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Campioni internazionali

Ivan Lendl, 60 anni da leggenda

Ivan Lendl ha portato il tennis nell'era moderna e, da coach, guidato Andy Murray a conquistare il suo primo Wimbledon. Rispettato, non sempre amato, ha saputo lavorare su se stesso e si è gestito con meticolosa, feroce applicazione.

di | 07 marzo 2020

7 marzo 1960, non una data qualsiasi per il mondo della racchetta. Esattamente 60 anni fa ad Ostrava nasceva Ivan Lendl, uno dei più grandi tennisti dell'epoca moderna. La sua carriera è stata così lunga e costellata da così tanti episodi, tra grandi vittorie e cocenti sconfitte, da poter ispirare la trama di un film su un campione capace di imporsi in una delle generazioni di maggior talento e varietà nella storia moderna della disciplina. La sua vita sportiva e non è stata davvero intensa: la crescita nella natia Cecoslovacchia ai tempi della cortina di ferro, le prime vittorie ma la difficoltà nel superare i grandi della sua epoca; l'esplosione a Parigi 1984, quindi gli anni da numero uno con avversari ricchissimi di talento ad alimentare rivalità spettacolari; la “fuga” negli States e l'ossessione per Wimbledon, mai conquistato; l'amore per il golf fino alle recenti esperienze come coach, con i successi all'angolo di Andy Murray.

Questo e tanto altro per un uomo che è stato non solo un tennista straordinario ma anche un grande personaggio, forse più odiato che amato, ma molto rispettato e indubbiamente temuto. Ha sempre avuto un carattere scontroso, molto avaro di se stesso, determinato all'inverosimile sia in campo che nelle piccole faccende della vita quotidiana, sempre animato da un curioso sense of humor, non facile da capire anche per coloro che gli sono stati accanto.

Figlio della grandissima scuola tecnica boema, fin da giovane raccolse ottimi risultati, ma quel tennis potente da fondo campo era troppo “legnoso” e tecnicamente incompleto, come il suo fisico longilineo completamente da plasmare. È cresciuto anno dopo anno, sottoponendosi a durissimi allenamenti con il supporto dei migliori allenatori e specialisti al mondo, da Wojciech Fibak a Tony Roche, ingaggiando preparatori fisici, dietisti e psicologi. Con determinazione feroce si è costruito pezzo dopo pezzo un gioco potente e solidissimo basato su di un gran servizio, un dritto diventato leggendario e una condizione psicofisica praticamente perfetta, affinata su principi di allenamento scientifici. In questo Lendl è stato un vero innovatore, diventando il primo sostenitore della metodica dell'allenamento applicata al tennis, a 360°. Non lasciava niente al caso, dagli aspetti tecnici a quelli tattici, passando per la preparazione mentale, nuovissimi programmi di recupero e fisioterapici, tabelle alimentari rivoluzionarie per l'epoca, supporti tecnologici nei materiali di gioco e persino nell'abbigliamento. Gestiva ogni collaboratore e dettaglio con precisione maniacale, attraverso una standardizzazione degna dei seguaci del Taylorismo economico/organizzativo, con un'applicazione dogmatica, quasi fanatica.

Per citare alcune delle sue particolarità, ordinò alla sua storica casa d'abbigliamento dei polsini maggiorati per detergere il copioso sudore, di una misura esatta al millimetro per non intralciare il movimento e feeling del suo avambraccio; e l'indimenticabile cappellino “da legionario” agli Australian Open per proteggersi dal cocente sole di Melbourne. Per arrivare in perfetta forma agli US Open (torneo in cui disputò 8 finali consecutive dall'82 all'89) si fece costruire nella sua villa in Connecticut un campo da gioco dallo stesso operaio che curava la manutenzione del campo centrale di Flushing Meadows. Per non parlare dell'attenzione morbosa con cui curava le corde dei suoi telai: Lendl fu il primo giocatore ad introdurre il cambio di racchetta ad ogni cambio di palle, per aver la miglior incordatura possibile, e per anni si è affidato solamente al sig. Boswort, tanto da farsi inviare le racchette via corriere espresso in ogni torneo. Iconico divenne il suo rituale prima di ogni servizio: scelta delle palle – pulitura della suola con la racchetta (su terra battuta) – ritocco alle sopracciglia – segatura sul manico della racchetta – asciugata al sudore con polsino o spalla –  aggiustata all'impugnatura del manico – sguardo tenebroso al rivale, e via al lancio di palla. 


Lendl è stato n.1 al mondo per 270 settimane, dominando intere stagioni e vincendo quasi tutto quello che c'era da vincere su un campo da tennis, tra cui 8 Slam (3 Roland Garros, 3 US Open, 2 Australian Open), la Davis e 5 ATP Finals; ma per molti anni è stato considerato un “perdente di successo” per colpa delle 11 finali Slam perse, e l'incapacità di trionfare a Wimbledon. A quella spiacevole fama contribuì anche l'irascibile Jimmy Connors, che lo definì senza mezzi termini un “Chicken” (pollo) durante un'edizione del Master per aver perso di proposito un match all'interno di un round robin evitando una semifinale più difficile. È un etichetta assolutamente immeritata per un tennista che ha vinto moltissimo e si è sempre distinto per grandissima professionalità. C'ha messo del tempo Ivan a prendere fiducia nei propri mezzi, oliando tutti i “metallici ingranaggi” del suo gioco e superare quelle incertezze tecniche e soprattutto mentali che lo vedevano spesso sconfitto nei primi anni sul tour dai vari Borg, Vilas, McEnroe e Connors. “Non riuscirò mai capire fino in fondo il tennis. Come il golf, è uno sport che non si può padroneggiare del tutto, compaiono costantemente degli elementi nuovi” dichiarò Lendl in un'intervista, sottolineando ancor più la sua mania di controllo.

Lavorò moltissimo sul piano mentale, con tecniche di yoga e visualizzazione per restare rilassato in campo. Si sbloccò finalmente a Roland Garros 1984, quando in finale rimontò due set di svantaggio al McEnroe magico di quell'anno, in una delle partite più emozionanti della storia del torneo (e non solo). Non riuscì mai ad alzare la coppa dei Championships, nonostante abbia sacrificato gli ultimi anni della carriera per coronare il sogno, spostando in avanti il baricentro del gioco ed arrivando a giocare schemi offensivi e volee tutt'altro che disprezzabili. Ebbe la sfortuna di incontrare nei suoi anni migliori alcuni rivali assi più attrezzati di lui su quei campi ancora velocissimi e dedicati al serve and volley, come Boris Becker, Stefan Edberg e un Pat Cash ingiocabile nella finale del 1987. 


Lendl fu un vero numero uno, per classe tecnica, attitudine, carisma e “physique du role” ma anche il primo vero professionista nel senso pieno del termine. Lavorò instancabilmente per imporsi, superando molti momenti difficili, e una volta arrivato in vetta alla classifica non si fermò mai, cercando di migliorare ogni aspetto del suo gioco. In questo è tutt'ora uno straordinario modello per i giovani, per professionalità, applicazione e visione. Oggi i vari “nextgen” ed emergenti vengono spesso criticati per la difficoltà nell'imporsi e sfidare i più grandi, ma il percorso per raggiungere il proprio massimo livello non è sempre facile e lineare. Serve tempo, lavoro e la capacità di superare ogni ostacolo, in campo e dentro se stessi. Per questo la storia e l'esempio di Lendl restano estremamente attuali, e dopo la recente esperienza con Sasha Zverev probabilmente lo ritroveremo presto all'angolo di qualche altro giovane talento, da plasmare con la sua sapienza e carisma. Buon compleanno campione.


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