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Campioni internazionali

Università Usa, la ricetta del dott. Rinderknech

Arthur, sconosciuto 24 enne francese, ha vinto due Atp Challenger e fatto una finale nei primi due mesi del 2020: arriva più tardi nel circuito perché si è laureato alla prestigiosa Università texana di Galveston, della quale ha difeso con successo i colori nei campionati NCAA

di | 03 marzo 2020

I tornei Challenger sono sempre più vicini agli ATP: basta vedere il livello dei partecipanti all’Oracle Series che prelude in questi giorni al Masters 1000 di Indian Wells, con iscritti giovani di sicuro avvenire come Humbert, Sinner e Tiafoe, e giocatori alla ricerca di una dimensione come Pouille e Norrie.

A prescindere da punti ATP e dollari per sostenere l’attività, sono un palestra agonistica decisiva, il termometro ideale per verificare condizione e progressi. Per Arthur Rinderknech sono l’esperienza che non ha fatto negli ultimi quattro anni trascorsi alla Texas  A&M University. Tanto che quest’anno ha già disputato più partite di tutti, con 16 successi e 4 sconfitte, firmando il secondo successo in un torneo Atp Challenger, a Calgary (dopo Rennes), vendicandosi di Maxime Cressy che l’aveva sconfitto la settimana scorsa nella finale di Drummondville, e quindi sbandierando tre finali in sei tornei 2020 che lo portano a un bel balzo in classifica: dal 323 di gennaio al 160 del mondo di oggi.

  

Rinderknech non è né un giovanissimo che deve farsi le ossa né un veterano che cerca di rilanciarsi come Gulbis e Janowicz, finalisti la settimana scorsa al Challenger di Pau. Anche se pure lui ha decisamente bisogno di test e di partite per raggiungere la sua dimensione. Alto 1.96 per 86 chili, è nato il 23 luglio del 1995 a Gassin (un bel borgo nell’entroterra di St. Tropez) sembrerebbe quindi in ritardo sui tempi ma, come ha ampiamente dimostrato l’esperienza di Danielle Collins, esplosa l’anno scorso a 25 anni, ha semplicemente utilizzato diversamente gli ultimi anni, transitando per gli studi universitari.

La storia di Arthur fa più specie perché non è americano ma europeo, viene dalla Francia, epperò, sotto un altro punto di vista è ancor più ricco e più sereno di molti colleghi che hanno solo uno sbocco alla loro passione tennistica e hanno posticipato la propria erudizione. Peraltro, pur avendo guadagnato appena 66mila dollari, fra singolare e doppio, è chiaramente mosso dalla pura gioia di giocare. E ha una capacità di adattamento molto maggiore dei coetanei, considerato che a 19 anni, appena ottenuto il BAC in Francia, s’è iscritto alla Texas A&M (Agricultural and Mechanical) University a Galveston, la quarta università più importante d’America, con un campus di 22 chilometri quadrati, 62mila studenti, di cui 5000 provenienti da 62 paesi diversi.

All’epoca, era numero 15 di Francia, nel tennis, ma anche negli Usa s’è fatto valere, come All American - la qualifica dei migliori atleti dei college - per tre anni consecutivi in singolare e due in doppio, primo del suo ateneo a riuscirci per tre stagioni di fila, quarto in singolare e secondo in doppio nell’eccellenza, NCAA 1.

Dopo di che, nel 2018, si è tuffato nell’avventura tennis 'pro', partendo dal gradino più basso, i tornei ITF e salendo pian pianino dai Futures ai Challenger. Sciorinando il suo tennis classico, moderno, con gran servizio e diritto, rovescio a due mani, propensione per le superfici dure e veloci. Più solidità e freschezza che gli vengono da una frase che è diventato il suo slogan: “Ho cominciato tardi, devo fare esperienza, tirerò le somme più avanti”. Intanto, come dicevamo, è già n.160 del mondo: due anni fa era n.1064.

E’ fiero della strada diversa che ha seguito e che sempre più ragazzi possono replicare: tennis ‘pro’ non equivale automaticamente alla rinuncia all’Università. Così come non sé più obbligato tutto il percorso dei tornei juniores ed è saltata tutta una serie di luoghi comuni sull’educazione e la costruzione del giovane tennista che una volta imperavano.

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