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Tennis fermo? Rubin dà lezioni private, e de Minaur...

Lo statunitense Noah Rubin si offre per lezioni private a New York durante la sospensione del circuito causata dalla diffusione del coronavirus. E non è l'unico che cerca qualcosa da fare nel prossimo mese.

di | 16 marzo 2020

“Sarò a New York per qualche tempo. Darò alcune lezioni private, se qualcuno fosse interessato mi faccia sapere. Solo richieste serie!”. Il tweet di Noah Rubin, ex promessa giovanile che però a 24 anni è appena 224 del mondo dei tennisti professionisti colpisce parecchio. Non tanto per la forma perché, al tempo dei social media, questo messaggio sul web vale come il tradizionale “AAA offresi lezioni private di tennis” di qualche anno fa. Dagli annunci sui giornali a Instagram, in pratica, cambia solo il mezzo.

Quel che colpisce è il soggetto, il momento, il motivo. Perché, con l’attività che si ferma per il famigerato Coronavirus, tutti i lavoratori, a tutti i livelli, soffrono terribilmente e si industriano per sbarcare il lunario. Come direbbero i nostri nonni. Perché la gente guarda e ammira la punta dell’iceberg, cioè i ricchi, i più forti, i più famosi che stanno a piedi caldi nelle loro belle case, in famiglia, felici di un po’ di relax, ma gli altri, i soldati dell’ATP Tour come se la cavano?

Non è tutt’oro quello che luccica, ha già denunciato più e più volte il ragazzo della ricca lobby ebraica di New York che nel 2014 si aggiudicò Wimbledon juniores (battendo Tiafoe, Fritz e Kozlov), vinse i campionati USTA di categoria sia di singolare che di doppio, convinse i genitori a ingenti investimenti (si parla di addirittura 3 milioni di dollari).

Strappò poi un super complimento a Lawrence Kleger responsabile della McEnroe Academy a New York (“L’unico limite per Noah è il cielo”) e ottenne dal famoso SuperMac una sponsorizzazione Doc: “Noah è già da "top 10” come cultura del lavoro, è lo junior più promettente che abbia mai incrociato”.

Peccato che poi, però, una volta sbarcato nel professionismo, a 19 anni, si sia fermato a quattro titoli Challenger e si sia fatto notare piuttosto per l’account Instagram, “Behind the Racquet”, Dietro la racchetta, che è diventata la piattaforma sulla quale i giocatori condividono le lotte personali sul Tour professionale.

Rubin ha trovato il processo terapeutico per affrontare la realtà della “vita spesso solitaria, fisicamente faticosa” del tennis professionistico. “L’obiettivo delle nostre storie on line è quello di alleviare il peso dello stress, consentire ai giocatori di condividere le loro esperienze e permettere ai fan di relazionarsi con i giocatori su una base più profonda”.

Ma tutto questo non porta soldi e non aiuta a pagare le bollette, a fronte degli appena 721,726 dollari che Rubin ha guadagnato finora da ‘pro’ e delle modeste prestazioni di questo primo scorcio di stagione che è cominciata con tre ko consecutivi al primo turno: al Challenger di Ann Harbour contro Ulises Blanch, numero 419 del mondo; nelle qualificazioni degli Australian Open contro Hirochi Moriya, 211 ATP; al Challenger di Dallas contro Alexsandar Vukic, 256.

Poi, Noah ha vinto una partita, ha battuto quell’altro enigma del tennis stelle e strisce, Mackenzie MacDonald al primo turno delle qualificazioni dell’ATP “250” di New York, ma ha perso subito dopo con Paolo Lorenzi, numero 116 del mondo. Poi, finalmente, ha fatto qualche risultato: al “250” di Delray Beach, ha eliminato Lorenzi ed Istomin nelle qualificazioni, e quindi Jung in tabellone, prima di perdere da Nishioka, e a Challenger di Indian Wells, ha infilato Petrovic, Pouille e Sarmiento per arrendersi nei quarti a Steve Johnson

C’è da perdere la testa, soprattutto dopo le promesse iniziali, e Rubin è un benemerito perché condivide le sue esperienze con quelli come lui che non realizzano i loro sogni e finiscono in un tunnel emotivo dai risvolti molto pericolosi. Una sua intervista al Telegraph di Londra ha fatto scalpore per la crudezza: “I giocatori vorrebbero guadagnare col tennis, ma spesso, in realtà, non vorrebbero trovarsi sul campo perché, davanti ai risultati, alla frustrazione di non realizzare quanto si vorrebbe e si pensa di poter fare, si sentono dei falliti. Per questo molti di prendono una pausa. Per questo c’è molta depressione e abuso di alcol e di certe sostanze. Non è un tema di dominio pubblico, ma il problema esiste”.

In realtà, il passaggio da ex professionista a maestro di club è più consueto che mai. Quello che amplifica tutto è il web, insieme al nome del protagonista, alla condizione assolutamente inedita e imprevedibile di chi, nella pandemia del Corona Virus, rischia di perdere un lavoro speciale come quello di tennista professionista, e accetta di scendere drasticamente nella scala delle sue pretese.

Rubin non è un caso isolato. Il collega inglese, Jonny O’Mara, 25enne numero 54 del mondo nelle classifiche del doppio, ha fatto altrettanto, postando: “Qualcuno ha bisogno di lezioni nei prossimi mesi? #coronavirus #IndianWells #CoachOMara.

Il ben più noto e quotato Alex De Minaur, 21enne diavoletto australiano numero 26 del mondo, già 18, finalista delle ultime Next Gen Finals di Milano, ha postato su Instagram: “L’ho perso! Cerco lavoro”. Con lui vestito da atleta nel parcheggio di un circolo coperto da un gigantesco Emoji arrabbiato.

Ivo Karlovic, oggi n. 122 ATP, già 14, neo 41-enne record, ha scritto, sempre sulla piattaforma web : “Pre-stagione 2, senza lavoro”.

La collega Sachia Vickery ha comunicato: “Classifica record 73 (solo richieste serie), disponibile per lavoro dal 16 marzo al 24 aprile. Ecco alcuni dei significati risultati dall’agosto 2017 al gennaio 2019: qualificata per il tabellone degli Us Open, quarti a Quebec City, successo al torneo di Templeton, eccetera…. Per maggior informazioni contattatemi a vickerysachiayahoo.com”.

Il veterano francese Jeremy Chardy si è sfogato sull’Equipe: “In realtà, non so se esattamente sono disoccupato, in congedo di paternità o un giocatore di tennis. Non è colpa nostra cosa sta succedendo. Se molti tornei vengono annullati, può essere difficile se non sei un dipendente. E per i punti ATP è complicato”.

Il grido di dolore di CoCo Vandeweghe è stato: “Cerco qualcosa da fare per i prossimi mesi”. Già, che fare?


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