente in tribuna a tifare per lui.
L'assenza di frastuono attorno potrebbe averlo aiutato. Potrebbe averlo fatto sentire come in una bolla di sicurezza, una di quelle sedute di allenamento dove ti permetti il lusso di fare qualcosa di più difficile del solito, di più audace. Però allo stesso tempo, quando il pubblico lo ha poi ritrovato, è riuscito a portarlo dalla sua parte come mai prima. E passi per i tedeschi che lo aspettavano al ritorno dal Giappone, ma se parliamo di trascinare gli spagnoli a Madrid o i francesi a Parigi, allora si tratta di un'impresa ben più grande che vincere sette partite in due settimane.
Cosa ci aspettiamo, in definitiva, dallo Zverev che verrà? Ci aspettiamo un giocatore più sanguigno e meno robotico, un tedesco dal cuore mediterraneo, un ragazzo che deve ritornare ad appropriarsi della bellezza del gioco, del divertimento di quando era bambino e giocava col fratello Mischa, che invece era già un professionista di alto livello.
A Torino, dove probabilmente sarà uno dei favoriti per vincere il torneo, troverà un ambiente speciale che potrebbe esaltarlo, nonché la superficie ideale per il suo tennis moderno fatto di grande pressione e di difese al limite. Perché sì, ci stiamo accorgendo in questa estate che Zverev è un po' di tutto: è attaccante e difensore, è timido e audace, è un po' musone ma sa diventare simpatico, è un amante del rapido che gioca bene sulla terra. E allora potrà essere un personaggio, se saprà superare anche l'ultimo tabù, quello di vincere finalmente uno dei quattro Slam.