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Campioni internazionali

15 maggio: Sir Andy Murray, il compleanno di un vero cavaliere

Oggi lo scozzese compie 33 anni. Tra i Fab Four è quello con meno titoli nel palmares ma ha saputo abbattere tabù, compiere la rimonta più clamorosa e diventare n.1 scavalcando tutti, compreso il Djokovic più forte di sempre. Dopo due operazioni all’anca è tornato competitivo ma sa essere un campione anche fuori dal campo

di | 15 maggio 2020

Festeggiare il proprio compleanno in questi giorni tranquilli (fin troppo magari) di vita casalinga deve essere un’esperienza unica per un campione come Andy Murray. Di solito lo faceva nel grande e lussuoso tritacarne della vita sul circuito, dove non hai tempo per fermarti a pensare. Ti alleni, ti alleni per essere pronto a vincere e poi giri il mondo come una trottola cercando di farlo il più possibile.

Andy Murray è uno che lo ha fatto tanto, girare e vincere: è professionista dal 2005. Molto spesso il giorno del suo compleanno cadeva durante gli Internazionali BNL d’Italia e le candeline le spegnava a Roma. Nell’augurargli il miglior 33esimo compleanno possibile, insieme alla moglie Kim, alle figlie Sophia e Edie, al figlio Teddy, è bello rispolverare quello che è stato tennisticamente il più bel compleanno della sua vita.

 

Era il 15 maggio del 2016 e la torta, con una candelina da spegnere, gliela portarono sul Campo Centrale del Foro Italico insieme alla coppa degli Internazionali che aveva conquistato per la prima volta, battendo nientemeno che Novak Djokovic, n.1 del mondo. Il più numero uno di tutti: Djokovic aveva vinto talmente tanto tra il 2015 e l’inizio del 2016 che alla vigilia del torneo aveva più del doppio dei punti del n.2, che era lo stesso Murray (a pari merito con Roger Federer): 16.550 Nole, 7.525 Andy e Roger.

Era stata davvero un’impresa quello dello scozzese a Roma anche perché Djokovic di lì a poco avrebbe conquistato anche il titolo al Roland Garros, che era il suo quarto Slam consecutivo. Aveva cioè completato il grande poker: Wimbledon, Us Open, Australian Open, Roland Garros ma non all’interno dello stesso anno solare. Impresa inutile per i record, gigantesca all’atto pratico perché non riuscita ad alcuno prima di lui, se non allo stesso Rod Laver quando ha realizzato lo Slam vero, nel 1962 e 1969.

Andy Murray, il giorno del suo 29esimo compleanno, lo batte questo SuperNole. Lo batte sulla terra rossa, un terreno che gli è ostico, come a tutti i tennisti ‘Briton’, per antonomasia. L’ultimo britannico capace di conquistare gli Internazionali d’Italia era stato un certo George Patrick Hughes nel 1931, seconda edizione del torneo, disputata, come la prima, al Tennis Club Milano.

Chissà se la folle idea a Andy Murray è venuta proprio il giorno di quel suo compleanno a Roma. Sì, perché solo un pazzo, o un highlander uscito dalle pagine di un romanzo fantasy, poteva pensare di inseguire proprio allora, proprio con davanti, lontanissima, la schiena di un gigante così, il sogno di diventare n.1.

E invece proprio lì è uscito l’Andy Murray immortale, quello che in certe partite cominciava ‘sotto’, faticava a trovare la chiave, sembrava sul punto di crollare e poi con un ruggito, un “c’mon” urlato mostrando i denti come un lupo mannaro, ribaltava la situazione, punto dopo punto ma inesorabilmente.

Avrebbe vinto, nel giugno di quel 2016, il quinto titolo al Queen’s Club (un record) e poi avrebbe fatto centro a Wimbledon, per la seconda volta dopo l’impresa del 2013, quella che aveva rotto un tabù che per i britannici durava dai tempi di Fred Perry (1936).

Poi avrebbe conquistato l’oro olimpico (anche quello per la seconda volta dopo Londra 2012) a Rio de Janeiro, al termine di una fantastica battaglia contro Juan Martin del Potro.

Quell’Andy Murray che vuol diventare re, scivola agli Us Open, battuto nei quarti dal giapponese Nishikori, ma non mola. Non sa che cosa vuol dire mollare.

Vince a Pechino, poi il suo 13° Masters 1000 a Shanghai. Arriva alla vigilia del Masters 1000 di Parigi-Bercy con Djokovic ormai a portata di racchetta: se lui vince il torneo e il serbo non arriva almeno in finale, il trono mondiale è suo.

Dubbi? Nessuno. Andy vince, in finale su John Isner. Djokovic perde in semifinale con Marin Cilic, il campione degli Us Open 2014. Andy Murray è il primo britannico n.1 del mondo da quando esiste il ranking computerizzato. E non si ferma ancora: per chiudere l’annata in testa deve confermarsi alla Atp Finals di Londra.

Problemi? Macchè. Murray si prende tutti i riflettori della O2 Arena fino in fondo. Batte Djokovic in finale, in due set. E’ il primo tennista a conquistare nello stesso anno uno Slam, le Atp Finals, la medaglia d’oro olimpica e almeno un Masters 1000.

Non è solo uno dei 4 Fab Four del tennis: è quello che completa la rimonta al vertice più clamorosa di quest’epoca tennistica.

Poi sappiamo tutti come è andata. Forse lo sforzo è stato troppo anche per un rude scozzese come lui e i fastidi all’anca, a lungo sopportati, si sono trasformati in un dolore insostenibile che lo ha costretto a una prima operazione, l’8 gennaio del 2018.

Il successivo tentativo di rientro non fu all’altezza delle attese. E, fatto più grave, il dolore non era risolto. Alla vigilia degli Open d’Australia 2019 annunciò che quello sarebbe stato probabilmente il suo ultimo torneo, per l’impossibilità di convivere quotidianamente con il dolore che gli rendeva difficile anche solo infilarsi le calze e mettersi le scarpe. La notizia colpì tutto il mondo del tennis, che gli testimoniò grande solidarietà.

Giocò a Melbourne quella che doveva essere la sua ultima partita contro lo spagnolo Roberto Bautista-Agut. Perse in 5 set, dopo 4 ore di battaglia. Gli organizzatori del torneo lo salutarono sul campo con un video in cui Federer, Djokovic, Sloane Stephens e Caroline Wozniacki gli tributavano tutto l’onore e la stima che si meritava e gli auguravano il meglio per la sua vita dopo il tennis.

L’highlander di Dunblane, uno che da bambino era sopravvissuto alla strage nella scuola della sua città, nascosto sotto un banco mentre un folle killer uccideva 16 scolari e un insegnante, lasciò passare solo i pochi minuti tra la fine del match e la successiva conferenza stampa prima di lanciarsi in un’altra rimonta. Dichiarò che avrebbe preso in considerazione l’idea di operarsi di nuovo. Di farsi fare una protesi all’anca come il suo collega americano Bob Bryan, il doppista, gli suggeriva. Almeno per migliorare la qualità della vita. 

Non era ancora finito il torneo quando arrivò il suo annuncio (era il 29 gennaio 2019) che l’intervento era cosa fatta. Non parlava di tornare al giocare. Ma sicuramente Andy lo pensava, proprio come a Roma quel 15 maggio del 2016 avrà pensato di poter diventare n.1, senza dirlo a nessuno.

La prova generale del funzionamento della sua nuova articolazione avvenne il 16 maggio 2019: potè finalmente inginocchiarsi davanti al Principe Carlo d’Inghilterra per ricevere ufficialmente l’investitura a Cavaliere dell’Ordine dell’Impero Britannico, Sir Andrew Barron Murray, che gli era stata attribuita nel 2016, dopo il secondo successo a Wimbledon. Solo sulla carta però, perché l’anca gli impediva di assumere la postura necessaria perché Carlo gli potesse posare la spada sulle spalle, secondo tradizione.

Un mese dopo era in campo, al Queen’s Club. Giocava il doppio con Feliciano Lopez, lo spagnolo dagli occhi azzurri che tanto piaceva a sua mamma Judy, che lo aveva soprannominato “Deliciano”. Risultato: vittoria. Superando anche coppie Top 10 come Cabal/Farah e Kontinen/Peers. Il singolare? Era presto ma ci avrebbe provato. Ripartendo da capo, umile e sconfitto ai primi tentativi. Da Gasquet a Cincinnati, da Sandgren a Winston-Salem, dal nostro Matteo Viola al Challenger di Maiorca, da Alex De Minaur a Zhuhai.

Poi la vittoria con Matteo Berrettini a Pechino e i quarti di finale raggiunti prima di essere fermato da Dominic Thiem. La sconfitta con Fabio Fognini a Shanghai. Fino al grande ritorno, l’appuntamento con il primo titolo della sua seconda carriera: il trofeo conquistato ad Anversa battendo in finale Stan Wawrinka.

Un problema muscolare gli ha impedito di giocare i primi tornei del 2020. La lunga pausa forzata che tutti stiamo attraversando gli permetterà sicuramente di recuperare perfettamente. Nel frattempo è l’unico che ha vinto un altro Masters 1000: il Mutua Madrid Open Virtual Pro, quello giocato con la Playstation4. Ha fatto fuori tutti. E attraverso i social ha mandato, in questo periodo, testimonianze di partecipazione ella situazione drammatica e ottimismo per la ripresa, con il suo solito modo di fare: semplice, diretto, umile, sorridente. Irriducibile.

Tra i quattro Fab Four è quello che ha lasciato per primo il grande palcoscenico a vantaggio dei nuovi leoni targati Next Ben: mentre i vari Alexander Zverev, Stefanos Tsitsipas, Daniil Medvedev si lanciavano all’assalto delle prime posizioni lui era in infermeria.

Tra le magie inesauribili di Federer, il cinismo senza sbavature di Djokovic e la poderosa carica agonistica e muscolare di Nadal il suo tennis, che in qualche modo è una massiccia ma non particolarmente spettacolare sintesi di tutti e tre, si è lasciato in qualche modo dimenticare.

Manca invece tantissimo il campione nel suo insieme. Quello che usando la forza delle gambe d’acciaio, la tempra indomita del guerriero di Scozia, la mano sensibile del tennista nato sull’erba (anche se poi cresciuto in Spagna, all’Accademia Sanchez-Casal) ha vinto quasi tutto quello che c’era da vincere.

E fuori dal campo ha sempre mostrato un’intelligenza, una sensibilità, un’integrità nel rispetto di certi valori che lo distinguono non solo dalla massa ma anche all’interno dell’élite tennistica.

Nessuno al suo livello ha avuto l’apertura mentale di scegliere una donna come allenatore (Amelie Mauresmo) e di difendere con convinzione la sua scelta anche nei momenti difficili.

Di sicuro gli avrebbe fatto comodo prima e dopo lo storico trionfo a Wimbledon fare il piacione che mette d’accordo tutto il popolo britannico che fa il tifo per lui e invece, quando si è trattato di esporsi, non ha esitato a dire che in caso di referendum avrebbe votato per l’indipendenza della Scozia.

E avrebbe potuto vendere sicuramente a carissimo prezzo l’esclusiva delle immagini del suo matrimonio scozzese, in kilt, se non avesse ritenuto giusto sposarsi come una persona normale, per quanto di grande notorietà, con le porte aperte e la possibilità per tutti di condividere quel giorno di festa.

Ecco, anche questi sono colpi da grande campione.  I colpi per cui, tra i quattro Fab Four, quello che ha più dimostrato di avere la stoffa del cavaliere, capace di battersi fino alla fine e al di sopra del mero interesse, è proprio lui, Sir Andy Murray.

Happy birthday, Sir.

ACCADDE OGGI

Il 15 maggio del 1994 lo statunitense Pete Sampras colse il suo più importante successo sulla terra battuta conquistando gli Internazionali BNL d’Italia. Superò in finale il tedesco Boris Becker con il netto punteggio di 6-1 6-2 6-2.

Sampras, che avrebbe chiuso sei stagioni consecutive da n.1 del mondo e conquistato in carriera ben 14 titoli del Grande Slam, avrebbe infatti sempre fallito l’assalto al Roland Garros. In 13 partecipazioni il suo miglior risultato sarebbe stata la semifinale raggiunta nel 1996. Il titolo romano va a colmare quella che sarebbe stata una grave lacuna nel palmares di un campione inserito nella cerchia ristretta dei più forti di ogni tempo.

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