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Campioni internazionali

Oggi Nalbandian è fuori dalla bolla

Della carriera gli mancano solo la tensione agonistica e il senso della sfida, adesso El Rey si dedica al rally e gioca a Padel perché “è divertente e non si corre molto”. Il tennis? “Dicevo che era come stare in una bolla, adesso riprendo aria”

di | 15 marzo 2020

L'argentino David Nalbandian è stato uno dei talenti più cristallini della generazione che ha prodotto Federer, Hewitt, Roddick e Safin. Di lui si sono un po' perse le tracce, visto che dopo il ritiro ha abbandonato completamente il mondo della racchetta, dedicandosi a varie attività perlopiù in patria. Tuttavia è rimasto assai vivo negli appassionati il ricordo del suo tennis, una classe che nelle giornate migliori gli consentiva di disegnare il campo con accelerazioni fulminanti, soprattutto col rovescio bimane, un colpo di valore assoluto.

FLASHBACK: LA CARRIERA DI DAVID NALBANDIAN IN 10 FOTO

Adesso El Rey David (questo uno dei suoi soprannomi in patria) ha concesso una lunga intervista al quotidiano argentino Libero nel corso di un'esibizione di Padel disputata nel bellissimo Parco Nazionale delle cascate di Iguazù, dove ha ritrovato l'ex collega e connazionale José Acasuso e Miguel Lamperti, leggenda del padel argentino. Nalbandian ha raccontato il suo quotidiano, la passione per i rally e il distacco dal tennis, un mondo che segue da lontano e che non gli manca poi così tanto. Quello che rimpiange invece è la tensione agonistica e il senso della sfida che viveva in Davis e nei grandi appuntamenti.

“Mi dedico alla famiglia, stiamo molto bene e i figli crescono in salute (Theo, quattro anni, e Sossie, sette il prossimo maggio, nda). Mi diverto praticando vari sport tra cui il padel”. Dalle sue parole traspare l'amore per il tennis, ma la vita del tennista non gli manca affatto: “Ora sono molto più tranquillo. Il vortice del tennis è molto grande, è una follia permanente... Una volta che ti ritiri dal professionismo ritrovi il tuo tempo, ritorni alle amicizie di sempre. La carriera sportiva mi ha dato molto, ma ora sto godendo quella parte di vita che il tennis mi aveva sottratto per aver viaggiato moltissimo. Gioco a padel da due o tre anni, è una disciplina molto diversa dal tennis dal punto di vista tecnico. Mi sono adattato facilmente perché... non si corre molto! Ma il gioco è rapido e divertente”.
Ricordando gli anni passati sul tour, afferma che non era facile uscire da quella “bolla”. “Ho sempre detto: c'è bisogno d'aria. Uscire dall'ambiente, prendersi del tempo dedicandosi a quello che ti piace per tornare nel circuito e rendere al massimo.

Il tour Pro ti satura molto velocemente, è difficile sostenerlo nel tempo
. Ancor più per un sudamericano che vive lontano da dove si muove il circuito normalmente, rendendo la vita ancor più pesante”.
Adrenalina è la parola che meglio descrive la vita e il tennis di Nalbandian. La sua carriera è avanzata a strappi, fiammate di qualità in cui si è preso il lusso di sconfiggere ripetutamente i migliori del mondo con un tennis straordinario, alternate a scadimenti di forma repentini, dovuti anche a qualche problema fisico di troppo. Niente compromessi, David spingeva a tutta prendendosi grandi rischi e dando spettacolo, o si eclissava in partite abuliche, svuotato e assente. Un parabola che ricorda i suoi amatissimi rally (ha vinto un trofeo a Catamarca nell'agosto del 2019), dove si corre “a manetta” rischiando il botto nelle prove speciali, alternando trasferimenti e momenti di pausa.

Parlando di adrenalina, David spiega che “Non è possibile sostituire l'adrenalina che si prova in torneo. La pressione e la responsabilità che si sente quando si gioca è enorme, rappresenti il tuo paese, gareggi e ti alleni tutti i giorni, è un vero e proprio lavoro. Quando ti ritiri abbassi i decibel e inizi un altro tipo di vita, un'altra storia. Corro i rally e così riesco a rimpiazzare un po' dell'adrenalina dei tornei, ma siamo a livello amatoriale, sono due cose diverse".

"Il motivo principale del mio ritiro? Non fu la stanchezza mentale, è stato per colpa dell'infortunio alla spalla. I rally furono la prima cosa che ho fatto una volta appesa la racchetta al chiodo. Ho pure ricominciato a giocare a calcio con gli amici, insieme ad altri sport, mi piace essere attivo".

"Il rally mi affascina perché c'è un mezzo che devi conoscere e mettere a punto, non si finisce mai di imparare, e durante le corse sento moltissima tensione e adrenalina”.

Le corse in auto incarnano alla perfezione il suo carattere ruvido, irascibile ma sincero, che nel corso della carriera tennistica non gli ha permesso di instaurare molte amicizie coi colleghi.

Dichiarò qualche anno fa: “Amici nel tour? Inutile esser ipocriti, quasi non ne ho, eccetto pochi connazionali con cui viaggio e mi alleno. C'è grande competizione e gelosia, è quasi impossibile stringere amicizie. Gli amici veri sono a Unquillo, quelli d'infanzia”.

 

Tra i suoi ricordi più belli, parla immediatamente dell'Insalatiera: “La Coppa Davis è un evento speciale, molto diverso dagli incontri del circuito per la pressione e l’atmosfera che si vive, hai uno stimolo completamente differente. Purtroppo con la mia nazionale ho disputato più partite da infortunato che sano... sapevo di correre rischi, ma non mi importava perché le emozioni che si vivono giocando per il proprio paese sono uniche. Non è facile eleggere un solo ricordo importante nella mia carriera, di sicuro la Davis è uno dei momenti che mi mancano del tennis”.
I giovani oggi giocano un tennis con molta più potenza ma meno tattica, e soprattutto con molta meno testa

Nalbandian si è soffermato anche sul tennis di oggi, diverso rispetto a quello che ha lasciato sette anni fa:

“Non ho viaggiato molto dopo il ritiro,
guardo il tennis da casa. Trovo che i giovani oggi giocano un tennis con molta più potenza ma meno tattica, e soprattutto con molta meno testa. È proprio in questo che sta la differenza con i più grandi. L'attuale nuova generazione sembra stia crescendo un po' meglio rispetto alla precedente per poter vincere contro i migliori, ma li vedo ancora un attimo indietro”.

David non nasconde l'ammirazione per i tre super campioni del tennis attuale, Djokovic Federer e Nadal:

“Sono unici, nessuno nella storia del tennis è rimasto così tanto al vertice. È incredibile la loro costanza, solo uno che ha vissuto lì dentro conosce il sacrificio che questo richiede. Va detto che hanno subito pochi infortuni, Nadal qualcuno in più ma è ancora lì nonostante un calendario molto concentrato. L'aspetto più lodevole è l'enorme motivazione e la voglia che hanno di restare in vetta, nonostante moltissimi anni di carriera e vittorie”.

Rientrare nel mondo del tennis come coach? “Non ho tutta questa voglia di rimettermi a viaggiare. L'allenatore finisce per fare la stessa vita di un tennista, e non potrei svolgere un lavoro serio viaggiando solo poche settimane all'anno. Vivo una situazione particolare, spesso rifletto e penso che potrei dare qualcosa di mio a un professionista, magari giovane, potrei insegnare molte cose; dall'altro lato però dovrei investirci tutto il mio tempo, e per adesso preferisco godermi la famiglia”.

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