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Campioni internazionali

15 giugno: McEnroe ne fa una delle sue. Nostalgia?

Nel 1981 lo statunitense vinse il suo terzo titolo al Queen’s Club ma uscì dal campo con un’ammonizione per aver mandato il pubblico “a quel paese”. Qualcuno ha nostalgia di quel tennis dalle personalità ai limiti e vorrebbe lasciare più libertà di… maleducazione

di | 15 giugno 2020

Ma si può vincere un grande torneo mandando tutti al diavolo? Si può, purtroppo si può. E’ quello che mostrò al mondo il 15 giugno del 1981 lo statunitense John McEnroe, quando si aggiudicò per il terzo anno consecutivo il prestigioso titolo sull’erba del Queen’s Club di Londra battendo in finale il suo connazionale Brian Gottfried con il punteggio di 7-5 7-6.

Nel pieno della sua esuberanza sportiva “SuperBrat”, il supermoccioso, come venne soprannominato, avrebbe vinto poco dopo anche il suo primo titolo a Wimbledon, detronizzando Bjorn Borg. Ma riuscì giocarsi gli ultimi punti al Queen’s mandando a quel paese gli appassionati sulle tribune: “State zitti, cretini” e “Go jump in a lake”, che alla lettera significherebbe “Vai a buttarti in un lago” ma negli Usa è sinonimo di uno sprezzante “Vaffa…”.

Il fatto di per sé sarebbe uno dei ripetuti e trascurabili momenti dell’espressione di un caratteraccio se non fosse che l’arbitro di sedia, Georgina Clark, esasperata dalle continue provocazioni di McEnroe durante il match, gli rifilò un “warning” per condotta antisportiva proprio in chiusura del match. Un bell’ossimoro: vincente e ammonito.

Questo era John McEnroe e il tennis di quell’epoca, del quale qualcuno è nostalgico. Si dice che ci fosse più spazio per l’espressione delle varie personalità dei giocatori. Più spazio perché insieme alla correttezza dei Borg, degli Stan Smith, dei Vilas emergessero le mattane di un Nastase o i gesti scorbutici di Connors, gli scatti irrefrenabili di McEnroe.

Non è un caso che nella formula dell’Ultimate Tennis Showdown, lo strano gioco sperimentato in questi giorni in Costa Azzurra nell’accademia Mouratoglou, non siano previste sanzioni per chi si arrabbia e spacca una racchetta. Voglio una vita maleducata, come cantava nel 1983 Vasco Rossi?

Intorno alla maleducazione di McEnroe si creò un alone di leggenda, probabilmente perché la compensava con la classe unica del suo gioco. Quel giorno al Queen’s Club si giustificò in conferenza stampa dicendo che per lui era più difficile giocare con un arbitro donna “perché era più difficile prendersela con una donna”.

“Un arbitro è un arbitro, indipendentemente dal sesso”, replico il suo avversario battuto. “John ha problemi con le donne “ disse Gottfried “perché spesso si esprime con termini un po’ … differenti dagli altri”.

In verità McEnroe in 16 anni di carriera, con 7 Slam vinti in singolare e 10 in doppio,fu squalificato una volta sola. E da un uomo. Accadde agli Open d’Australia del 1990. E fondamentalmente per sbaglio. Fino a meno di un mese prima, al 31 dicembre 1989, le regole prevedevano nei casi di comportamenti scorretti tre gradi di punizione prima della squalifica: Warning, penalty point, penalty game. Alla quarta infrazione si poteva essere cacciati dalla partita e quindi dal torneo.

A partire dal 1 gennaio 1990 si sarebbe passati dal punto di penalizzazione (la seconda ammonizione) direttamente all’espulsione.

McEnroe non lo sapeva. Così nella sua partita degli ottavi di finale contro lo svedese Mikael Pernfors, arbitrata dall’inglese Gerry Armstrong, si prese un primo “warning” nel terzo set, per aver fulminato con lo sguardo un giudice di linea.

Nel quarto, sul punteggio di 6-1 2-6 7-5 2-3 e palla break per Pernfors era scattato il penalty point quando l’americano, incavolato, aveva buttato per terra la racchetta, che si era rotta. 4-2 Pernfors.

A quel punto era partito un battibecco con Armstrong. McEnroe aveva chiesto l’intervento del supervisor Ken Farrar e del Giudice Arbitro Peter Bellinger. E aveva cercato di convincerli che il gesto non era stato così grave e che la racchetta era solo incrinata ma utilizzabile.

A un certo punto gli sfuggì un “f**k”, un “vaffa”, sottovoce, che però qualcuno sentì. E arrivò la sanzione. Lui pensava a un penalty game e invece con le nuove regole fu una clamorosa squalifica. Era dal 1963 che nessuno veniva espulso in uno Slam (successe allo spagnolo Pato Alvarez al Roland Garros).

Non sarebbe più capitato nei successivi 30 anni. Quelli che ci portano a oggi. Ne sentiamo davvero la mancanza?

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