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Campioni internazionali

I Fab Four al tempo del Covid-19: che fine ha fatto il supergruppo?

Il 14 agosto ripartirà il circuito ma i quattro dominatori degli ultimi 15 anni di tennis guardano al futuro in modo molto diverso uno dall’altro. Nadal per esempio, sembra intenzionato a saltare New York e gli Us Open

di | 01 luglio 2020

Erano quattro amici al bar del tennis, oggi stanno seguendo percorsi diversissimi. Roger Federer, Rafael Nadal, Novak Djokovic, Andy Murray, i cosiddetti Fab Four, versione con racchetta dei quattro Beatles di Liverpool, nell’era del Covid-19 sono sparsi per il mondo, con situazioni e prospettive diversissime.

Per la ripresa della stagione professionistica è stato fissato l’appuntamento del 14 agosto a Washington, cui seguirà la grande abbuffata con tre Atp Masters 1000 e due Grand Slam in 7 settimane ma i quattro giocatori che hanno conquistato 59 degli ultimi 65 Slam e 92 degli ultimi 124 Masters 1000 non si sa se ci saranno. E se sì, dove. E in che condizioni di forma.

O meglio, una certezza l’abbiamo, quella dell’assenza di Roger Federer che ha lasciato campo libero dopo la seconda operazione al ginocchio destro malconcio, dando appuntamento al 2021.

Al bucato sicuro, una stagione in bianco che più bianco non si può di Roger, fa da contraltare la super incertezza di Rafael Nadal, l’Amleto di Maiorca.

Us Open: esserci o non esserci, questo è il dilemma. Le condizioni di salute del campione uscente di Flushing Meadows non sembrano in discussione: si sta allenando nella sua faraonica accademia. Ma un po’ di ipocondria e il tremendo filotto del nuovo calendario lo spaventano non poco.

Per tanti anni il logorio della stagione sulla terra battuta dove Rafa vinceva tutto da vero cannibale dei campi rossi finiva per condizionarne la salute, e quindi la presenza e il rendimento nella seconda parte della stagione, quella sui campi duri d’America e poi indoor in Europa.

In questo inimmaginabile 2020 si trova a dover difendere i punti di due trionfi Slam (New York e Parigi) dalla vittoria a Roma e della semifinale a Madrid. E dovrebbe giocare prima sul duro che sull’amata terra.

Coasì non stupiscono le dichiarazioni alla ESPN dello zio Toni, suo storico coach (da un paio di stagioni sostituito da Carlos Moya): "Non so se andrà agli US Open. Ne ho discusso con lui e ha messo in dubbio della sua presenza. Mi ha raccontato del calendario che in effetti mi sembra tremendo perché è quasi impossibile per giocatori di lunga esperienza come lui, Djokovic o Federer”.

"È molto positivo che ci siano in programma molti tornei, ma bisognerebbe rivedere in questa situazione straordinaria l'assegnazione dei punti, perché non sarà possibile giocare ogni settimana", spiega Zio Toni. Nadal deve difendere in poco più di un mese 5360 punti (attualmente ha 9850). Missione (quasi) impossibile.

Lo zio Toni non l’ha detto ma non è difficile indovinare che la scelta più logica per Nadal è quella di fare ciao ciao con la manona alla Statua della libertà e farsi trovare tirato a lucido per puntare tutto sul ‘rosso’: Madrid, Roma, Parigi. Niente trasferte lontane (con il rischio di non poter rientrare dagli Usa se la pandemia facesse nuovi brutti scherzi), niente stress alle giunture. Spazio ai giocatori americani.

Il dubbio di Rafa potrebbe essere condiviso anche da Djokovic che in un primo tempo aveva lasciato intendere che non aveva nessuna intenzione di sottostare alle rigide regole già anticipate dagli organizzatori americani per far svolgere a porte chiuse il torneo.

Poi è arrivato l’autogol dell’Adria Cup e in contemporanea la notizia che negli Usa i giocatori disposti a spendere 40.000 dollari di affitto potranno disporre di una casa fuori Manhattan dove ospitare tutti gli accompagnatori che vogliono. E Nole ha mandato segnali di nuova disponibilità.

Il mondo l’ha coperto di critiche e qualche collega lo ha pure invitato a dimettersi dalla carica di Presidente del Board dei giocatori Atp. A difenderlo è però intervenuta addirittura la Premier serba Ana Brnabic: «La cosa che più vorrei è che incolpassero me in quanto capo del governo serbo e lo lasciassero in pace. La responsabilità è nostra, abbiamo allentato le restrizioni, se non l'avessimo fatto il torneo non si sarebbe disputato»

Per il momento però è in quarantena con la moglie Jelena e farà un nuovo tampone quando scadrà il periodo di isolamento. Ha perso come minimo due settimane di allenamento. Tutto sommato farebbe comodo anche a lui rimanere nell’Eurozona.

Chi invece pare entusiasta all’idea di cimentarsi a Flushing Meadows è Andy Murray, il meno competitivo dei quattro nelle ultime stagioni, quelle seguite alle due operazioni all’anca malandata.

Vincitore del torneo di videogame di Madrid, Andy è sembrato in buonissime condizioni nella ‘Battle of Brits’, l’esibizione con i migliori otto di Gran Bretagna organizzata da suo fratello Jamie la scorsa settimana a Londra, a porte chiuse, sui campi del Centro Tecnico della Federazione inglese.

Ha vinto due match e ne ha persi due, ma quei due contro due giocatori molto solidi come Kyle Edmund e Dan Evans, entrambi tiratissimi al super-tiebreak. Calcolando che si era allenato poco, si tratta di un gran risultato.

Murray ha fame di vecchie emozioni. Chissà che possa essere lui alla fine la sorpresa di New York, tra tanti giovani rampanti e anziani pieni di dubbi.

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