Aveva 23 anni (come il Raskolnikov dell'opera di Dostoevskij) quando aggiustò una partita di un Challenger in accordo con un gruppo di scommettitori. Squalificato per 6 anni (ridotti a 3), oggi il 28enne argentino riparte proprio dai Challenger per cercare di risalire una classifica che lo vede fuori dai primi mille
di Cristian Sonzogni | 14 marzo 2021
Il suo fu un caso di scuola. Al punto tale che la Tiu – ossia la Tennis Integrity Unit, oggi Itia – ne volle fare un servizio 'educational' da mostrare a tutti coloro che avrebbero potuto fare la stessa fine. Quando si parla di 'match fixing', uno dei nomi più citati è quello di Nicolas Kicker, argentino, best ranking di numero 78 Atp, adesso numero 1171. Nel settembre del 2015, durante il primo turno del Challenger colombiano di Barranquilla, Kicker perse in tre set contro Giovanni Lapentti: 2-6 6-2 7-5. Ma basta dare un'occhiata agli ultimi quattro game di quel match (qui sotto il video) per capire che le (troppe) anomalie riscontrate nelle fasi conclusive non erano state affatto casuali.
Kicker, ora 28enne, avrebbe poi ammesso la sua responsabilità (qui sotto nel video della Itia) proprio in merito a quella partita, dichiarandosi colpevole di aver assecondato le richieste di un gruppo di scommettitori all'epoca in cui faticava a sbarcare il lunario. Per quello, e per un altro incontro che invece lui non ha mai citato (perso nettamente con il coreano Duckhee Lee a Padova, poco tempo prima), sarebbe stato condannato a scontare una pena di sei anni lontano dai campi, tre dei quali sospesi in relazione al suo comportamento futuro. Così, l'ultimo suo match nel circuito prima di quest'anno risaliva all'Atp 250 di Lione nel 2018. Mentre il rientro in campo è avvenuto poche settimane fa nella sua Argentina: prima Cordoba, poi Buenos Aires. Due regali, sotto forma di apparizioni nel Tour maggiore, e un ritorno nei Challenger che sarà il vero test per capire le sue nuove ambizioni, a partire dalle qualificazioni di Santiago del Cile.
Kicker era particolarmente conosciuto in Italia, proprio in quel 2015 che – a posteriori – sarebbe diventato l'anno peggiore della sua vita e della sua carriera. Prima del match incriminato di Barranquilla, giocò e perse due finali in altrettanti Challenger nostrani, il primo a Todi (sconfitto per 7-6 6-4 da Aljaz Bedene) e il secondo a Biella (6-4 6-2 da Andrej Martin).
I nostri appassionati ricordano un argentino atipico, capace sì di fare della regolarità da fondo, ma più propenso a cercare soluzioni vincenti, grazie a una rapidità di braccio superiore a quella di tanti connazionali. Kicker non vinceva molto, ma sapeva spingere, sapeva muovere la palla e aveva (ha ancora, si presume) una certa fantasia. Con questi mezzi, avrebbe intascato tre titoli Challenger (Perugia e Guayaquil 2016, Buenos Aires 2017) e alcune vittorie pesanti, contro avversari come Kyrgios, Paire, Youzhny, fino ad approdare tra i primi 80 giocatori del mondo.
Sapeva, però, di giocare con una spada di Damocle sopra la testa. Nel maggio del 2018, Kicker è diventato il giocatore di più alta classifica (84 Atp) coinvolto in una vicenda di match-fixing. Un fatto che fece scalpore, per quanto non si trattasse di un giocatore così popolare al di fuori della cerchia degli appassionati più incalliti. Kicker venne immediatamente escluso dal sorteggio del Roland Garros, al quale avrebbe dovuto partecipare, e da lì in poi la sua unica preoccupazione sarebbe stata quella di difendersi in giudizio e di provare a rifarsi una vita sportiva.
In qualche modo l'argentino è riuscito nel suo intento: mentre all'epoca dell'incriminazione, la prima reazione fu quella di negare anche l'evidenza (accusando un connazionale – presumibilmente Trungelliti – di aver fatto il suo nome senza avere delle prove), successivamente un approccio più collaborativo gli ha consentito di fare i conti col suo passato. Ha ammesso, almeno parzialmente, le sue colpe e le sue responsabilità, ha accettato uno scomodo ruolo di testimonial anti-corruzione e adesso prova l'ultimo step, il più complesso: tornare a scalare la classifica.
Nelle poche partite di questo 2021 ha mostrato che la condizione fisica è più che soddisfacente, mentre le qualità tecniche – ovviamente – non sono evaporate. Ha battuto due giocatori solidi sul rosso come l'altro argentino Renzo Olivo e lo slovacco Jozef Kovalik, perdendo poi al terzo ostacolo contro l'indiano Sumit Nagal, nella sfida che lo avrebbe potuto riportare in tabellone nella sua Buenos Aires.
Non ci è riuscito e forse è pure giusto così. Passare dal purgatorio dei Challenger è il minimo che possa capitare a un reo confesso, e probabilmente è anche ciò a cui lui aspirava in prima istanza, nel passaggio verso un nuovo approdo ai livelli che gli competono. Perché come accadde al Raskolnikov di Delitto e Castigo (con cui – curiosamente – condivide l'età del reato, 23 anni), la condanna più pesante se l'è data lui stesso. “Raccontando a mio figlio – ha spiegato – perché suo padre non potesse più giocare a tennis”.