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Campioni internazionali


La sfida “igienica” dei tennisti, come il pallone di stracci

I tennisti si sfidano sui social nel nuovo fenomeno virale, la "Toilet paper challenge": palleggiare con rotoli di carta igienica. C'è chi lo fa con i piedi, come Sinner, e chi con il bordo della racchetta.

di | 23 marzo 2020

“Challenge”, sfida, può esistere una sfida a pedate o con il piatto corde della racchetta in verticale, colpendo un rotolo di carta igienica? Ai tempi del Corona Virus si può, eccome, soprattutto fra contendenti giovani e giovanissimi, comunque giovani dentro, costretti dalla pandemia a trattenere troppo a lungo fra le quattro mura di casa fisicità e grinta, agonismo e adrenalina.

 

Così, in questi giorni indimenticabili della nostra storia mondiale, da tutto il mondo, da stanzette a corridoi, da terrazzi e giardini, da salotti e cucine, il web trabocca di facce note del tennis che sorridono nella sfida con se stessi e con gli altri, come in un torneo vero: nel magico passaparola dei social network, si stanno sfidando alla pazienza, un’arte che non conoscono quasi per niente, e lo fanno a modo loro, come solo i giovani sanno fare, con un linguaggio tutto loro, fatto di emoticon e parole smozzicate. Il simbolo di tanto sforzo è quella palla improvvisata, che rimbalza magicamente come l’improvvisata matassa di stracci calciata dagli scugnizzi di strada più poveri e derelitti. Giovani, ancora e sempre allegri, affascinanti, e belli, gli uni come gli altri, dagli arresti domiciliari alle strade malmesse, piene di sporcizie e caos di qualche favela derelitta.

Come fanno ad essere tutti così bravi, da Rublev a Monfils, da Sinner a Dimitrov, da Khachanov a Sonego, da Pospisil a Daniel? Quei tocchi magici rivoluzionano tante, folli, convinzioni di troppi, improvvisati, esperti: chi pratica uno sport ha tocco, ha talento tecnico, ha colpo d’occhio, ha manualità, sensibilità, ha un rapporto particolare e super col proprio corpo. Un professionista del tennis è anche allenato in modo particolare a quel rapporto con la pallina gialla, la vede e la sente prima, la tocca, l’accarezza, la doma. Che poi la pallina diventi rotolo di carta igienica è un dettaglio. La sostanza non cambia. Ed è la base del tennis, che poi si completa con fisico, determinazione, nervi, eccetera, eccetera.

Ci sta anche la sfida nella sfida. “Challenge”è la parola chiave del sport, anche della vita, per carità, ma del sport in modo particolare. Tutti gli sport, figurarsi nell’uno contro uno classico del tennis. Molti atleti confessano di aver preferito racchetta e palline allo sci, per esempio - da Djokovic a Sinner, per citarne due… -, perché stimolati dalla sfida con l’altro, come un match di pugilato, senza picchiarsi veramente, ma picchiandosi in realtà nell’intimo più profondo della psiche. “Challenger”, sfidante, nel tennis è da sempre importante.
La storia racconta che lo sfidante, di anno in anno, a Wimbledon, fino al 1922, aveva l’onore, dopo una lunga selezione, a sfidare direttamente in finale il detentore del torneo, che attendeva inoperoso fino alla partita decisiva per assegnare il titolo. Oggi, “Challenger” è il circuito più duro, quello che separa il primo livello di tornei professionistici, gli ITF e i Satellite, dal circuito ATP, un purgatorio talmente duro e complicato da riunire più tipologie di tennisti: i giovani in crescita, gli acerbi, i rimandati dai primi esami, i bocciati, i convalescenti dopo infortunio, i vecchi prigionieri di un sogno.
E quindi ben venga questa sfida della carta igienica ai tempi del Corona Virus che regala un po’ di varietà e di imprevisti ai poveri atleti riportati alla realtà da comuni mortali: proprio come noialtri, anche loro sbattono contro uno stipite o un tavolino, scivolano su un tappeto o una scarpa lasciata in giro, perdono il controllo e si ritrovano faccia a faccia con un muro spuntato fuori dal nulla. E la risata vera la facciamo noi tifosi, spettatori, appassionati, troppo spesso frustrati dalla loro bravura sul campo da tennis vero. Almeno, palleggiando con un titolo di carta igienica, sempre tanto meno di noi, ma sbagliano spesso anche loro.

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